Sono arrivato fino a qui
senza morire –
e finisce l’autunno
senza morire –
e finisce l’autunno
Basho
diario poco serio per riprendersi dai travagli della vita
In uno di quei biscotti della fortuna che ti danno ai ristoranti cinesi, una volta mi è capitata una frase che non ho mai più scordato: "Non è la mancanza di ricchezza ad essere dolorosa, lo è la mancanza di condivisione". E' in nome di quel biscotto che scrivo.
Certi periodi della vita sono notturni. Non perché andiamo in giro di notte e dormiamo di giorno, no sono notturni dell'anima. Una malinconia costante che riduce l'intensità della luce, una malinconia autunnale, preludio dell'inverno in cui finalmente sarà possibile riposare. A parte la metereopatia, le sindromi premestruali e gli anticipi di andropausa, che vengono invocati a spiegazione di codesto stato, di solito c'è un buon motivo che lo sottende. Per me è quasi sempre una combinazione di stanchezza fisica ed elaborazione di qualcosa di molto molto complicato, qualcosa che risiede al fondo dell'anima e da fastidio. In questi periodi è quasi sempre buona norma igienica starmi alla larga, è fondamentale non farmi promesse che poi non si possono mantenere con certezza perché le poche forze che ho si concentrano a reggere i miei pezzi, quindi in caso di buca, e peggio ancora di buca-con-acqua (cioè senza avviso di inadempienza) divento una tigre con denti a sciabola. Detto questo e scusandomi tra me e me con chi ho morso ultimamente (anche se non leggerà mai quel che scrivo qui), proseguo.
Parto da un post del mio amico gillipixel. Parto talmente tanto da lì che gli "rubo" pure il titolo. Il post di gillipixel ha tirato fuori dal database che ho in testa un mare di informazioni, idee, brandelli. Oggi ne elaboro qualcuno. Ha tirato fuori i ricordi dei miei studi di teoria dei giochi e delle decisioni, in cui si passavano ore a ragionare sulle funzioni di utilità. A seconda del problema che si poneva si costruiva un'opportuna funzione che descrivesse, misurasse secondo una logica scelta, l'utilità (o inutilità) di una specifica soluzione. In quel corso mi sono trovata davanti alla formalizzazione matematica di un'idea che avevo sempre avuto: ogni evento, avvenimento, situazione, ha una sua funzione di utilità associata. Quella funzione (bellissimo oggetto) che cambiava a seconda delle situazioni, permetteva di verificare un fatto fondamentale: ciò che funziona in un contesto può essere dannoso in un altro. Uno dei problemi fondamentali del mio vivere, e credo del vivere di molti, è che applichiamo la stessa funzione di utilità a tutte le situazioni. Per cui diventa inutile la brezza fra i capelli, mentre si corre a perdifiato fra l'inutilità smeraldina di un inutile prato inutilmente rigoglioso sulla soglia della più inutile delle primavere, inutile è guardare l'ombra sul muro all'alba di un giorno nuovo, osservarla con stupore, come fosse la prima volta che la vedi; appare senza senso il passare un pomeriggio a ridere di nulla con gli amici o a letto con l'amato/a a far l'amore, a scherzare di tutto, anche dell'amore stesso. Cosa hai prodotto? Cosa hai realizzato?
Esistono dei tempi di passaggio, momenti della vita nei quali, senza sapere dove stiamo andando, sentiamo che sta cambiando qualcosa di molto profondo. I segnali sono vari, dal frullatore che si rianima e viene però rapidamente spento, al modo in cui affrontiamo cose terribili che accadano attorno a noi. Rispetto a queste possiamo molto poco, ma ad esempio riusciamo ad accettare la vicinanza del dolore altrui e l'empatia nostra senza fuggire. Restiamo là e viviamo quanto accade, senza porre domande, solo restando là cercando di essere totalmente presenti.
