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martedì 14 aprile 2009

Attese


Giorni complessi questi. Molto lavoro, molto riflettere, molto altro donato e ricevuto, come per caso, in brevi attimi di condivisione rubati alla vita usuale. Tempo trascorso accanto a chi aspetta, in compagnia di quel parlare d'altro, di quel mai dire certe parole, che sottintende l'enormità di una situazione. Una tristezza sottile che si sovrappone, si mescola alla morte presente che aleggia qui accanto, tra le montagne. Un terremoto interiore si affianca a quello reale, sei lì con quell'amico e aspetti con lui, aspetti, senza mai nominare l'attesa. Ti muovi, mangi, dormi, tutto come sempre, con un ritmo quasi uguale a quello di ogni giorno, nel profondo ti senti come al centro della piazza dell'auditorium di Roma, quella piazza di astronave inventata da Renzo Piano, con quegli oggetti architettonici, enormi, incombenti, onnipresenti, locali di astronave aliena dal contenuto impalpabile, fatto di suoni. Qui, nello scorrere dei giorni, viaggi in compagnia di astronavi colme di emozioni inesplorate e temute. Aspetti e ripensi ad una poesia di Hikmet che già hai usato altrove, là con intenso ottimismo, oggi la richiami come una specie di rito scaramantico e con una vaga sensazione di urgenza.

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.
(N. Hikmet)

lunedì 15 dicembre 2008

Romanzi metropolitani


Foto di Sandro B.
Il rumore del treno metropolitano parla di stanchezza. E' tardi, nessuno sale, nessuno scende. Il ritmo delle ruote suona a metà tra jazz e flamenco, culla, incanta. Una patina di nebbia, una sera invernale, una destinazione non nota. Guardo e immagino una vita, costruisco un piccolo film, uno sceneggiato (come si diceva una volta), con protagonisti stanchi e amareggiati, proletari da terzo millennio con un lavoro un tempo dignitoso. Esseri "normali" come quelli di un racconto noir che all'improvviso scatenano la violenza inesplicabile. Violenza senza senso, attivata dalla solitudine, dal grigiore dei giorni sempre uguali e maledetti.
Oppure un romanzetto rosa, l'uomo là seduto legge una lettera d'amore, chino su di essa immagina versi di risposta, scartabella tra le poesie che conosce per meglio raccontare un sentimento che lo invade. Amori da supermercato, tremori da fotoromanzo. E intanto il treno va e l'immaginazione si scioglie in sonnolenza, in nostalgia.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno

durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell'afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.
(Nazim Hikmet)

sabato 25 ottobre 2008

Futuro



Passano gli anni, per fortuna si cambia. Non radicalmente, l'essenza di ciascuno rimane sostanzialmente identica, ma cambiano i punti di vista. Ribadisco, per fortuna. Ho trascorso la maggior parte della mia vita guardando verso il futuro, con un certo timore, con una discreta dose di paura. Il presente non mi piaceva tanto, il passato era pieno di buchi neri abbastanza spaventosi. Questo fino ad un certo punto. Poi qualcosa è cambiato, ho cominciato a pensare solo all'adesso, considerando il futuro solo quando dovevo prendere delle decisioni e valutarne le conseguenze. E' stato allora che ho cominciato a pensare a questa poesia di Hikmet come a qualcosa di verosimile:

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.
(N. Hikmet)

giovedì 9 ottobre 2008

Mare


Camminare sul bagnasciuga, sentire la sabbia sotto le scarpe, fa freddo e c'è vento. La tempesta aleggia ancora, forse ricomincia a piovere. Cammino su questa spiaggia pensando e ricordando.
Qui ho camminato con mia madre, ho passato in estate e in inverno lunghe ore con lei a non far nulla, spesso in silenzio, molto spesso a ridere e a parlare della vita e di ciò che la rende vivibile.
Mia madre diceva di essere nata in una commedia e una volta, mentre io adolescente piangevo su non so più quale tragedia adolescenziale, mi disse evidenziando l'assurdo nella mia situazione, "Vedi io sono nata in una commedia e tu sei figlia mia". Questa frase è stata l'eredità più importante che mi abbia lasciato. Era vero che lei era nata in una commedia, era vero perchè sempre e comunque ad un certo punto si distaccava da quanto stava accadendo e ne vedeva il ridicolo, l'aspetto umoristico, il paradosso. E così, magari soffiandosi il naso sul dispiacere corrente, le veniva da ridire.
Come ogni essere umano, poi, aveva la sua bella vagonata di difetti, non la farei santa manco tra due secoli. Però era una delle persone più divertenti, generose e accoglienti che abbia mai conosciuto. Accoglieva tutti, dal gattino bagnato, al disgraziato nei guai di turno, li curava, li rimetteva in piedi e poi li collocava altrove, perchè alla fin fine a lei piaceva molto stare per i fatti suoi. Per le donne della sua generazione non era cosa ovvia l'indipendenza. Anche se te la potevi permettere da un punto di vista economico vivevi continuamente un contrasto tra l'immagine femminile fornita dalla cultura dominante e il tuo sentire. Mia madre non era una donna razionale, era puro istinto, quindi ha sempre vissuto seguendo il suo sentire e pagandone il prezzo: la solitudine. O meglio nessuna amicizia se non con persone molto più giovani di lei e per forza di cose molto distanti da lei. Una solitudine dell'anima più che materiale. Mi ci è voluto molto a capire questo suo tratto, per noi, per la mia generazione e le successive, essere indipendenti, autosufficienti e quindi libere, è un valore. Quindi non capivo bene la sua passione per i luoghi isolati, per il mare meglio se d'inverno, mi spaventava saperla sola lontana da tutto e da tutti. Poi ho capito, così oggi cammino sulla sabbia la ricordo, la ripenso in questo luogo dove lei prese una casa isolata da tutto, questo luogo che scelse per celebrare la sua solitudine e la sua pace. Se ne andò sette anni fa, in agosto, all'improvviso, andò via come era vissuta: a modo suo.

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti,
arrivederci fratello mare.

(Fratello mare di Nazim Hikmet)