mercoledì 1 giugno 2011

Chiuso

Il 24 maggio di 3 anni fa, in una sera da nulla facenti, il mio amico maus mi ha insegnato ad usare blogspot. E' cominciata lì questa avventura web. Come tutte le cose più o meno belle che siano, ha un inizio e una fine. Oggi è arrivata la fine. Non è successo nulla di particolare, semplicemente, questo blog blu, notturno e curativo, ha finito la sua funzione. E' servito a molto, mi ha permesso di conoscere delle persone meravigliose e di diventare loro amica, mi ha persino permesso di trasformarmi da persona singola in chimera, insieme a gillipixel che per fortuna ha ancora molto da raccontare.

Il blog mi ha curata, divertita, stimolata, quindi lo lascio qui, si può commentare, si può leggere, ma io non lo aggiorno più. E' arrivato il momento di passare a qualcosa d'altro, cosa non so, ma quando lo scoprirò so già che sarà divertente.

So long and thanks for all the comments.... 
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domenica 24 aprile 2011

Buona pasqua


Io pasqua l'ho più o meno passata così... AUGURI

domenica 10 aprile 2011

Dei libri e del loro lancio

Oggi un mio amico presentava il suo libro all'Auditorium di Roma, é un amico di tutta una vita, secondo me scrive benissimo e quindi ve ne consiglio la lettura, il libro è  La pazzia di Dio di Luigi De Pascalis. Non vi consiglio invece le presentazioni dei libri in generale, quelle fanno  venire l'orticaria. Be' non sempre, di libri Luigi ne ha scritti vari e li ha anche presentati, molto molto bene, con momenti esilaranti, con la tenerezza che lo caratterizza nel parlare dei suoi personaggi, che lo chiamano a scrivere, ognuno al momento opportuno; sa raccontare, senza retorica, come nasce una storia di quelle che racconta. Insomma lui li sa presentare i suoi lavori. Il problema nasce dalla natura stessa della presentazione, è questo un momento altamente commerciale, necessita di visibilità e quindi richiede  il vip o semi-vip della moderna cultura che presenzia ed interviene. E qui cominciano le disgrazie.  Un momento, non cominci la sempre presente voce dal fondo a dire che sono la solita snob, che volevo quello/a con 6 lauree e 3 dottorati per la presentazione. No, per me poteva esserci anche il Piotta (d'antica memoria) o Biscardi a fare il vip, andava bene, anzi meglio forse, perché il libro non lo avrebbero mai letto prima di venire e magari mi facevano ridere. Un momento che finisco di dire. Mi serve ancora tempo.  Per giustificare questa mia affermazione ho bisogno di una breve digressione sul concetto di lettore di libro.

I lettori di libri possono essere di tanti tipi, ci sono quelli innamorati delle parole che se trovano anche un libro di cucina ben scritto se lo bevono dalla prima all'ultima sillaba; quelli innamorati della carta stampata in quanto tale, con relativa venerazione feticista dell'oggetto; quelli superficiali, leggono il risvolto di copertina, il primo e l'ultimo capitolo e stanno bene così, come ci sono quelli che un libro, qualunque esso sia, anche se fa schifo, lo devono finire per forza; quelli che leggono l'introduzione e la postfazione prima di cominciare il testo vero e proprio, quelli che invece le leggono solo dopo, quelli che i libri li leggono solo per prender sonno e  quelli innamorati delle storie che vengono narrate che, se la storia li prende, non dormono fino alla fine della medesima. Ovviamente esistono poi tutte le possibili mescolanze di queste categorie (non ho alcuna pretesa di esaustività nella mia lista sia chiaro). Io appartengo in larghissima misura all'ultima categoria, amo le storie che mi si raccontano tra le pagine di un libro, se la storia è pallosa, per quanto ben scritta, raramente arrivo alla fine. Debbo inoltre ammettere che i libri di Luigi hanno per me una caratteristica speciale, li comincio a leggere e sento un profumo di legna di camino o di sera d'estate, ogni volta è come se mi sedessi accanto a lui e mi faccessi raccontare una storia. Me la godo come se sentissi la sua voce narrante che mi porta a spasso tra realtà e fantasia,  come se avessi 5 anni e il mondo fosse un luogo di cui non so quasi nulla.

