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sabato 19 marzo 2011

Impermanenza

Io in giappone sogno di andarci da sempre, là c'erano luoghi che volevo vedere, sentire, annusare. Ora non ci sono più. C'erano persone che ora non ci sono più, c'erano alberi e fiori, ora c'è solo la speranza che questa gente straordinaria possa tornare a sorridere.

Sono arrivato fino a qui
senza morire –
e finisce l’autunno
Basho

giovedì 30 dicembre 2010

Il secondo principio della termodinamica e il senso di colpa

 

In chiusura di un anno di poche parole-web, vorrei raccontare ai 2-3 sventurati che capitano qui, alcune mie riflessioni. Un parallelo tra fisica e anima che ultimamente mi si ripresenta di continuo. Bene per far poco casino parto dall'inizio.
Uno dei ruoli che la vita mi ha attribuito è quello di ascoltatore, ovvero la gente, anche gli sconosciuti, dopo poco che parlano con me, mi raccontano la loro vita, i desideri, le aspirazioni e i dolori. La gente mi racconta di sé. Penso che questo dipenda dal fatto che non si sentono giudicati, la mia faccia dice "vai avanti che bella storia" più o meno qualunque cosa mi stiano raccontando di sé stessi. Per me ogni essere umano è una cosa bellissima, sacra, nella somma delle sue imperfezioni. Anche la storia umana all'apparenza più convenzionale ha per me un qualcosa di speciale: l'essere umano che me la sta raccontando.
Mi trovo così ad avere un discreto campionario di storie nel mio database e dato che ho la tendenza ad organizzare dati e cercare pattern ricorrenti, mi sono resa conto che tutte o quasi, le storie che mi si raccontano sono condite con lo stesso ingrediente: il senso di colpa.
Sarà la derivazione cattolica per uno, il senso del dovere marxista-leninista per un altro, la mamma ebrea per un altro ancora, tutti mi si rivoltano nella melma del senso di colpa. Stanno lì impantanati nelle "terribili" cose che hanno fatto, si arrotolano su se stessi tentando disperatamente di tornare indietro e disfare quel che hanno fatto. Orbene, si tenga presente che non stiamo parlando di omicidi o delitti vari, di solito si tratta di emerite cazzate. Il classico dei classici infatti sono le corna al compagno-compagna (moglie o marito dipende) di turno. Coloro che più si flagellano poi sono quelli o quelle che hanno messo un cornino fugace, o avuto una storia di breve durata di solito causata dall'essere trattati a casa come se si fosse un mobile. Ora ma se ti trattano come un oggetto di servizio fino a farti sentire una pezza, che male c'è a dare una bottarella all'amor proprio tra accoglienti braccia? L'importante è non scappare con il o la padrona o padrone delle suddette braccia abbandonando baracca e burattini. Evitato ciò e caricate le batterie, non è successo nulla di male. Tutti sono contenti: l'amante è stato amato, il consorte riceve sorrisi invece di rimbrotti e i pargoli hanno un genitore sereno. 
Va be' ma mica è una bella cosa comunque, dice una voce dal fondo. Certo invece di risolvere i problemi casalinghi il soggetto è scappato altrove, vogliamo fucilarlo? Il soggetto stesso dice di sì, o chiede a gran voce che qualcuno riporti indietro l'orologio e si possa cancellare quanto fatto. Qui è il senso di colpa che parla, quel meccanismo idiota che invece di farci riflettere, alzarci in piedi e dire "be' se ho fatto tutto questo casino ci sarà pure un motivo, ora lo trovo e cerco una soluzione nella mia vita", ci tiene ben fermi e ci fa dire "ah se potessi tornare indietro".
Quest'ultimo pensiero è la peggiore cazzata di tutte. Indietro non si torna, non nel mondo macroscopico, non qui, non ora. Infatti c'è una legge fisica che nel nostro mondo vale e che regola molte molte cose, quella legge che ci ha fatto inventare il tempo come oggetto con una ben precisa direzione: il secondo principio della termodinamica. Questo principio chiarisce che il tempo non è reversibile (a meno di essere una particella e non un umano più o meno coglione), l'entropia aumenta, se fai casino il casino resta. Quindi se proprio uno si deve fermare, lo faccia per pensare, per trarre spunto dall'accaduto, da ciò che ha fatto, per cercare nuove direzioni e soluzioni ai problemi suoi e del suo mondo. Ogni casino combinato ha una sua ragion d'essere, una sua funzionalità, lasciatevelo dire da chi di cazzate ne ha fatte tante e non ne rinnega nemmeno mezza, anzi le rivendica tutte, dalla prima all'ultima, che poi è sempre la migliore....


E per chiudere:
Buon 2011
che sia un anno a bassa entropia e di grande evoluzione!

venerdì 3 dicembre 2010

Tornando sui banchi di scuola...*

In questo periodo mi trovo molto coinvolta con la vita universitaria. Da un lato ho degli amici che, seppure ben più che adulti, hanno deciso di tornare sui banchi di scuola e si sono iscritti all'università (passando ardue selezioni), dall'altra perché in questo semestre tengo un corso presso una facoltà scientifica. Le mie intersezioni con il mondo universitario sono state tante, continue nel tempo e di solito piuttosto belle. Ne conosco pregi e difetti, nonché l'evoluzione degli stessi (sopratutto dei primi), così non ce la faccio a stare zitta.
Cominciamo dicendo che confermo quanto dice uno degli amici tornati a scuola: la riforma Gelmini è pura fuffa. Lui sostiene che sembra la riforma dell'esercito scritta da noi due insieme che non abbiamo neanche fatto il militare. E' vero.
Nella regolamentazione/legislazione universitaria già esistono (e da sempre) ampi strumenti per dar spazio alla meritocrazia e al controllo sulla produttività, solo che nessuno li implementa. Ad esempio tutti i docenti che vincevano un concorso, fino a poco tempo fa, passavano 3 anni in "prova" (con abbondante decurtazione dello stipendio già non proprio elevato), dopo i tre anni una commissione di revisori, esperti degli stessi temi di cui si occupavano i docenti, li confermava o meno in ruolo sulla base della loro produttività. Questo in teoria, dato che nessuno, o quasi, pare sia mai stato non-confermato.
L'attività didattica andrebbe rendicontata lezione per lezione con un libretto, cartaceo, della didattica (questo ad esempio alla Sapienza a Roma), libretti che finivano in archivio senza che nessuno li guardasse, così molti hanno smesso di farli,(sempre alla Sapienza ora si fa tutto via web in forma sintetica e finalmente i rendiconti li usano e la gente ha ripreso a farli).
I concorsi, locali o nazionali che fossero, erano piuttosto duri, prove scritte e di laboratorio, lezioni da tenere ed esame (in teoria) minuzioso delle pubblicazioni e del lavoro svolto. 
E via così. 
In pratica c'è già tutto, ma se non ha funzionato fino ad ora perché dovrebbe funzionare un qualcosa di apparentemente nuovo che implementa, nella sostanza, le stesse cose?
Appunto è fuffa.
La protesta in corso, per quanto legittima, è misera pure quella. Ripropone le stesse modalità di sempre, testimoniando una mancanza di immaginazione deprimente. Ne parlavamo con i ragazzi del corso, mi avevano cercato per sapere se facevamo lezione dato che il dipartimento è occupato. Si rifletteva che in fondo, se il punto è che mi si vuole togliere la possibilità di studiare, che senso ha bloccare le lezioni? Al contrario, occupiamo tutto, teniamo tutto aperto e organizziamo lezioni e seminari a ciclo continuo. 
Il punto fondamentale è la mancanza di denaro. Manca tutto oramai, anche il personale sopratutto quello pensante, non c'è turn over e quindi anche nelle amministrazioni non c'è abbastanza gente, con un sistema oltretutto super burocratizzato. Pochi giorni fa ho assistito ad una scenetta che pare sia la norma:

Ufficio amministrativo di un dipartimento della Sapienza in piena riorganizzazione, quattro impiegati, di cui uno solo realmente attivo, gli altri stanno cercando di capire le nuove norme se no non sanno cosa fare delle carte che hanno in mano. Ingresso di un docente con gli occhi di fuori, è il terzo in mezz'ora:
- Qualcuno mi dice perché non è stata approvata la richiesta di riparazione della finestra che ho fatto?
- Professò nun ce stanno i sordi..
- Lo so per questo ho chiesto di pagarla io con i soldi di quella consulenza che ho fatto, quel contratto che ho portato qui per finanziare queste cose...
- Professò nun lo so allora... sarà n'artra roba de quelle co' la corte dei conti...
- Ma a me viene la bronchite...
- Professò nun lo so je l'ho detto...
- .... (parolacce del docente) ...
- Professò ma che cazzo volete tutti da me che c'ho solo la terza media?
Il professò smette di bestemmiare, si guarda intorno e con aria desolata:
- Già, ma lei con la sua terza media forse è l'unico che sa quel che succede qua dentro...