Dovete sapere che la qui presente farlocca farlocchissima ha, nel cassetto, una serie di antiche passioni. Un po' di quelle cose che abbiamo tutti, dei avrei-tanto-voluto o mi-sarebbe-tanto-piaciuto che al presente sono ancora tali. Alcune di queste passioni le abbiamo un po' seguite, poi la vita ci ha imposto delle scelte e abbiamo capito che erano secondarie rispetto ad altre, abbandonandole. Altre erano irrealizzabili prima e a maggior ragione lo sono ora. Un esempio è il mio sogno di fare la trapezista, puro delirio onirico per una che soffre di panico da altezza (si badi bene, panico, non vertigini) e che oltre tutto non ha più vent'anni. Al massimo se mi prendo un po' di roba lisergica (tipo timballo di funghi messicani) posso avere la sensazione di essere su di un trapezio a volteggiare, ma non so bene quali possano essere le conseguenze sul piano del reale. Comunque nel mio cassetto esistono tante cose che si possono ancora fare, prima o poi studierò l'arabo e l'ebraico, tanto per dirne una. Un'antica passione me la sono andata a rinverdire e spero a riacchiappare, proprio in questi giorni: il tango. Sono stata invitata a un fine settimana con seminario di tango annesso. Mi ci sono catapultata abbandonando l'abito da criceto lavorativo e indossando rapidissima vestito e tacchi. Certo la scarsa abitudine a questi ultimi ha provocato alcuni effetti collaterali, ma a parte ciò la conseguenza primaria è stata pura felicità. Anni fa mi ero già lanciata in questa avventura, ma volli abbandonare dando priorità ad attività sportive già in corso e al lavoro che risentiva delle mie incursioni in milonga fino alle 3 del mattino. Ad un certo punto, legatami affettivamente all'ultimo convivente, cercai di indurlo, senza alcun successo, a venire a ballare il tango con me, sola il tango non si balla, mi dicevo, rinunciando per più di dieci anni a questa passione. Falsa convinzione la mia, in fondo basta organizzarsi, iscriversi ad un opportuno corso e qualche altro disperato come te lo trovi.
A volte incontri qualcuno a cui sei affine. Ti riconosci, ti frequenti, crei qualcosa, una cosa qualsiasi ma che è tua e dell'altra persona. Poi però si interrompe la comunicazione. Qualcosa, forse nella partenza stessa, ha minato la possibilità di un'intesa duratura. Qualcosa si è messo in mezzo e trasformare è difficile. C'è l'orgoglio di ciascuno, i fantasmi del passato, perché tranne che a un anno, tutti abbiamo un passato, e questo, troppo spesso, getta ombre sulla serenità possibile. O ancora, nonostante le affinità, si comunica con il mondo in modo talmente diverso da non riuscire a capirsi, sopratutto se a distanza. Così ci si perde per strada.
Sono mesi che ho scattato questa foto, me la riguardo ogni tanto. Le mura diroccate da cui emerge la porta nuova, il contrasto tra il nuovo e il vecchio, tra l'aperto delle rovine e il chiuso della porta. E' l'allegoria di certi momenti complicati della vita: è successo qualcosa che ha provocato rovine dentro di noi. Un evento che lascia macerie dietro di sé, che richiede un'opera di ricostruzione interiore. Quasi tutti cominciamo a ricostruire dalla porta. Prima ancora di spazzar via i calcinacci, diamo una sistemata al muro esterno e montiamo una bella porta nuova, magari blindata, la chiudiamo e ci mettiamo al lavoro dietro di essa. Ci diciamo che è una scelta necessaria, per ricostruire devo recuperare le forze, non posso permettere a chiunque di entrare e venirmi a disturbare mentre faccio pulizia, lavoro di cazzuola e cemento, cerco di risistemare gli impianti. Magari qualche ben intenzionato vuol dare una mano e poi mi incasina l'impianto elettrico... Per carità! Fuori tutti!! Per un po' sto qui con la porta chiusa, per un po' dico. Certo così facendo rischio di tener fuori anche chi davvero può essermi d'aiuto, un bravo idraulico, un elettricista capace, il piastrellista, che io poi le piastrelle non le so nemmeno montare. Ma ormai ho montato la porta e l'ho chiusa, faccio da me. Per un po' ribadisco, ma il momento di aprire sembra non venire mai.
Ogni persona che incontriamo porta qualcosa. Non oggetti, ma possibilità. I contatti con altri umani, sopratutto se non superficiali, ci permettono di imparare qualcosa su noi stessi, ci aiutano, volontariamente o meno, a crescere, ad evolvere. Ogni persona che entra nella nostra vita parla a qualcosa che è in noi. Ogni incontro, e per incontro non intendo il signore a cui chiedo di passarmi lo zucchero al bar o la signora che mi chiede dove sia una strada, ogni incontro, dicevo, riflette qualcosa che è in noi, così come noi siamo specchio per qualche elemento dell'altro, c'è scambio di informazioni e di cose sottili che passano e non hanno un nome. Queste sono le più preziose. Piccoli elementi di un puzzle da un miliardo di pezzi, bit d'informazione olistica quasi, spunti, che, anche inconsapevolmente colti, ci accrescono ogni giorno un po' perché nutrono una nostra parte.


L'unica cosa certa è il cambiamento
Albert Einstein (forse)
Everyone sense is someone else nonsense.
Idries Shah