Quindi immaginate l'atteggiamento della Farlocca in sede di presentazione, sta lì assaporando anticipatamente anedotti e chiacchiere sui personaggi, pregustando un possibile profumo di camino che magari può scaturire tra una frase dotta e uno sfoggio vippesco,  insomma è lì che regredisce ai 5 anni su citati, quasi si acciambella con il dito in bocca... e allora comincia a parlare il semi-vip di turno... e le racconta la storia del libro, i perché e i per come, anche quasi il come-va-a-finire. Mentre le esce fumo nero dalle orecchie, le si attorcigliano le budella e sta per mettere mano al primo oggetto che ha accanto (il libro firmato), si rammenta  dell'antica amicizia che la lega all'autore evitando così il lancio-di-copia-autografata-in-testa-a-semi-vip. 
Queste sono le disgrazie di cui sopra, un/a fetente che per far vedere che ha fatto i compiti, che è dotto/a, ti riporta al mondo reale quando sei pronto a fare un salto nella fantasia... secondo me dovrebbe essere reato punibile almeno con ammenda pecuniaria.
 Mentre tornavo a casa bofonchiando e ribollendo come una pentola di brodo, mi sono però ricordata di un aspetto della mia vita che in questo periodo mi affligge: mi dimentico le cose, sono quasi preoccupante nella mia smemoratezza. Ora però questo fatto mi torna utilissimo: tra un paio di giorni non mi ricorderò più niente della storia malamente narrata dal semi-vip. Potrò aprire il libro, sedermi vicino al camino e farmi raccontare, dalle parole di Luigi, tutta la storia, godendomela, fino alla fine proprio come se avessi ancora 5 anni.


giovedì 24 marzo 2011

Primavera

Le mie ossa ormai scricchiolano per tutta l'acqua che ho preso sulle mie due ruote fino ad oggi. Stamattina, però, guardando fuori ho visto che c'era un sole magnifico a Roma. Il cielo finalmente parla di primavera e le ore di luce cominciano ad essere in un numero ragionevole. Quindi ora faccio una mia personale celebrazione, con colori e canti, con minuti rubati per star seduta al sole. Benvenuta primavera, ti porgo il più ovvio degli omaggi musicali, che comunque resta una delle cose più belle mai fatte in tuo nome, tu vedi un po' di ricambiare evitando di piovere subito....

sabato 19 marzo 2011

Impermanenza

Io in giappone sogno di andarci da sempre, là c'erano luoghi che volevo vedere, sentire, annusare. Ora non ci sono più. C'erano persone che ora non ci sono più, c'erano alberi e fiori, ora c'è solo la speranza che questa gente straordinaria possa tornare a sorridere.

Sono arrivato fino a qui
senza morire –
e finisce l’autunno
Basho

domenica 13 marzo 2011

Bianco e nero


Leggevo le divagazioni del mio amico gillipixel, come spesso accade con la mia mezza chimera, ero anche io lì che me la tiravo sul divagamento inutile. Lui scriveva di bianco e nero ed io anche elucubravo sul medesimo tema. Per chi conosce questo blog da tempo c'è stata un'epoca in cui ho giocato con un amico fotografo a costruire post con le sue immagini (cfr etichetta "foto di sandro") e le mie parole, le foto erano tutte rigorosamente in bianco e nero. Spesso rielaboro immagini, scatti miei o roba dalla rete, eliminando il colore, se non è bianco e nero, è bianco e blu, così solo per essere in tinta con il blog. Ma da dove viene questa passione a basso contenuto cromatico? In fondo a me i colori piacciono, nella vita sono spesso vestita in modo molto colorato, anche se vesto di nero, aggiungo una nota di colore, e allora da dove viene questa passionaccia acromatica?
L'ispirazione illuminante arriva da un passo di un libro che sto leggendo, Dalla città nervosa di Enrique Vila-Matas, un libro fatto di frammenti, in uno di essi si parla di cinema e letteratura, di immagini raccontate e immagini proiettate, cito "Se in un libro si dice che in una stanza c'è una sedia, quella sedia sarà vista dai diversi lettori in modi diversissimi. Un principe, ad esempio, immaginerà una sedia stile Luigi XIV, mentre un mendicante penserà che si tratti una sedia vecchia e sgangherata. Invece se in un film compare una sedia, questa non potrà essere altro che quella che vedono tutti quanti". Mentre leggevo mi si è formata nella testa un'immagine, una stanza vuota con una sedia, certo una sedia ben precisa, ma senza colore, una sedia in bianco e nero. Ecco se proietto questa sedia, ho pensato, non c'è solo quella sedia, c'è la sua forma e poi ci sono tutte le sedie di quella forma colorate come vuole chi guarda. Se prendo una foto in bianco e nero vedo delle forme precise, certo non ne posso inventare altre, ma posso colorarle come voglio. Il vincolo visivo è solo parziale, l'immagine, anche se vincolata nella forma è libera nel colore, insomma il bianco e nero, l'immagine acromatica, è un po' come un brano letterario, lascia libera buona parte dell'immaginazione. Ecco perché levo il colore da tante foto, così voi che le vedete ci mettete quello che vi pare pure se vi costa fatica....