*liberamente ispirato dalla realtà corrente

domenica 6 dicembre 2009

Periodi

In uno di quei biscotti della fortuna che ti danno ai ristoranti cinesi, una volta mi è capitata una frase che non ho mai più scordato: "Non è la mancanza di ricchezza ad essere dolorosa, lo è la mancanza di condivisione". E' in nome di quel biscotto che scrivo.

E' questo un periodo, di caos interiore. Le parole non sgorgano ordinate perché non vi è ordine alcuno. Non esistono isole stabili, punti fermi o ciambelle di salvataggio. L'anima vortica in un caos vagamente lisergico e le parole la seguono. Un periodo in cui il mio senso di estraneamento al mondo che mi circonda è sempre più forte. Vivendo sola, poi, non ho modo la sera, quando il ritmo si quieta e il fiume della giornata scorre placido, di vivere un momento di confronto che, potrebbe, ricondurmi negli argini del "normale". La sera torno a casa, dopo una giornata intensa, mi guardo intorno e c'è solo il rumore del tram. Anche la sera, come la giornata, diventa autoreferenziale. Detta altrimenti: te la canti e te la suoni tutta per conto tuo.
E' questo il pericolo maggiore della solitudine. Quel cantare e suonare dentro una sola testa, senza mai uscire fuori nel mondo reale, senza quel confronto quotidiano con qualcuno che ti riporta nei limiti. Ascolti solo una campana, una sola versione di ogni storia: la tua.
Va be' dirà qualcuno, ma durante il giorno passi un sacco di tempo in mezzo alla gente, a parlare, interagire, fare. Questo è quel che succede sul lavoro. Ma là non è mai un interagire rilassato. Non esiste un ambiente di lavoro in cui puoi serenamente dire quello che pensi, in cui puoi liberamente essere te stessa. Se così fosse avrei forse messo la mia foto e il mio nome su questo blog. No sul lavoro indossi l'abito da lavoro e fai le tue cazzate in versione specifica ed adatta al luogo. Ci passi spesso ben più di otto ore in quel luogo del fare. Quel che resta del giorno è pieno dei piccoli doveri della sopravvivenza: fare la spesa, pagare conti, sistemare cose. Restano una manciata di ore che sono tue, che dovrebbero servirti a riconquistare la sanità mentale. E allora te le inventi tutte, dal comprarti la moto nuova, all'andare in palestra, al porgere la spalla a chi è nei guai.... In cambio hai spesso grandi dichiarazioni di amore, di stima e affetto. Eppure quell'assenza di condivisione quotidiana resta. Ogni giorno ti alzi e dici: passerà, è solo un periodo un po' di merda. Riparti e continui inventando schemi nuovi, ristrutturando o elminando i vecchi. Ti senti come se camminassi sulla gomma piuma, con un vago ma persistente senso di irrealtà. A pensarci bene, questo è un periodo in cui mi sembra di essere ad una di quelle serate mondane, anche piuttosto trendy e fighette, in cui vaghi con un bicchiere in mano scambiando poche parole qua e là, in cui ti si fanno e fai complimenti, in cui hai l'aria di avere uno scopo, di star magari cercando qualcuno o che qualcuno ti cerchi per dirti qualcosa di rilevante, in cui, però, dentro di te, passi il tempo a chiederti: ma che sto facendo io qui?


Nuvole... Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l'intervallo tra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la mia vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente, più il niente di me stesso. Nuvole... Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!
(Fernando Pessoa, "Il libro dell'inquietudine")

sabato 26 settembre 2009

Luci, Ombre

Certi periodi della vita sono notturni. Non perché andiamo in giro di notte e dormiamo di giorno, no sono notturni dell'anima. Una malinconia costante che riduce l'intensità della luce, una malinconia autunnale, preludio dell'inverno in cui finalmente sarà possibile riposare. A parte la metereopatia, le sindromi premestruali e gli anticipi di andropausa, che vengono invocati a spiegazione di codesto stato, di solito c'è un buon motivo che lo sottende. Per me è quasi sempre una combinazione di stanchezza fisica ed elaborazione di qualcosa di molto molto complicato, qualcosa che risiede al fondo dell'anima e da fastidio. In questi periodi è quasi sempre buona norma igienica starmi alla larga, è fondamentale non farmi promesse che poi non si possono mantenere con certezza perché le poche forze che ho si concentrano a reggere i miei pezzi, quindi in caso di buca, e peggio ancora di buca-con-acqua (cioè senza avviso di inadempienza) divento una tigre con denti a sciabola. Detto questo e scusandomi tra me e me con chi ho morso ultimamente (anche se non leggerà mai quel che scrivo qui), proseguo.
Ciò che sottende la malinconia presente è qualcosa che condivido (tanto per cambiare) con la mia mezza chimera gillipixel: l'essere effimeri. Lui diceva inutile, ma poi parla che ti ri-parla, la parola giusta è effimero/a. Quel senso di passare di qua senza lasciare traccia, scivolare tra le pieghe della vita senza che nulla resti, neppure il dna. Ti guardi intorno e proprio non ce la fai ad appassionarti a ciò che da un senso alla vita di molti, del gossip politico-televisivo non te ne frega proprio nulla, delle lotte intestine al luogo di lavoro a scopo carriera, ancor di meno. La polemica sinistra-destra ti sminuzza le palle o ti fa venire l'orchite (a scelta), tanto lo sai che sia come sia, dipende tutto dalla qualità delle persone che gestiscono il potere e non da quel che dicono che tanto è volatile. Famiglia non ce l'hai e quindi non hai responsabilità imprescindibili, vai, ti muovi sfiorando la vita degli altri, lasciando ai tuoi contemporanei briciole di amore e amicizia, anche qualche granello di saggezza, molli qualche sberla, raccogli altrettanto. Tutto assolutamente e totalmente impermanente.
Questo è in totale contrasto con ciò che mi ha nutrito sin dalla culla, un'educazione intera basata sul lasciare traccia di sé, o con le opere dell'ingegno o con quelle biologiche (figli). Bene, sul lavoro sono bravina ma non da nobel e figli non ne ho. Quindi sto tradendo l'anima stessa di ciò che mi è stato insegnato.
Poi mi fermo, chiacchiero con qualcuno, guardo i raggi del sole e di colpo mi rendo conto che le effimere sono anche insetti, farfalle ad esempio, e che sono bellissime.


presa da qui

mercoledì 29 luglio 2009

Aspettare


Ci sono attese che, nonostante tutto l'apparato di consapevolezza, esercizi di meditazione e centratura su di sé che una ha accumulato, logorano. A volte anche aspettare una metropolitana o un autobus diventa logorante. Ho fretta e questo mi frega. Non so più stare lì con animo sereno a lasciar scorrere i minuti, le ore, che mi separano dal qualcosa che sto desiderando. Un tremore interno parte, la testa si riempie di pensieri rumorosi, di ipotesi catastrofiche, di panico in sostanza. Tanto più è importante ciò che aspetto e tanto meno sono sicura del risultato, tanto più la testa parte in un turbine. In fondo basterebbe poco. Basterebbe fidarsi di sé stessi, basterebbe non consegnare la propria anima ad altri, basterebbe mantenerne il possesso sorridendo.

