
Giorni complessi questi. Molto lavoro, molto riflettere, molto altro donato e ricevuto, come per caso, in brevi attimi di condivisione rubati alla vita usuale. Tempo trascorso accanto a chi aspetta, in compagnia di quel parlare d'altro, di quel mai dire certe parole, che sottintende l'enormità di una situazione. Una tristezza sottile che si sovrappone, si mescola alla morte presente che aleggia qui accanto, tra le montagne. Un terremoto interiore si affianca a quello reale, sei lì con quell'amico e aspetti con lui, aspetti, senza mai nominare l'attesa. Ti muovi, mangi, dormi, tutto come sempre, con un ritmo quasi uguale a quello di ogni giorno, nel profondo ti senti come al centro della piazza dell'auditorium di Roma, quella piazza di astronave inventata da Renzo Piano, con quegli oggetti architettonici, enormi, incombenti, onnipresenti, locali di astronave aliena dal contenuto impalpabile, fatto di suoni. Qui, nello scorrere dei giorni, viaggi in compagnia di astronavi colme di emozioni inesplorate e temute. Aspetti e ripensi ad una poesia di Hikmet che già hai usato altrove, là con intenso ottimismo, oggi la richiami come una specie di rito scaramantico e con una vaga sensazione di urgenza.
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.
(N. Hikmet)
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.
(N. Hikmet)