domenica 13 febbraio 2011

Nuovi virgulti di questo tempo

Di solito ho un rapporto difficile con gli adolescenti. Per me è stata un'epoca orribile della vita, buia, senza gioia e impregnata di personale stupidità. Ciò dovrebbe spingermi ad essere estremamente comprensiva e accogliente con i medesimi, ma confesso un senso di fatica disperante ogni volta che devo interagire con più di un paio di ragazzini alla volta. Più che fatica, ecco, be', insomma li strangolerei. Quando vado in palestra, ad esempio, in contemporanea ai corsi che seguo io, c'è un corso di danza, con un'insegnante brava e molto simpatica, ma popolato da ragazzine tra i 12 ed i 16 anni. Ragazzine della periferia romana, nutrite a pane e televisione sin dalla più tenera età, chiassose, invadenti e decisamente insopportabili. La cosa più intelligente che gli  si sente dire è "te sto a fregà na gomma... mica t'encazzi vero?" (traduzione: sto prendendo una gomma da masticare dalla tua borsa, la cosa non ti disturba vero?). Tutti i discorsi, quando va davvero bene e non parlano di televisione, sono conditi di "quella stronza de' italiano, oggi me s'è 'ncazzata perché ho scritto che con la k... ma se po' sentì" o "quella stronza di matematica... m'ha 'mbruttito oh, solo che stavo a dì na cosa all'amica mia! ma scialla no?!"  o 10 minuti su quanto è bono quello e se sia il caso "de facce quarcosa". Va be' lo so che poi passa e molte di loro diventeranno luminari di questo o quello, lo so, ma a me viene l'orticaria e le strozzerei.
Sono però consapevole che non tutte le adolescenti sono deficienti, anzi ce ne sono di meravigliose che tra un scialla e a-ma'-nun-rompè hanno molto più che ormoni in tempesta tra le orecchie. Guardo mia nipote quindicenne e vedo una meraviglia, vedo una ragazza in gamba, intelligente e pure bella. Penso però di essere di parte, quindi questo esempio non vale. Ma veniamo al punto. 
Oggi sono andata brevemente alla manifestazione in piazza del Popolo, non sono nemmeno riuscita ad entrare in piazza tanta era la gente presente,  dalle monache alla ragazzette con percing e ormoni in tempesta. Mi sono  guardata un po' intorno e dopo poco ho ripreso la metropolitana e sono tornata a casa. Uscendo dalla metro mi trovo accanto a due ragazzine, carine entrambe, una delle due decisamente bella. Abbigliamento rigorosamente etnico, collanine a sfare, ciocche colorate. Le due fanciulle erano tampinate da due giovanetti intraprendenti, con fare un po', come dire, coatto. Ascolto lo scambio di battute in corso. Uno dei due, il più intraprendente, si rivolge alla bellissima e le chiede dove va a scuola, lei risponde con il nome di un prestigiosissimo liceo classico romano. Il ragazzo sgrana gli occhi e:
"ammazza oh! e come t'a cavi?"
Lei: "bene, molto bene, mi piace molto studiare"
Lui ride: "ma scusa a una bona come te che cazzo je serve de studià? ce poi diventà deputato!"
Lei, tranquillissima: " certo, m'a cavo pe' 'n po' d'anni poi quanno so vecchia che faccio? vado a dì alla gente me dovete mantenè perché so stata na gran figa? ma sai le pernacchie che me fanno!"

L'avrei abbracciata.




domenica 6 febbraio 2011

Correva l'anno 1995....

Oggi non avevo nulla da fare, poca concentrazione, nessun neurone orientato allo scrivere. Così mi sono messa a ravanare su youtube e ho trovato un vecchio spettacolo di Benigni. A me piace Benigni, tanto, mi fa ridere da sempre e spesso sono molto d'accordo con le cose che dice. Ho guardato il pezzo di spettacolo che è diviso in 3 filmati, ve li metto qui sotto. Alla fine dei tre brani, ho avuto però una sensazione abbastanza sgradevole:  mi sembrava di essere ancora nel 1995. Ditemi se sono io o se è proprio che, in certi ambiti, il tempo si è praticamente fermato.






venerdì 14 gennaio 2011

Silenzio


Non cantare più!
 Voglio il silenzio
 per dormire
 qualsiasi ricordo
 della voce udita
incompresa
 che fu perduta
 perché l'ho udita.