Vive sepolto chi si consegna ad altri.
E chi all'altro che sepolto ha in sé.
Non potrò, Signore, da me qualche volta
sciogliere le mie mani?
(Fernando Pessoa)

giovedì 23 luglio 2009

Inutile

Parto da un post del mio amico gillipixel. Parto talmente tanto da lì che gli "rubo" pure il titolo. Il post di gillipixel ha tirato fuori dal database che ho in testa un mare di informazioni, idee, brandelli. Oggi ne elaboro qualcuno. Ha tirato fuori i ricordi dei miei studi di teoria dei giochi e delle decisioni, in cui si passavano ore a ragionare sulle funzioni di utilità. A seconda del problema che si poneva si costruiva un'opportuna funzione che descrivesse, misurasse secondo una logica scelta, l'utilità (o inutilità) di una specifica soluzione. In quel corso mi sono trovata davanti alla formalizzazione matematica di un'idea che avevo sempre avuto: ogni evento, avvenimento, situazione, ha una sua funzione di utilità associata. Quella funzione (bellissimo oggetto) che cambiava a seconda delle situazioni, permetteva di verificare un fatto fondamentale: ciò che funziona in un contesto può essere dannoso in un altro. Uno dei problemi fondamentali del mio vivere, e credo del vivere di molti, è che applichiamo la stessa funzione di utilità a tutte le situazioni. Per cui diventa inutile la brezza fra i capelli, mentre si corre a perdifiato fra l'inutilità smeraldina di un inutile prato inutilmente rigoglioso sulla soglia della più inutile delle primavere, inutile è guardare l'ombra sul muro all'alba di un giorno nuovo, osservarla con stupore, come fosse la prima volta che la vedi; appare senza senso il passare un pomeriggio a ridere di nulla con gli amici o a letto con l'amato/a a far l'amore, a scherzare di tutto, anche dell'amore stesso. Cosa hai prodotto? Cosa hai realizzato?
In realtà hai prodotto molto, hai realizzato un'enormità. Ti sei creato uno spazio di benessere che ti da forza, hai ricaricato le batterie, dato energia alla tua anima. Ora puoi di nuovo affrontare le richieste di chi ti sta intorno, le contraddizioni con cui devi fare i conti ogni giorno, l'esercizio del controllo che ti rende sociale e la moto che si rompe e i mille piccoli guai delle giornate nel frullatore. Non esistono cose inutili nella nostra vita. Ogni incontro, ogni momento ha una profonda "utilità", è sempre un'occasione per imparare. Dal dolore che a volte proviamo, dai piccoli e grandi scontri che ci accadono, impariamo. Be' se lo vogliamo, se siamo cioè capaci di cambiare la nostra funzione di utilità con grande frequenza, se sappiamo adattarla ai momenti, ai luoghi, alle persone. In altre parole, se sappiamo sperare che le cose intorno a noi vadano in un certo modo anziché aspettarci che vadano in quel dato modo. La delusione, la frustrazione, spesso ci bloccano, ci impediscono quella flessibilità che serve per imparare, per scambiare calore e informazioni con altri esseri umani (in fondo null'altro conta davvero).
Io poi, in fondo all'anima, sono una giocatrice. Non una giocatrice di carte o roulette, il mio giocare è nel vivere. Ambisco a premi altissimi, quindi, non ho paura di buttare sul tappeto verde (come un prato) quanto ho di più prezioso: me stessa. Cerco di non farlo in modo cretino, anche se a volte sembra così. Ma la mia farloccaggine fa sì che io ambisca ai premi più cospicui e quindi corra, apparentemente ignara, rischi enormi. In realtà è solo che la funzione di utilità che sto usando in quel momento è molto diversa da quella di chi mi circonda e mi da della fuori di testa. Mi è stato detto spesso "ma guarda che così finisce che ti fai male", "ma guarda che poi soffri". Certo che a volte soffri, che poi stai male, ma in quella specifica situazione ci volevi entrare, ci dovevi entrare se volevi imparare quel certo numero di cose. Volevi sapere delle cose che solo là potevi incontrare. E poi per me la vita non è un gioco a somma zero, non c'è chi vince e chi perde, di solito si vince insieme o si perde insieme... ma questa è un'altra storia e ne parlerò un'altra volta.

Sono stato educato dall'Immaginazione
ho sempre viaggiato dandole la mano,
ho amato, ho odiato, ho parlato, ho pensato sempre per questo,
e tutti i giorni hanno questa finestra davanti,
e tutte le ore sembrano mie in questa maniera.
(Fernando Pessoa)

giovedì 16 luglio 2009

Con gli occhi al cielo?


Nel corso della mia vita mi è stato detto più volte che "vivo in un altro mondo", che "non guardo per terra", anzi che ho "il naso per aria". A volte mi è stato detto con un sorriso, altre come un'accusa. Diciamo che, sopratutto in certi ambienti nei quali è un valore guardare il mondo stando raso terra, la seconda opzione è stata la più frequente. Nell'adolescenza, in particolare, la mia modalità un po' astratta, ricca di ipotesi, spesso immaginifica, di interpretare il reale mi ha causato non pochi guai. Se c'è una cosa che gli adolescenti non sopportano è l'incertezza, già ne hanno a vagonate di loro, figuriamoci se apprezzano una che arriva e gli ci mette altri dubbi, crea ipotesi e parla di storie alternative, appoggiando il tutto sul vivere quotidiano che fa abbastanza paura di suo. Così mi sono ritrovata a fare la giovane disadattata, l'elemento anomalo che mai si inseriva del tutto nei branchi di adolescenti e che, se si inseriva, veniva espulso rapidamente. Crescendo però le cose sono migliorate. Intanto perché ho cominciato a conoscere altri disadattati come me e a scoprire che sono molto divertenti e affettuosi, poi perché ho cercato di indagare cosa effettivamente volessero dire quando mi dicevano che "non stavo a questo mondo".
Da un lato è vero che qualche problemino con il reale lo avevo. Il mondo intorno mi faceva schifo, erano tutti molto aggressivi e incazzati, mi davano della deficiente ogni 3 minuti oppure non si accorgevano proprio che io fossi lì (eppure ero bella evidente, specialmente nella fase capelli dritti in testa). Così me ne andavo in mondi alternativi, immaginavo il come-poteva-essere e mi sentivo meglio. Invitavo spesso gli amici a seguirmi, con scarso successo nella maggior parte dei casi. Ad un certo momento ho capito che questo modo di agire non era proficuo, sopratutto perché, alla fine, si concretizzava con il dare anche un po' di numeri, Ho guardato come stava la zia (cliccare qui per alcuni esempi) e mi sono data da fare. Ho chiesto aiuto a destra e a manca (per la verità mi manca solo una gita a Lourdes per chiedere il miracolo, poi ho fatto quasi tutto) e alla fine me la sono cavata. Però quella vena di pensiero "anomalo" che avevo mi è rimasta. Qualche volta la sfogo qui sopra, quotidianamente mi esce anche se, forse, non dovrebbe. E quindi inviti alla diplomazia, a tenere i piedi a terra e a non "aumentare la confusione con strani ragionamenti". La mia modalità, sostanzialmente, consiste nel guardare gli accadimenti ricordando che esistono le storie alternative, spostando lo sguardo dal punto di vista raso terra che mediamente vedo utilizzare. In effetti tendo ad alzare gli occhi verso l'alto, verso ciò che poteva essere e non è stato. Cerco una prospettiva che non si limiti al solo rettangolo di terra su cui poggio i piedi, ma che includa anche altro: il contesto e il possibile. Secondo me non sto con gli occhi al cielo, anzi, ma do questa impressione di astrazione solo perché il mio modo di porre le cose include (o cerca di includere) l'incertezza che è insita nella realtà. Il mio parlare contiene spesso frasi tipo "ma no, non prendertela, potrebbe anche essere peggio..." con successiva sceneggiatura del come-poteva-andare-peggio,"permettimi di fare un'ipotesi..." spostando, magari, l'attenzione del mio interlocutore dalla sua personalissima incazzatura e ipotizzando un tracciato alternativo. Insomma gioco un po' sul paradosso. Il risultato è spesso un ragionamento apparentemente dadaista, surreale, altre volte è molto saggio ed azzeccato, permette a tutti i presenti di spostare l'attenzione dal fattarello che sta creando un conflitto, altre ancora è solamente comico. Per fortuna.





sabato 30 maggio 2009

lentamente


immagine da qui
In analisi numerica esistono degli algoritmi per la soluzione approssimata di equazioni, sistemi di equazioni e calcolo di integrali che sono efficaci, eleganti e lenti come lumache. In che senso lenti? Be' nel senso che ci mettono molto, molto tempo per arrivare alla soluzione o a trovare "l'ottimo" (in senso matematico) che si sta cercando. Non tutti sono lenti, ma certi lo sono, se il problema è molto complicato è meglio non usarli, ma ciò non toglie nulla al loro fascino. Ebbene sì, questi aggeggi di calcolo mi hanno sempre affascinato (lo ammetto io sono di quelli che trovano poetica la matematica ed annessi e connessi). Non sempre afferro al volo il loro funzionamento, spesso ci devo pensare un bel po' prima di capire che fanno, immancabilmente però, quando capisco, è una specie di epifania e sono felice. Spesso sono idee semplici, che le guardi e pensi "ma certo è ovvio!", altre volte no, sono complicatissimi e chi li ha messi insieme doveva avere un terribile mal di pancia quel giorno, per cui si incartò in qualcosa di terribilment complesso pur di non pensare alla nausea.
Al di là dell'aspetto tecnico, dell'utilità di questo genere di cose, lo studio, la lettura a tema matematico ha sempre provocato in me dei voli della mente, il generarsi di associazioni improbabili, il crearsi di immagini. Ad esempio, in un'epoca di overdose di calcolo infinitesimale, chiudevo gli occhi e vedevo danze di integrali e derivate di vario ordine e genere crearsi davanti ai miei occhi, coreografie complesse e colonne sonore variegate che fluttuavano dal minuetto all'hard rock, a seconda della stanchezza e dell'ora del giorno o della notte.
E' dunque inevitabile che anche gli algoritmi di approssimazione numerica evochino immagini e pensieri vari. Infatti esistono persone nella mia vita con le quali sono arrivata all'ottimo usando algoritmi come quelli citati, piano piano, un giorno un passo avanti, un altro giorno un salto lontano, poi una sosta intrappolati da un "ottimo locale" (una di quelle fosse in cui cadono questi algoritmi e ci mettono del tempo ad uscirne), nel quale abbiamo diguazzato per un po'. Senza essere però soddisfatti. Allora via un altro salto lontano. La macchinetta di calcolo continua a girare. Ci si scruta, ci si annusa, ci si sfiora, si parla pure poco. Poi, ad un certo punto, finalmente, l'algoritmo converge. E allora si sta lì e ci si ama e basta. Con a. è stato così, con pochi altri anche. Ci siamo girati intorno per intere epoche senza mai fermarci da qualche parte. Poi una qualche circostanza, il nostro vagare inquieto per la vita, ci hanno condotto, proprio come un algoritmo alla Newton-Raphson, alla soluzione più stabile, ottimale. Nulla garantisce che poi non si riparta per altre vie, certo, siamo umani non sistemi di equazioni, ma certo è che quel che si è trovato è davvero molto molto prezioso. A. chiama questi legami covalenti, perché le piace la chimica, sono quei legami tra atomi che ci mettono molto tempo per crearsi (io sono una zappa in chimica quindi si prenda da qui solo il senso poetico please) però per romperli occorre una fortissima immissione di energia dell'esterno. Ci sei arrivato lì, è l'ottimo per te e l'altra persona, ormai ognuno "sa" l'altro senza bisogno di raccontare la storia intera, basta stare insieme, anche in silenzio.

Fra la calma e l'albereto,
fra la radura e la solitudine,
il mio vaneggiamento passa timoroso
conducendomi l'anima per mano.
È tardi già, e ancora è presto.
(Fernando Pessoa)

mercoledì 27 maggio 2009

Passaggi

Esistono dei tempi di passaggio, momenti della vita nei quali, senza sapere dove stiamo andando, sentiamo che sta cambiando qualcosa di molto profondo. I segnali sono vari, dal frullatore che si rianima e viene però rapidamente spento, al modo in cui affrontiamo cose terribili che accadano attorno a noi. Rispetto a queste possiamo molto poco, ma ad esempio riusciamo ad accettare la vicinanza del dolore altrui e l'empatia nostra senza fuggire. Restiamo là e viviamo quanto accade, senza porre domande, solo restando là cercando di essere totalmente presenti.
Oggi sono solo un abbraccio per chi vive quanto di peggio possa accadere, di nuovo ricorro a Pessoa e a parole sue che ho già usato:

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.

La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s'è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
(Fernando Pessoa)*

*per E. e suo figlio che se n'è andato, per P. e suo padre che ora riposa

lunedì 18 maggio 2009

Intermezzi poetici: le relazioni e i quattro elementi



Me la chiacchieravo l'altro giorno con il mio amico gillipixel, come sempre si scivolava tra il filosofico e il cazzeggio da bar dello sport, oscillando poeticamente tra i massimi sistemi e la terra di nessuno delle battutacce da terza media (regrediamo ad un'adolescenza tardiva con un certo gusto). In questo chiacchierare si è finiti a parlare di solitudine e di rapporti tra uomini e donne, quasi inevitabile essendo due single, ci si interroga sul perché e il per come si arriva ad una certa condizione, in fondo si cercano spunti di evoluzione interiore un po' in tutte le cose (dicesi anche seghe mentali, ma solo secondo alcuni materialisti storici decisamente prosaici).
Dal mio punto di vista, sul piano affettivo, ho (con una certa frequenza) come la sensazione di non poter essere reale per nessuno, mi è capitato anche che qualcuno sia arrivato a dichiararmi desiderio e persino amore, ma che se mai dovesse avvicinarsi troppo a me finirebbe con il perdersi... Di solito penso "eh la madonna! che mi sono messa addosso oggi?" però ricontrollando l'abbigliamento, la pettinatura e l'eventuale trucco, non trovo niente di strano e devo indagare meglio. Gilly mi ha dato uno spunto interessante dicendo "credo che voi donne abbiate un'energia troppo forte a volte, per un uomo". Così mi sono venuti in mente due fattori relativamente a questa dinamica del desiderare, cercare e poi allontanarsi. Da un lato c'è la paura di vivere che attanaglia un po' tutti, quel temere che un desiderio si realizzi, una sorta di timore del successo. Dall'altra c'è il sentire che quell'energia che l'altro ti propone ha in sé un qualcosa di distruttivo, di non chiaro, come se davanti avessi sì una specie di angelo, ma più luciferino che angelico. Certo possono essere proiezioni nostre sull'altro, ma la cosa è irrilevante, perché ciò che conta è la nostra percezione dell'altro. In questi casi è sacrosanto allontanarsi. Lo so sarebbe meglio e più sano smettere di trattare l'altro come se fosse un sogno o un'allucinazione per poterlo amare, riportarlo su di un piano di realtà. Io lo so vaglielo a dire a quelli che incontro ... (e qui si potrebbe aprire una lunghissima parentesi sul perché li incontro così e sulle mie responsabilità in merito, ma oggi vado su altre linee e chissenefrega della psicoanalisi e del raziocinio)
Così chiacchierando e ri-chiacchierando è venuto fuori l'intermezzo poetico, una serie di immagini hanno cominciato a formarsi.
Ogni stadio di relazione ha una sua qualità di energia, all'inizio c'è il vento, arriva quella persona nella tua vita nebbiosa e il vento spazza via la nebbia, ti sembra che il sole splenda di nuovo, che sia tornata la luce. Il tempo che trascorri insieme, qualunque cosa si faccia, lavorare, cazzeggiare, parlare piangere e persino litigare, ti ricarica le batterie, ti ridà il sorriso in mezzo ai guai quotidiani.
Poi c'è il fuoco. E lì a volte si fugge perché si teme di essere distrutti da quel fuoco, da quell'ardere interno che non si riesce a controllare e a gestire (ormoni dicono i soliti materialisti storici, ma oggi qui siamo poetici, quindi zitti lì!). Se si riesce a entrarci in quella vampa, a viverla lasciandosi anche travolgere, lasciando che il cervello se ne vada in pappa, permettendo a tutte le scemenze da baci perugina di uscire senza giudicarle né imbarazzarsi, allora poi arriva l'acqua che scorre, fresca, limpida. Si scivola insieme, si scorre nel fiume, nuotando e lasciandosi trasportare dalla corrente, si scavallano rapide e ci si crogiola nelle pozze tranquille, si vive e basta. Ad un certo punto si approda e allora c'è la terra. Molti lì si fermano, non trovano più interessante quanto accade, hanno bisogno dell'adrenalina e non apprezzano le soste, gli approdi. Ma se si riesce a entrare in quella, allora davvero fai qualcosa di speciale, puoi piantare i tuoi semi e raccogliere, goderti il grano, le fragole e tutte le verdure di stagione, preparare torte e primi piatti, godere della pienezza del tempo e della quiete comune.