Fernando Pessoa


giovedì 30 dicembre 2010

Il secondo principio della termodinamica e il senso di colpa

 

In chiusura di un anno di poche parole-web, vorrei raccontare ai 2-3 sventurati che capitano qui, alcune mie riflessioni. Un parallelo tra fisica e anima che ultimamente mi si ripresenta di continuo. Bene per far poco casino parto dall'inizio.
Uno dei ruoli che la vita mi ha attribuito è quello di ascoltatore, ovvero la gente, anche gli sconosciuti, dopo poco che parlano con me, mi raccontano la loro vita, i desideri, le aspirazioni e i dolori. La gente mi racconta di sé. Penso che questo dipenda dal fatto che non si sentono giudicati, la mia faccia dice "vai avanti che bella storia" più o meno qualunque cosa mi stiano raccontando di sé stessi. Per me ogni essere umano è una cosa bellissima, sacra, nella somma delle sue imperfezioni. Anche la storia umana all'apparenza più convenzionale ha per me un qualcosa di speciale: l'essere umano che me la sta raccontando.
Mi trovo così ad avere un discreto campionario di storie nel mio database e dato che ho la tendenza ad organizzare dati e cercare pattern ricorrenti, mi sono resa conto che tutte o quasi, le storie che mi si raccontano sono condite con lo stesso ingrediente: il senso di colpa.
Sarà la derivazione cattolica per uno, il senso del dovere marxista-leninista per un altro, la mamma ebrea per un altro ancora, tutti mi si rivoltano nella melma del senso di colpa. Stanno lì impantanati nelle "terribili" cose che hanno fatto, si arrotolano su se stessi tentando disperatamente di tornare indietro e disfare quel che hanno fatto. Orbene, si tenga presente che non stiamo parlando di omicidi o delitti vari, di solito si tratta di emerite cazzate. Il classico dei classici infatti sono le corna al compagno-compagna (moglie o marito dipende) di turno. Coloro che più si flagellano poi sono quelli o quelle che hanno messo un cornino fugace, o avuto una storia di breve durata di solito causata dall'essere trattati a casa come se si fosse un mobile. Ora ma se ti trattano come un oggetto di servizio fino a farti sentire una pezza, che male c'è a dare una bottarella all'amor proprio tra accoglienti braccia? L'importante è non scappare con il o la padrona o padrone delle suddette braccia abbandonando baracca e burattini. Evitato ciò e caricate le batterie, non è successo nulla di male. Tutti sono contenti: l'amante è stato amato, il consorte riceve sorrisi invece di rimbrotti e i pargoli hanno un genitore sereno. 
Va be' ma mica è una bella cosa comunque, dice una voce dal fondo. Certo invece di risolvere i problemi casalinghi il soggetto è scappato altrove, vogliamo fucilarlo? Il soggetto stesso dice di sì, o chiede a gran voce che qualcuno riporti indietro l'orologio e si possa cancellare quanto fatto. Qui è il senso di colpa che parla, quel meccanismo idiota che invece di farci riflettere, alzarci in piedi e dire "be' se ho fatto tutto questo casino ci sarà pure un motivo, ora lo trovo e cerco una soluzione nella mia vita", ci tiene ben fermi e ci fa dire "ah se potessi tornare indietro".
Quest'ultimo pensiero è la peggiore cazzata di tutte. Indietro non si torna, non nel mondo macroscopico, non qui, non ora. Infatti c'è una legge fisica che nel nostro mondo vale e che regola molte molte cose, quella legge che ci ha fatto inventare il tempo come oggetto con una ben precisa direzione: il secondo principio della termodinamica. Questo principio chiarisce che il tempo non è reversibile (a meno di essere una particella e non un umano più o meno coglione), l'entropia aumenta, se fai casino il casino resta. Quindi se proprio uno si deve fermare, lo faccia per pensare, per trarre spunto dall'accaduto, da ciò che ha fatto, per cercare nuove direzioni e soluzioni ai problemi suoi e del suo mondo. Ogni casino combinato ha una sua ragion d'essere, una sua funzionalità, lasciatevelo dire da chi di cazzate ne ha fatte tante e non ne rinnega nemmeno mezza, anzi le rivendica tutte, dalla prima all'ultima, che poi è sempre la migliore....


E per chiudere:
Buon 2011
che sia un anno a bassa entropia e di grande evoluzione!

lunedì 6 dicembre 2010

E certo che nel pubblico sono dei privileggiati...