Il tempo passa e un giorno, inevitabilmente e come è giusto che sia, arriva l'inverno. La terra si indurisce, diventa fredda e nulla cresce più. Ma è solo per un po' non per sempre. Se non hai paura, se sai aspettare, torna la primavera, e tutto ricomincia.

domenica 3 maggio 2009

Milonga de amor y viejas pasiones

Dovete sapere che la qui presente farlocca farlocchissima ha, nel cassetto, una serie di antiche passioni. Un po' di quelle cose che abbiamo tutti, dei avrei-tanto-voluto o mi-sarebbe-tanto-piaciuto che al presente sono ancora tali. Alcune di queste passioni le abbiamo un po' seguite, poi la vita ci ha imposto delle scelte e abbiamo capito che erano secondarie rispetto ad altre, abbandonandole. Altre erano irrealizzabili prima e a maggior ragione lo sono ora. Un esempio è il mio sogno di fare la trapezista, puro delirio onirico per una che soffre di panico da altezza (si badi bene, panico, non vertigini) e che oltre tutto non ha più vent'anni. Al massimo se mi prendo un po' di roba lisergica (tipo timballo di funghi messicani) posso avere la sensazione di essere su di un trapezio a volteggiare, ma non so bene quali possano essere le conseguenze sul piano del reale. Comunque nel mio cassetto esistono tante cose che si possono ancora fare, prima o poi studierò l'arabo e l'ebraico, tanto per dirne una. Un'antica passione me la sono andata a rinverdire e spero a riacchiappare, proprio in questi giorni: il tango. Sono stata invitata a un fine settimana con seminario di tango annesso. Mi ci sono catapultata abbandonando l'abito da criceto lavorativo e indossando rapidissima vestito e tacchi. Certo la scarsa abitudine a questi ultimi ha provocato alcuni effetti collaterali, ma a parte ciò la conseguenza primaria è stata pura felicità. Anni fa mi ero già lanciata in questa avventura, ma volli abbandonare dando priorità ad attività sportive già in corso e al lavoro che risentiva delle mie incursioni in milonga fino alle 3 del mattino. Ad un certo punto, legatami affettivamente all'ultimo convivente, cercai di indurlo, senza alcun successo, a venire a ballare il tango con me, sola il tango non si balla, mi dicevo, rinunciando per più di dieci anni a questa passione. Falsa convinzione la mia, in fondo basta organizzarsi, iscriversi ad un opportuno corso e qualche altro disperato come te lo trovi.
Ma veniamo al punto. Perché il tango mi piace tanto? Al di là della musica e dei testi di molte canzoni, è la dinamica specifica della danza in sé che mi affascina. Nel tango l'uomo conduce il gioco, guida la donna nei passi, nel movimento. La donna segue ascoltando i segnali corporei del compagno e crea il movimento ornato. Però per ottenere un risultato appena ragionevole, entrambi i ballerini devo porsi in ascolto l'uno dell'altro, un ascolto non auditivo ma cinestesico, corporeo. E' il corpo di ognuno che deve ascoltare quello dell'altro. Un po' come nel sesso ma senza l'aiuto della biologia o dell'ormone che possono supplire spesso anche a gravi carenze dei partecipanti. E qui viene il bello, si scopre di essere sordi. Scopri che il tuo corpo non è disposto ad ascoltare, non sa come fare, sei lì tra le braccia di un estraneo (anche più imbranato di te), dopo una mezz'ora di pestate di piedi, di "ops scusa non ho capito" "merda come si dava il segnale per farti girare" ed altre amenità, tra una risata e l'altra, te e quell'estraneo riuscite a fare un paio di passi, a camminare insieme, ad armonizzare, per un attimo, i corpi a tempo di musica. Ed è come essersi scambiati qualcosa di molto molto intimo. Una comunicazione sottile, aldilà del verbale che ti lascia stupita, non pensavi fosse possibile o almeno non con quelle modalità.
Il mio compagno prevalente di tango per il fine settimana è stato un signore di Bologna alla soglia dei 70, conosciuto lì al seminario (mica a tutte capita il Pablo Veron di Lezioni di Tango). Alla fine delle innumerevoli pestate di piedi, delle numerosissime risate e delle battute con citazioni romagnole a me incomprensibili, mi ha guardato e ha detto "mo che bello, mi sa che abbiamo cominciato un gran bel viaggio!". Vi avviso se strada facendo trovo un Pablo Veron.



domenica 15 marzo 2009

Affinità

A volte incontri qualcuno a cui sei affine. Ti riconosci, ti frequenti, crei qualcosa, una cosa qualsiasi ma che è tua e dell'altra persona. Poi però si interrompe la comunicazione. Qualcosa, forse nella partenza stessa, ha minato la possibilità di un'intesa duratura. Qualcosa si è messo in mezzo e trasformare è difficile. C'è l'orgoglio di ciascuno, i fantasmi del passato, perché tranne che a un anno, tutti abbiamo un passato, e questo, troppo spesso, getta ombre sulla serenità possibile. O ancora, nonostante le affinità, si comunica con il mondo in modo talmente diverso da non riuscire a capirsi, sopratutto se a distanza. Così ci si perde per strada.
Non mi è capitato spesso di perdere completamente qualcuno che mi interessava come essere umano, sia uomo che donna. Magari ho perso i contatti per un po', mi sono incartata io o l'altro, ciascuno preso in un gioco un po' perverso con sé stesso, come uno scontro, solo immaginario, a chi non voleva dire o cedere o fare un passo. A volte non ho riconosciuto io il movimento verso di me, altre volte è stato l'altro (o altra) a non riconoscere il mio movimento conciliatore. Ma nella maggior parte dei casi, alla fine, ci si è ritrovati. Con queste persone il grado di affinità era tale che questa non era stata esaurita dal gioco perverso delle rispettive menti, ci si ritrovava e si inventava una relazione nuova, diversa e spesso, molto migliore di quella proposta nella prima fase della frequentazione. Si ricominciava a creare insieme, creare allegria, solidarietà, affetto e quant'altro venisse fuori. Quelle volte in cui questo non è accaduto, poche a dire il vero, me ne rendevo conto dopo, ad un certo punto, era passato tanto tempo, magari un anno, e quella persona era sparita dalla mia vita del tutto. Allora mi prendeva un senso di tristezza, di perdita, ci eravamo, inutilmente, sconfitti a vicenda.
Non ho in mente ex-fidanzati quando dico questo, quelli, quando me li sono persi per strada, me li sono voluti perdere. Sono state relazioni esaurite (la categoria fidanzati è caratterizzata da anni e anni di frequentazione), in cui ci si è spesso fatti molto male. Penso piuttosto ad amicizie, maschili e femminili, ad ex-amanti con i quali ci si è lasciati con tristezza, malinconia, ma senza particolare rabbia. Penso a quelle amiche che hanno avuto una vita diversa dalla mia, ma che ad esempio, una volta un po' cresciuti i figli, sono tornate nella mia vita con la stessa allegria di prima. Penso a quelli che mi hanno corteggiato e se rifiutati, si sono rintanati altrove per un po' e poi sono risbucati fuori o si sono lasciati stanare da me.
Ecco io ho questa idea bislacca che se c'è un'affinità profonda con qualcuno, non ci si perda mai del tutto, che sia sempre possibile, se non ci si è fatti del male seriamente, trovarsi di nuovo, da qualche parte, in qualche modo, senza una ragione specifica e ricominciare a ridere insieme.