Oggi nel primo pomeriggio avevo un appuntamento. Era stata indetta una riunione per un lavoro di ricerca che sto conducendo con un gruppo di universitari. Ci si vede nella stanza della prof alla Sapienza. Entro e fa un freddo boia, più freddo che fuori, al punto che la prof ha il cappotto. 
"Ciao Farlocca, ben arrivata accomodati" inciampando tra cavi di computer e fogli di carta mi passa una sedia. Siamo in 5 in una stanzetta ingombra di carte, libri, computer. Questo è l'invidiato studio singolo di un esimio docente. Mi siedo rabbrividendo.
"Freddino lo so, scusa, sono due anni che ho il termosifone fuori uso e la finestra mezza rotta, ma hanno promesso che quest'anno qualcosa mi sistemano... ecco magari accendo la stufetta..."
Tutti scuotono la testa, si leva un coro di no-non-ti-proccupare, non capisco bene finché non vedo la stufetta. Un oggetto diciamo di modernariato, in metallo non identificato con una bella resistenza di quelle che diventando incandescenti riscaldano bene bene. Peccato che in quella stanzetta, con quel coso dal filo spelacchiato, il rischio di finire tutti arrosto è quasi una certezza.  Scuoto anch'io la testa unendomi al coro.
Cappotto-muniti iniziamo a lavorare. Scorrono numeri, pezzi di software, ci perdiamo felicemente dietro a problemi di altra natura, ci passa anche il freddo.
Bussano alla porta.
"Avanti" la voce della prof sovrasta il nostro parlottio e si apre la porta
"Signo' semo quelli der termosifone" entrano in due vestiti da idraulici, non certo due tipi da film porno su casalinga-idraulico, ma hanno la tuta blu d'ordinanza e gli attrezzi giusti. Nessuno ha il tempo di reagire, ci scavalcano elegantemente e si mettono a smontare il termosifone. Noi imperterriti proseguiamo tra sibili e spruzzi. Ad un certo punto praticamente parte un'onda di marea e  noi ,sempre impassibili, continuiamo a lavorare sollevando i computer e i cavi dei medesimi. L'acqua scorre e noi solleviamo mucchi di carte qua e là, sempre continuando a parlare e discutere, mentre i signori idraulici continuano a bofonchiare attorno al termosifone. Fino a rimontarlo.
"Signo' noi hamo finito, ce pensate voi co li stracci..." ed escono sereni.
Mentre asciugavamo per terra armati di carta asciuga tutto e stracci rubati alle donne delle pulizie,  buttando carte bagnate e ridacchiando, nessuno escluso, la prof ha promesso pinne e maschere a tutti per la prossima riunione, "tanto farà caldo..." ha aggiunto sorridendo beata. Tra sbuffi e gorgoglii, il decrepito termosifone aveva davvero cominciato a scaldare.


venerdì 3 dicembre 2010

Tornando sui banchi di scuola...*

In questo periodo mi trovo molto coinvolta con la vita universitaria. Da un lato ho degli amici che, seppure ben più che adulti, hanno deciso di tornare sui banchi di scuola e si sono iscritti all'università (passando ardue selezioni), dall'altra perché in questo semestre tengo un corso presso una facoltà scientifica. Le mie intersezioni con il mondo universitario sono state tante, continue nel tempo e di solito piuttosto belle. Ne conosco pregi e difetti, nonché l'evoluzione degli stessi (sopratutto dei primi), così non ce la faccio a stare zitta.
Cominciamo dicendo che confermo quanto dice uno degli amici tornati a scuola: la riforma Gelmini è pura fuffa. Lui sostiene che sembra la riforma dell'esercito scritta da noi due insieme che non abbiamo neanche fatto il militare. E' vero.
Nella regolamentazione/legislazione universitaria già esistono (e da sempre) ampi strumenti per dar spazio alla meritocrazia e al controllo sulla produttività, solo che nessuno li implementa. Ad esempio tutti i docenti che vincevano un concorso, fino a poco tempo fa, passavano 3 anni in "prova" (con abbondante decurtazione dello stipendio già non proprio elevato), dopo i tre anni una commissione di revisori, esperti degli stessi temi di cui si occupavano i docenti, li confermava o meno in ruolo sulla base della loro produttività. Questo in teoria, dato che nessuno, o quasi, pare sia mai stato non-confermato.
L'attività didattica andrebbe rendicontata lezione per lezione con un libretto, cartaceo, della didattica (questo ad esempio alla Sapienza a Roma), libretti che finivano in archivio senza che nessuno li guardasse, così molti hanno smesso di farli,(sempre alla Sapienza ora si fa tutto via web in forma sintetica e finalmente i rendiconti li usano e la gente ha ripreso a farli).
I concorsi, locali o nazionali che fossero, erano piuttosto duri, prove scritte e di laboratorio, lezioni da tenere ed esame (in teoria) minuzioso delle pubblicazioni e del lavoro svolto. 
E via così. 
In pratica c'è già tutto, ma se non ha funzionato fino ad ora perché dovrebbe funzionare un qualcosa di apparentemente nuovo che implementa, nella sostanza, le stesse cose?
Appunto è fuffa.
La protesta in corso, per quanto legittima, è misera pure quella. Ripropone le stesse modalità di sempre, testimoniando una mancanza di immaginazione deprimente. Ne parlavamo con i ragazzi del corso, mi avevano cercato per sapere se facevamo lezione dato che il dipartimento è occupato. Si rifletteva che in fondo, se il punto è che mi si vuole togliere la possibilità di studiare, che senso ha bloccare le lezioni? Al contrario, occupiamo tutto, teniamo tutto aperto e organizziamo lezioni e seminari a ciclo continuo. 
Il punto fondamentale è la mancanza di denaro. Manca tutto oramai, anche il personale sopratutto quello pensante, non c'è turn over e quindi anche nelle amministrazioni non c'è abbastanza gente, con un sistema oltretutto super burocratizzato. Pochi giorni fa ho assistito ad una scenetta che pare sia la norma:

Ufficio amministrativo di un dipartimento della Sapienza in piena riorganizzazione, quattro impiegati, di cui uno solo realmente attivo, gli altri stanno cercando di capire le nuove norme se no non sanno cosa fare delle carte che hanno in mano. Ingresso di un docente con gli occhi di fuori, è il terzo in mezz'ora:
- Qualcuno mi dice perché non è stata approvata la richiesta di riparazione della finestra che ho fatto?
- Professò nun ce stanno i sordi..
- Lo so per questo ho chiesto di pagarla io con i soldi di quella consulenza che ho fatto, quel contratto che ho portato qui per finanziare queste cose...
- Professò nun lo so allora... sarà n'artra roba de quelle co' la corte dei conti...
- Ma a me viene la bronchite...
- Professò nun lo so je l'ho detto...
- .... (parolacce del docente) ...
- Professò ma che cazzo volete tutti da me che c'ho solo la terza media?
Il professò smette di bestemmiare, si guarda intorno e con aria desolata:
- Già, ma lei con la sua terza media forse è l'unico che sa quel che succede qua dentro...

*liberamente ispirato dalla realtà corrente

giovedì 25 novembre 2010

Tanto per interrompere il silenzio


Mi sento come il coniglio di alice nel paese delle meraviglie ultimamente, corro, corro, corro, con l'orologio alla mano. Gli altri forse non sanno dove io stia andando, do l'impressione di esser persa,  avvolta in un generico "ho da fare" che non mi attardo a spiegare. E invece no. So bene dove sono e dove vado. Quell'aria svagata e un po' assente, me la regala la fatica sì, il lavoro, quello pagato, sfianca ultimamente, ma c'è dell'altro, un gran lavorio volto a digerire tutto un mondo antico che mi porto dietro. Viaggio di qua e di là con il mio bagaglio, cerco di allegerirlo, di lasciare quel che non serve lungo la strada. Un giorno avrò solo un fagottello, piccolo, una cosa minima, dentro ci saranno le belle eredità che chi ho incontrato mi ha lasciato. Dentro ci sarà anche questo pezzo di musica che qualcuno, anni fa, sicuramente per sbaglio perché non era un generoso, mi ha lasciato.


venerdì 29 ottobre 2010

Chimere e ... letture



Io e gillipixel siamo una chimera. Ebbene sì, ciò è noto ai pochi "eletti" che frequentano le nostre stanze web. Siamo chimera, creatura doppia, lui è maschio, io femmina, viviamo a diverse centinaia di chilometri di distanza.  Lui è alto, io decisamente no. Io sono rumorosissima e lui no, io parlo troppo e scrivo poco, lui parla poco e scrive molto... Siamo dunque unione di opposti, di elementi contrastanti che, nel nostro dialogare, trovano armonia. O almeno spero questo resti vero dopo codesta presente confessione.
Lui legge cose elevate, mai mi ha detto di star leggendo immondizia, anche il suo fumetto preferito è, tutto sommato, un cult di livello. Ora non so se questo dipenda dal fatto che voglia salvare regolarmente la faccia (ne dubito) e che quindi non confessi letture ignobili, ma lui non legge 'monnezza, io sì. Ultimamente, dato lo stato pietoso dei miei neuroni a fine giornata, leggo solo cose tipo romanzo-fantasy-comprato-al-banchetto-dell'usato-perché-in-copertina-c'è-un-bel-disegno, romanzetto-thriller-anni-40-di-autore-ignoto, fantascienza-recente-americana-tradotta-da-analfabeta-italiano... (niente romanzi rosa, quelli sono proprio troppo anche per i miei neuroni in coma terminale)...
Esiste un piacere sottile nel leggere immondizia, ti puoi arrabbiare con l'autore e così sfogare le incazzature-frustrazioni della giornata, puoi buttare via il libro a metà senza alcun senso di colpa, puoi sentirti molto molto intelligente e bravo/a nello scrivere, la tua prosa, per quanto rara e fallace, è di certo migliore di quella del testo che leggi. La storia è idiota, i tuoi neuroni si riposano, sanno già cosa succederà tra due pagine, o tra 3 o anche tra 100. Sei senza impegno, finalmente, dopo una giornata delirante, con riunioni e coltellate, con gente che fa danni senza nemmeno rendersene conto, dopo aver ascoltato qualcuno che impiega 100 parole per dire qualcosa che si può dire in meno di 10, dopo essere tornata nella tua casa vuota, con il telefono sempre silenzioso, con l'autunno che avanza, cupido che ha deciso di evitarti e fa pure freddo. Insomma dopo una giornata di merda, leggere un libro di merda è un atto liberatorio, una liberazione del neurone, un inno alla parte più ignorante e cavernicola dell'anima.