E le metafisiche dimenticate negli angoli dei caffè d'ogni dove,
le filosofie solitarie delle soffitte dei falliti,
le idee casuali di tanti casuali, le intuizioni di tanti nessuno,
forse un giorno, in fluido astratto e sostanza implausibile,
si coaguleranno in un Dio e occuperanno il mondo.
(Fernando Pessoa)

lunedì 9 febbraio 2009

Requiem


Foto di Sandro B.

Quando finisce il tempo di qualcosa o qualcuno si dicono tante cose, la foto di Sandro mi evoca in particolare un modo dire che da il senso del definitivo nella nostra cultura a base cattolica: metterci una croce sopra. Seppellire qualcosa, qualcuno, lasciare andare, quando arriva il momento. Non subito, mai subito. Nessuno ci riesce subito. Il Libro tibetano dei morti dice che ci vogliono 40 giorni alle anime dei morti per andarsene davvero. Quanto ci mettiamo noi per lasciare andare qualcosa che è morto? Quante volte ci aggrappiamo anche solo al ricordo pur di non lasciar andare?
Con mia madre ci ho messo anni, una notte l'ho sognata, dopo tanto tempo, erano passati 5 anni dalla sua morte, mi disse "lasciami andare, per favore". Ed io l'ho fatto. Era arrivato il tempo, il mio tempo per far questo.
Altre cose, più immateriali delle persone non riusciamo mai a lasciarle andare. Un torto subito, un dolore vissuto, un'umiliazione. Continuano a restare, ad aleggiare su di noi, dentro di noi, continuando a condizionare ogni gesto, ogni parola, anche se noi non pensiamo sia più così. Accade che ci si convinca di essere "andati oltre" un'esperienza che ci ha segnato, per poi scoprire di averne solo bloccato gli effetti. Il bloccare un'emozione però non è funzionale, se c'è dolore va vissuto, se c'è gioia va vissuta tutta, se c'è paura anche quella va vissuta. Se blocchi si forma come una pietra, inizialmente piccola, poi, come il grano di sabbia nell'ostrica, comincia ad attrarre altri granelli, diventa sempre più pesante, diventa tensione, e quindi diventa dolore fisico, reale malessere, magari un ginocchio che ci molla o un'articolazione che si infiamma, o altro. Un'emozione bloccata è una bomba ad orologeria dentro di noi.
Ecco con questo non voglio dire che se-mi-incazzo-esco-e-meno-qualcuno o sono addolorata, allora prendo il megafono e urlo ai quattro venti il mio sentire, così non mi si forma tensione interiore, no, non è questo, è solo accettare di vivere dentro di sé ciò che accade, questo prima di poterci davvero mettere una croce sopra.

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.

La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s'è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
(Fernando Pessoa)

giovedì 5 febbraio 2009

Si fa quel che si può ....

Sono mesi che ho scattato questa foto, me la riguardo ogni tanto. Le mura diroccate da cui emerge la porta nuova, il contrasto tra il nuovo e il vecchio, tra l'aperto delle rovine e il chiuso della porta. E' l'allegoria di certi momenti complicati della vita: è successo qualcosa che ha provocato rovine dentro di noi. Un evento che lascia macerie dietro di sé, che richiede un'opera di ricostruzione interiore. Quasi tutti cominciamo a ricostruire dalla porta. Prima ancora di spazzar via i calcinacci, diamo una sistemata al muro esterno e montiamo una bella porta nuova, magari blindata, la chiudiamo e ci mettiamo al lavoro dietro di essa. Ci diciamo che è una scelta necessaria, per ricostruire devo recuperare le forze, non posso permettere a chiunque di entrare e venirmi a disturbare mentre faccio pulizia, lavoro di cazzuola e cemento, cerco di risistemare gli impianti. Magari qualche ben intenzionato vuol dare una mano e poi mi incasina l'impianto elettrico... Per carità! Fuori tutti!! Per un po' sto qui con la porta chiusa, per un po' dico. Certo così facendo rischio di tener fuori anche chi davvero può essermi d'aiuto, un bravo idraulico, un elettricista capace, il piastrellista, che io poi le piastrelle non le so nemmeno montare. Ma ormai ho montato la porta e l'ho chiusa, faccio da me. Per un po' ribadisco, ma il momento di aprire sembra non venire mai.
In effetti guardo questa foto e mi rivedo, tanti anni fa, nascosta tra le mie macerie, a contemplare lividi (metaforici e reali), a sistemare oggetti, a cercare di capire come evitare altri sfaceli di quella portata. La porta chiusa per mesi, nascosta là dietro a guardare ogni tanto dallo spioncino, così per vedere se passava qualcuno. Non aprivo, se bussavano non lasciavo entrare, si poteva anche parlare un attimo sulla soglia, poi via a richiudere di corsa. Dalla soglia della mia casa diroccata accettavo poche cose, qualche idea, qualche piccolo scambio, in fondo ero lì occupata a rivivere ogni giorno lo sfacelo. Una bella cretinata in effetti. Già ero stata male e ora in quell'isolamento totale, non facevo che rivivere il dolore spaccando il capello in quattro su tutti i passaggi del già-vissuto. Fuori da quella porta avevo chiuso tutti, ma sopratutto avevo chiuso una parte importante di me, una parte orgogliosa sì, che non voleva accettare i risultati miserabili ottenuti, che parlava appunto di risultati rifiutando il termine fallimento, che si infuriava per le macerie, negandole e chiamandole invece "rinnovamento" e ripeteva "te l'avevo detto io!", una parte enormemente vitale che tra una sfuriata e l'altra cercava soluzioni, nuove idee e grandi aperture, la parte coraggiosa. Poi, come per caso, un giorno ho socchiuso la porta, l'ho vista lì, che girava, sempre davanti alla porta, con aria vaga, facendo finta di niente. La guardavo perplessa, finché si è girata verso di me e ha detto:

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.

Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.

Apri a chi non bussa alla tua porta.

(Fernando Pessoa, Se qualcuno...)
E così ho aperto.

lunedì 26 gennaio 2009

Moltitudine

Ogni persona che incontriamo porta qualcosa. Non oggetti, ma possibilità. I contatti con altri umani, sopratutto se non superficiali, ci permettono di imparare qualcosa su noi stessi, ci aiutano, volontariamente o meno, a crescere, ad evolvere. Ogni persona che entra nella nostra vita parla a qualcosa che è in noi. Ogni incontro, e per incontro non intendo il signore a cui chiedo di passarmi lo zucchero al bar o la signora che mi chiede dove sia una strada, ogni incontro, dicevo, riflette qualcosa che è in noi, così come noi siamo specchio per qualche elemento dell'altro, c'è scambio di informazioni e di cose sottili che passano e non hanno un nome. Queste sono le più preziose. Piccoli elementi di un puzzle da un miliardo di pezzi, bit d'informazione olistica quasi, spunti, che, anche inconsapevolmente colti, ci accrescono ogni giorno un po' perché nutrono una nostra parte.
Noi siamo, dopotutto, una moltitudine. Non siamo uno/a, siamo esseri compositi; una piccola folla di parti, di personaggi e personalità assortite, abita in ognuno. Ogni parte ha un suo nome e una sua voce, un ruolo, un compito e uno scopo specifico e quasi mai noto a livello razionale. Da me, ad esempio, c'è un guerriero sempre teso, una bambina che danza e salta, una saggia creatura che si aggira parlando a sé stessa, e molti/e altri sempre impegnati a farsi notare. Una pletora di creature che cercano un accordo, un riconoscimento in vita di loro stesse e dei loro scopi, cercano una possibilità di dialogo armonico spesso negata dal loro stesso eccessivo vociare. Ognuna apprende, ognuna viene toccata da qualcuno. E volendo, accetta la lezione corrente. Ognuna ha qualcosa da dare. Ognuna va alimentata, curata, fatta crescere. A livello consapevole non ho la minima idea di cosa vogliano, so solo che devono volere qualcosa di buono, anche se agiscono maldestramente. Prima o poi bisognerà trovare il modo di far capire al guerriero che la tensione non è forza, anzi è debolezza. Alla bambina che danzare e saltare è cosa che si può fare anche da adulti, così magari si deciderà a crescere. O alla saggia creatura dire che, se parlasse con gli altri non farebbe danno, al contrario, smetterebbero di prenderla per matta. Con queste abbiamo trovato spunti recenti, ci lavoriamo, impariamo e prima o poi ce la faremo. Altre parti hanno già appreso da incontri fatti, dai molti splendidi esseri umani che ho incontrati. Splendidi anche quando proprio non si sentono tali. Tutti hanno nutrito a modo loro questa moltitudine. Che in coro (finalmente) ringrazia.

C'è però, qui da me, sopra a tutte, avvolgente come il guscio di un uovo, una parte, più potente, più enigmatica e consapevole di tutte le altre, una sorta di grande madre. Questa siede, riflette nella confusione, accoglie tutti, respinge tutti, protegge e attacca. Insomma contiene tutto e il contrario di tutto. A volte si allontana, a volte cerca quiete. Cerca le risorse per pacificare in armonia la vociante moltitudine. E' lei che cerca la sintesi. Lei sa come si ascolta il suono di una sola mano. Peccato che non voglia dirmelo....

pulisco la lente
degli occhiali - anche dalla parte
dell'occhio cieco
(haiku di Hino Sõjõ)

lunedì 19 gennaio 2009

Illusioni, ad esempio I




Guardo il gabbiano, è lì sulla riva del fiume, è solo non nel solito stormo. Osserva l'acqua scorrere, i rifiuti trasportati dalla corrente. Lo guardo e immagino i suoi pensieri, lo vedo come un novello gabbiano Jonathan Livingston, isolato cercatore di verità che, escluso dallo stormo, fissa l'acqua ponendosi infinite domande, trovando risposte profonde, per poi librarsi alto nel cielo in un volo perfetto.
Ma, il gabbiano in questione si gira, fa quattro passetti goffi e ficca la testa in un mucchio di spazzatura lì vicino ingozzandosi di lordure varie. Ogni poesia è andata, ogni bellezza struggente dissolta dal gesto terreno e un po' schifoso dell'animale. Che delusione! che faccio? gli tiro il collo?
Sento già il coro: "Nooo, povera bestia! che male ha fatto è solo un gabbiano..." in effetti, perché me la devo prendere con lui per non esser come IO ho pensato che fosse? Certo mi ha rovinato il mio bel momento poetico, ma lui che centra?
Nel post precedente a questo ho parlato della fine dell'amore, dell'illusione dell'innamoramento e di quanta rabbia scatena quando viene spezzata. Era un esempio. Tutte le nostre illusioni quando vengono spezzate dallo scontro con la realtà provocano frustrazione, qualche volta ci sentiamo cretini, qualche volta ci incazziamo, altre ridiamo. La mia soluzione preferita è ovviamente l'ultima, ma so bene che se l'illusione spezzata era di quelle per noi fondanti, non ci viene da ridere affatto. Una delle peggiori in tal senso è la fine di un'amicizia. E' quasi peggio di quando finisce un amore, perché stai male altrettanto ma non puoi piangere sulla spalla di nessuno. Non è un dolore contemplato e, di solito, ti vergogni a morte a parlarne. Sì perchè se un'amicizia finisce brutalmente (altrimenti non staresti male), molto spesso, quasi sempre direi, ti rendi conto improvvisamente di quante cose dell'altro/a ti sei rifiutato di vedere, e magari non le hai volute vedere per metà della tua vita. Stai lì, cominci a scoprire le volte che quello/a ha sparso immondizia su di te senza nemmeno te ne accorgessi, vedi di colpo che certi avvisi, dati da altri, non erano maldicenze o opinioni fondate sul nulla mentre tu ti dicevi "ma no io lo/la conosco bene non è come dice tizio/a", vedi la persona davvero per la prima volta, e sì ti parte la frustrazione, ma sopratutto, ti senti un'idiota. Gli amici ce li scegliamo, non ce li da la natura come i fratelli (e su questo c'è chi la pensa diversamente), non possiamo neppure ufficialmente invocare la cecità da innamoramento. Non è prevista. E allora piano piano ci sale come un dolore al centro del petto, una cosa terribile, nera e rossa, che divora tutto il nostro raziocinio, un'ira tale che, se dovessimo incontrare l'examico/a, scateneremmo una violenza tipo dalla Cina con furore che Bruce Lee sembrerebbe nessuno al nostro confronto. Ce ne andiamo in giro così, con questa cosa dentro che non può essere neanche raccontata per pura vergogna ed autocensura.

Poi un giorno guardiamo un gabbiano, uno stupido gabbiano che sta lì e fa solo il gabbiano, a dispetto del ruolo mirabile che gli abbiamo appena, poeticamente, cucito addosso. E ci arriva un pensiero: "ma con chi sono così incazzata?" e l'orrida vocina interna risponde: "con te medesima farloccuccia mia, con te medesima".

Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima,
il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola
come una trappola da sacrificio,
è quindi venuto il momento di cantare
una esequie al passato.