Sia detto poi, che, in verità,  il citato libro di merda, resta, sempre e comunque, migliore del 90% dei programmi tv disponibili.

lunedì 11 ottobre 2010

Dei sogni e della realtà

Capita di sognare, a volte, con un'intensità estrema. Sono sogni in cui il reale è il sogno, a volte sono bellissimi e svegliarsi è terribile, altre volte sono orribili e svegliarsi è salvifico. A volte ci si sveglia e non si sa più tanto bene dove si sia. Di recente, nel gran silenzio che mi è preso, è successo proprio questo. Ho sognato, ho sognato con gran forza, ho visto la mia realtà, in quel sogno, sgretolarsi, mi è stato detto che la mia vita era solo un sogno schizoide, il rifugio di una povera malata di mente e sapevo, nel sogno, che quel che mi si diceva era vero. Ho visto ogni cosa raggiunta, ogni traguardo realizzato, svanire.  Ogni singola cosa vista, provata o vissuta, in qualunque forma, era solo una menzogna.

Ci ho messo un po' a svegliarmi, ho faticato ad emergere dal dolore che quel sogno mi stava dando. Ho cominciato a toccare gli oggetti sparsi per la stanza, a sentire il calore della coperta, a guardare il mio letto vuoto, i miei libri di roba tecnica, il computer, gioco-lavoro-pezzo-di-vita. Ho toccato e guardato mentre il cuore riprendeva a battere ad un ritmo normale, ho guardato, toccato,  annusato gli odori della casa, lo scarico che a volte puzza, il profumo dell'incenso in corridoio; ho ascoltato il tram che passa sotto la finestra, l'ubriaco della notte che inveisce al mondo in una lingua ignota,  ho respirato a fondo ogni cosa. E allora, la mia vita, così spesso solitaria, così spesso malinconica, mi è sembrata bellissima.

Ps. grazie gilly parlare con te mi fa bene :-)

giovedì 23 settembre 2010

E rieccoci qui ...

Dell'autunno, come della primavera, mi piace tanto l'equinozio. Mi fa pensare che siano stagioni per bene, caldo e freddo si alternano abbastanza equamente, giorno e notte stanno alla pari, almeno all'inizio. Certo la primavera è più simpatica perché nel suo scorrere porta una quantità crescente di calore e luce, mentre l'autunno ha questa vena di malinconia crescente, questo infreddolimento sempre maggiore. Comincia così, senza clamore, una mattina apri la finestra e capisci che dovrai mettere le scarpe chiuse e i calzini se no in moto le dita dei piedi perderanno sensibilità. Torni a casa, è sera e di colpo tiri fuori la coperta leggera, perché a te che sei un po' serpente, sotto i venti gradi ti si gelano pezzi sparsi. Però all'equinozio luce ed ombra si equivalgono, il pianeta, per un attimo diventa come il simbolo di yin-yan. E' tutto tranquillo, non c'è quella passione sfrenata che porta con sé l'estate, né quel senso di immobilità un po' fatalista, dell'inverno. Siamo, per un attimo, in perfetto equilibrio.

E allora ti dici che anche tu puoi fare qualcosa di equanime, di egualitario, di equilibrato. Ad esempio puoi ricominciare a parlare con la tua parte web, puoi uscire da quel silenzio quasi totale che ti ha catturato da giorni. Puoi equamente, (e possibilmente) in bella prosa, tornare a dire cazzate sul tuo blog.

mercoledì 8 settembre 2010

Per le tortuose strade

Sono rientrata da un po'. Alla fine di agosto io e il mio fidanzato a due ruote siamo tornati a casa. Strade tortuose ci hanno condotto in luoghi per noi speciali, luoghi fatti di vento, odori selvatici e pensieri che per noi sono poesia. Siamo andati in giro e nel vagare abbiamo consolidato un sorriso.