(Alda Merini, da "La Terra Santa")*

*dedicata a coloro che hanno un passato da chiudere

mercoledì 14 gennaio 2009

Degli sgambetti e dell'essere adulti*


Foto di Sandro B.
Mi sta capitando sempre più spesso di parlare, argomentare e discutere su di un tema un po' speciale: le reazioni violente, in particolare, nelle interazioni tra umani. Mi spiego. A volte le persone, la vita, sembrano intervenire su di noi "a gamba tesa", ci fanno lo sgambetto o così a noi pare. Questo tipo di eventi, mediamente, provoca dolore, frustrazione e sopratutto rabbia.
Molte delle persone con cui mi è capitato di "argomentare" sul tema sostengono il loro diritto alla reazione violenta, ad incazzarsi, a mandare a.. o di qua e di là chi "provoca" il sentimento di dolore, frustrazione o malessere con il suo sgambetto. Incitano me, in situazioni simili alle loro, a reagire rompendo gambe, oggetti o quant'altro capita. Io, però, non sono quasi mai d'accordo. E' vero, anche a me è successo di provare rabbia e furore e desiderio di vendetta per degli sgambetti o simili, ma più passa il tempo e meno sono le situazioni che classifico come "sgambetti" e a cui mi sembra giustificato reagire con rabbia.
Prendiamo uno dei casi sui quali ho discusso di più con amiche e amici. La situazione in cui ci si innamora, si sale sul carro in due e l'altro, ad un certo punto, dichiara di voler scendere. Ora se questo ipotetico altro non ha millantato amore eterno, non ha giurato fedeltà fino alla morte, non ti ha fatto indebitare fino agli occhi per traslocare/aiutarlo/fare-il-giro-del-mondo, e poi neanche restituisce celermente il denaro, ma è semplicemente salito sul carro dicendo "va bene vengo, stiamo a vedere che succede" e poi scende, magari anche rapidamente, cosa c'è da incazzarsi con furia ed ira funesta?
L'innamoramento è, quasi sempre e sopratutto se molto repentino, una nostra personale costruzione, un nostro desiderio di sederci sulla nuvoletta rosa e lasciarci andare, sentirci come bimbi ed affidare tutto di noi a qualcuno come se avessimo 3 anni. Dato che quelli con cui parlo ,di solito, di anni ne hanno più di 40, questo modo di fare mi sembra leggermente fuori tempo. Innamorarsi da adulti è sì salire sulla nuvoletta rosa, ma ricordando che di nuvoletta trattasi e non di realtà assoluta. Se poi, l'altro, molto prudentemente, dice "calma però, ognuno ha i suoi tempi e la sua storia appresso" a magior ragione la nuvoletta è di vapore. Per darle consistenza bisogna avere pazienza e consapevolezza, sapere che può dissolversi in ogni momento, che ha degli alti e bassi, che a volte da rosa si fa nera. Così se la mia nuvoletta si dissolve, non mi incazzo, non posso proprio. Posso essere triste, anche molto, posso non condividere le motivazioni e le ragioni addotte per andar via, per non partecipare più (dicevasi al post precedente che ci vuole coraggio in certe cose), ma non incazzata. Anzi, riconosco all'altro il sacro santo diritto (quasi dovere) di ritirarsi se sta scomodo, se la mia (e sottolineo mia) costruzione non gli piace, la trova stretta o quant'altro, se non vuole modificarla insieme facendola diventare nostra, è cosa buona e giusta che se ne vada.
Certo se per andarsene prende il caterpillar e mi passa sopra, appena raccolgo i miei cocci e li rincollo, lo vado a cercare per mandarlo all'ospedale (vedasi post vecchi sull'excompagno per l'uso del caterpillar in questi casi, giuro che però non l'ho mandato all'ospedale, ma solo per paura delle conseguenze penali). Se così non è, se con tenerezza e anche dolore, scende, lo rispetto e continuo a volergli bene, ad essergli grata per ciò che ci si è scambiato, lascio aperta una porta, magari un portoncino, per potersi riparlare/trovare prima o poi.
Insomma gli sgambetti ci sembrano spesso tali perché distruggono una nostra proiezione, un nostro sogno, un'idea preconcetta del reale che con quest'ultimo non ha niente a che fare.

Ecco guarda caso quando dico queste cose un sacco di gente si incazza con me...

Nella strada piena di sole vago ci sono case immobili e gente che cammina.
Una tristezza piena di terrore mi gela.
Presento un avvenimento dall'altra parte delle frontiere e dei movimenti.

No, no, questo no!
Tutto, salvo sapere cos'è il Mistero!
Superficie dell'Universo, oh Palpebre Calate,
non vi sollevate mai!
Deve essere insopportabile lo sguardo della Verità Finale!

Lasciatemi vivere senza sapere niente, e morire senza venire a sapere niente!
La ragione che ci sia essere, che ci siano esseri, che ci sia tutto,
deve portare a una follia più grande degli spazi
fra le anime e le stelle.

No, non la verità! Lasciatemi queste case, questa gente,
proprio così, senza nient'altro, solo queste case e questa gente...
Quale alito orribile e freddo mi tocca gli occhi chiusi?
Non li voglio aprire per il vivere! Oh Verità, scordati di me!
(Fernando Pessoa Demogorgone)

*dedicato ad M. che mai leggerà questo post, che tanto me ne ha voluto e che, su queste cose, tanto si è incazzata senza mai capirci un tubo

lunedì 12 gennaio 2009

Estetica della malinconia


C'è della bellezza nella malinconia, ce n'è nel dolore. La stessa bellezza che trovi in certe giornate nuvolose e nebbiose in cui il mondo si nasconde, la realtà è avvolta in una cortina grigia e morbida, assume colori indistinti. Ti continui a muovere, a dedicarti alle tue attività, se puoi scegli le più allegre che, attraverso la loro essenza, diradano a tratti la nube. Crei una tela bianca sulla quale la tristezza dipinge, anzi, schizza a carboncino i contorni di ciò che vedi. Sfuma i contorni usando come spatola qualche lacrima, poche però, se no si cancella tutto. Se la malinconia è poi generata dal ricordo di cose belle, quegli schizzi diventano poetici, romantici e vale la pena guardarli, conservarli da qualche parte nella memoria per non perdere il senso di ciò che li ha generati. La bellezza che vedi la conosci, è quella delle cose che sai finiranno, che passano e lasciano sapori e odori diversi dal solito nei ricordi. Sai che come la nebbia, ad un certo punto del giorno, anche la tristezza andrà via. Sai anche che ogni momento di dolore, di tristezza, di malinconia, se lo vuoi, porta con sé una possibilità di apprendimento, di crescita a volte molto intensa. Certi dolori ci vorranno anni per metabolizzarli del tutto, altri, molto più leggeri, meno basati su radici antiche, vanno via rapidamente, sopratutto se nessuno ha infierito, se il destino benevolo, li ha causati con gentilezza, quasi con affetto, sopratutto con rispetto della tua e altrui anima. Tutti però portano messaggi e insegnamenti, estremamente preziosi. Se non avessi mai sofferto in vita mia, probabilmente, non sarei neppure mai stata davvero felice.
A pensarci bene, se trovi bellezza nella tristezza, nella malinconia e persino nel dolore, sei in una condizione nella quale "non ti ammazza più niente", sei sostanzialmente inattaccabile. Non che tu non soffra o non stia più male, no questo no, ma è cambiata la qualità del tuo sentire. Non hai più paura.
E allora quando non ti fa più paura neanche il dolore, quando la malinconia ha una sua bellezza, sai che sei vivo/a, sai che se oggi piangi, ieri hai riso e domani non importa.

per ogni istante estatico
dobbiamo pagare un'angoscia in netta e tremante
proporzione all'estasi.

per ciascuna ora amata
crudeli spiccioli d'anni -
centesimi amaramente contesi -
e forzieri colmi di lacrime!
(Emily Dickinson)*

*citando A.: dedicata a chi, con coraggio, si innamora

lunedì 29 dicembre 2008

Sogni


Oggi c'è un'atmosfera onirica nella mia testa. Il mondo si scolora e trasforma, si imbeve di segni, simboli e atmosfere rarefatte. Oggi penso ai sogni, a quelli che si realizzano, ai miei e a quelli degli altri. Penso alle immagini sfuggenti dei nostri desideri che sono e poi non sono più tali. Ai momenti di felicità fatta di attesa e di realizzazione, felicità che una volta ottenuta scivola altrove. Penso agli amori veri e presunti, agli scambi che arricchiscono i giorni, ai giochi di parole e ai pensieri inutili. Penso a me, ai mie anni, agli incontri e agli addii. Guardo indietro, faccio bilanci. Nasce un sorriso, perchè più indietro guardo, più lontano vado nel passato e più questo oggi si colora di quieta bellezza.

Quando passerà questa notte interna, l'universo,
e io, l'anima mia, avrò il mio giorno?
Quando mi desterò dall'essere desto?
Non so. Il sole brilla alto:
impossibile guardarlo.
Le stelle ammiccano fredde:
impossibile contarle.
Il cuore batte estraneo:
impossibile ascoltarlo.
Quando finirà questo dramma senza teatro,
o questo teatro senza dramma,
e potrò tornare a casa?
Dove? Come? Quando?
Gatto che mi fissi con occhi di vita, chi hai là in fondo?
Si, sì, è lui!
Lui, come Giosuè, farà fermare il sole e io mi sveglierò;
e allora sarà giorno.
Sorridi nel sonno, anima mia!
Sorridi anima mia: sarà giorno!
(Fernando Pessoa, Magnificat)