A casa non ci aspettava nessuno, solo lavoro (molto), qualche incontro sorridente e strade note che però oggi ci sembrano diverse. Siamo più armonici dopo quasi 2000km insieme, siamo più stabili, abbiamo meno paura l'una dell'altro, sappiamo come muoverci insieme. In fondo imparare ad andare in giro su di un mezzo a due ruote richiede quasi la stessa cura e attenzione che richiede una relazione tra umani. A volte è quasi altrettanto divertente, solo che il contradditorio, il confronto è forse un po' meno costruttivo... be' ad un coso a motore, per quanto amato, non verrà mai in mente un post come quello del mio amico gillipixel. Certe cose non le dirà mai, ma può contribuire molto a fartele pensare. Nel post di gillipixel ad esempio c'è una frase che ho pensato tante volte in questa estate vagabonda, l'ho pensata quasi con le stesse parole, solo che non mi era venuta così bene:

Forse il senso della vita consiste proprio in un’incessante, altalenante ed appassionante ricerca di nuovi significati cumulativi da assegnare alla vita stessa. Forse tutto il senso sta nella “ricerca per la ricerca”, in una curiosità inquieta che si autoalimenta ritrovando in se stessa quel combustibile dal quale è a sua volta ciclicamente travolta e ri-combusta.

E questo è quel che ho fatto per tutta l'estate, ho cercato qualcosa che non ha nome, ho cercato per cercare, ho imparato per imparare, ho sorriso per sorridere, ho chiuso gli occhi e visto tutto quel che avrei voluto vedere sapendo che ero io a volerlo.

giovedì 19 agosto 2010

Ricaricare le batterie

La verità è che ho passato questi giorni a lavorare come un mulo. Ore e ore di computer con il server scassato e programmi che sul computer di casa ci mettono una vita a girare. Ho fatto la muffa. Ebbene sì mi sento come quegli alberi, belli per altro, che popolano il sud degli stati uniti, coperti da muffe lunghissime, sono belli ma su di me le muffe stonano.

presa da qui
Dunque urge una nuova fuga prima dell'autunno. Scappo allora, di nuovo al mare, di nuovo su due ruote. Magari però stavolta mi do una calmata e faccio meno chilometri....

domenica 15 agosto 2010

Ferragosto cittadino

Eccomi qua il 15 di agosto ad ascoltare le campane del mattino in quel di Roma. Eccomi qua a scrivere, un po' perché ho delle scemenze da dire, un po' perché London Alcatraz mi ha messo ansia con il suo post ferragostano, mica voglio farmi cancellare dal suo blogroll! (potete sentirmi sghignazzare anche da lì).
Ferragosto a Roma è sempre stato bellissimo. 
Un tempo la città  era davvero deserta, i residenti o se ne erano andati in vacanza altrove già da tempo o provvedevano a sparire entro l'ora di pranzo in direzione del mare o delle campagne limitrofe. Se si andava al mare, ad esempio ad Ostia, la densità umana era degna della metropolitana di Tokio all'ora di punta. Per ciascun ombrellone si trovavano almeno 3 generazioni di romani, con annesse borse e sporte contenenti l'equivalente di un banchetto di nozze. Chiaramente otri di vino accompagnavano il tutto, con successivi numerosi incidenti sulla via del ritorno la cui gravità era moderata solo dalle lunghe code e conseguente bassa velocità. Numerosi ricoveri per colpi di calore e insolazione allietavano la festa di fine estate del personale degli ospedali romani, insieme alle numerose presenze al pronto soccorso di chi, magari tormentato dal mal di testa, non riusciva a trovare un'aspirina in tutta la città. I reparti psichiatrici erano sempre pieni. Anche solo per il senso di solitudine che la città vuota comunicava molti, tra gli individui più fragili, preferivano star lì dove almeno c'era sicuramente tanta gente.
Chi, come me, restava entro il Grande Raccordo Anulare e aveva un equilibrio mentale semi-ragionevole, viveva un'esperienza  affascinante. La città era di noi pochi e dei turisti, si stava come sospesi nella totale assenza di qualunque servizio, dalla farmacia, al ristorante, al bar: tutto chiuso.  Guai a finire le sigarette il 15 agosto! Un'estate, da adolescente, rimasi in città con alcuni amici, chi dimenticato dalle famiglie, chi rimandato a settembre e quindi messo in punizione  (per inciso diciamo pure che lasciare un'adolescente da sola a casa per alcune settimane, non è esattamente una punizione...) Quell'anno lì l'unica attività commerciale che trovammo in funzione fu lo spacciatore di droghe leggere del quartiere che quasi ci abbracciò vedendoci arrivare. 
Gli autobus erano pochi e facevi prima ad andare a piedi che ad aspettarne uno. A Ferragosto sviluppavi  capacità di sopravvivenza in condizioni estreme  (il che, come noto,  è sempre utile).

Oggi le cose sono cambiate. La città è solo parzialmente svuotata, i servizi ci sono tutti e le orde con sporte alimentari sono meno numerose. La città è sempre bella, anzi bellissima, ti godi le strade, il rumore si è ridotto ad un brusio di fondo, il cielo è di un azzurro confortante e luminoso. Nell'aria  c'è la promessa di una giornata quieta, di una lunga passeggiata serale tra le epoche che, qui, convivono in ogni angolo, ricordando a chi vuol ricordare,  quali sono le cose che restano e quelle che se ne vanno.