martedì 23 marzo 2010

Da lì a qui ....


Pochi giorni fa passavo sotto questo ponte. Si sa, New York è come una calamita per me, vado negli States non importa a far cosa, ma lì ci devo passare. Devo percorrere le strade di Manhattan, a far nulla, a guardare, a pensare e a sognare, devo se no il viaggio è incompleto. Così anche se avevo da fare, ad un certo punto, ci sono andata. Mi sono lasciata abbracciare da una giornata di quelle straordinarie, da un cielo terso e blu, dalla folla per le strade, dalla parata del Saint Patrick Day, dalla bellezza kitsch e assurda del giorno in cui tutti sono irlandesi. Il giorno in cui tutti indossano qualcosa di verde, magari degli shorts-bordo-culo, su di un culo da un quintale, magari anche nero, con su scritto "Kiss Me, I'm Irish", o una parrucca di prestigiosi boccoli verde marziano, con sotto un ragazzino di 15 anni ubriaco che se lo ricorderà pure a 90 anni come stava il giorno dopo. E che dire delle cornamuse? e io che pensavo fossero solo scozzesi... ma a San Patrizio si suonano uguale.
A parte la parata, il casino e gli ubriachi, la città era meravigliosa, ho camminato quasi sei ore ininterrottamente, vagato per strade e parchi, ho alimentato l'anima e gli occhi con le prime gemme di primavera sui rami di Central Park, insomma mi sono fatta un regalo da regina.
Poi torni a lavorare e arriva un venerdì sera e il regalo me lo hanno fatto gli amici: serata newyorchese con tutto quel che ci vuole. Dopo tutto il sabato risali sull'aereo, bisogna fare le cose per bene e salutare degnamente il nuovo mondo prima di tornare al vecchio. Così cena, teatro e cognac dopo teatro, compagnia speciale e poi, si riparte alla volta del patrio suolo.
Stavolta, ve lo confesso, sull'aereo mi è venuto da piangere. L'aria statunitense è piena di speranza, di vita che risale, di gente che fa e vuol fare. Tornare qui dopo quasi un mese di quell'aria fa sentire tutto il peso di quel che ci aspetta, della fatica presente in ogni cosa, se, anche noi vogliamo, un giorno di questi tornare a sperare.
Così oggi sono qui, sono tornata al lavoro, anche domani tocca, e la notte è lunga e il sonno non viene. Il mio fuso interno è ancora là, ci mette sempre un po' a mollare la presa. Guardo fuori dalla finestra, vedo la città, l'altro grande amore mio, Roma. E' bello andare da un amore all'altro, da lì a qui, da un gran casino di cemento ad uno di mattoni rossi. E' bello tornare a casa, vero?




venerdì 19 marzo 2010

Only for cat lovers



E non dico altro....

venerdì 12 marzo 2010

Uno di quei giorni...


Ci sono quei giorni che ad un certo punto cominciano a prendere una piega "sbagliata". Intendiamoci io non credo alla sfiga cosmica. Di solito diamo un possente contributo alla medesima con le nostre azioni. Però qualche volta un dubbio mi viene. Prendiamo ad esempio la giornata che sta per chiudersi, qui da me sono quasi le 11pm, in Italia sono quasi le 5am, quindi per voi altri è bello che cominciato il nuovo giorno, ma per me ancora no.
Analizziamo serenamente la giornata:
  • Sveglia intorno alle 6:30 ora locale, preparazione del caffé e della colazione con contemporanea accensione del computer.
  • Plin da skype. Cose lavorative italiane da considerare. Un "già che sei lì" di qualche furbastro che fa finta di ignorare il fuso orario.
  • Bestemmia che non viene riprodotta in chat, mi occupo delle rogne italiane e faccio colazione.
  • Lavoro a un programma che deve fare certe cose e non le sta facendo, anzi mi spernacchia fuori dei risultati talmente brutti che alle 7:30 già mi viene da piangere.
  • Ri-plin da skype. Stiamo organizzando un viaggio di lavoro, il mio collega e amico con cui devo partire mi cerca per comprare i biglietti on-line sul sito alitalia. Il sito non accetta la mia carta di credito, controllo la disponibilità e ce n'è quanta ne voglio. Soprassediamo.
  • A fine mattina, con le pive nel sacco per quanto riguarda il software, vado a raggiungere gli americani. E qui c'è una parentesi gradevole, tra discussioni di lavoro e pranzo con risate.
  • Rientro in ufficio, arriva un'email. La riunione telematica che si doveva tenere non si può tenere per ragioni che non mi è dato sapere. Il dio della burocrazia ha deciso che per decidere quel che c'era da decidere, non sarebbe abbastanza legale farlo per via telematica. Mi sostituiranno nel gruppo che deve decidere. Annuisco allo schermo e rispondo che per me va bene anche se non capisco perché.
  • Arriva un'altra email, l'e-shop di libri a cui ho ordinato un regalo per un amico non lo trova e mi cancella l'ordine. Annuisco allo schermo.
  • Continuo a lavorare, a combattere con il codice, con l'ambiente di programmazione che sto usando, a dare la testa nel muro. Si fanno le 8pm e non ho risolto un cazzo.
  • Faccio caso alla mancanza di comunicazione con un paio di persone a cui voglio bene. Mi intristisco, anche parecchio ad essere onesti.
  • Passa uno degli americani, il mio preferito, e andiamo a mangiare qualcosa, siamo lessi, ma veramente lessi. Però mi tiro un po' su di morale.
  • Mi riporta alla macchina, guido in trance sotto un'acqua battente fino ad approdare al residence dove sto. Non trovo la chiave della stanza. Ho la visione della medesima sul tavolo dell'ufficio (contributo alla sfiga numero 1). Vado al front desk, aspetto che finiscano un check in, mi faccio fare una copia della chiave (magnetica).
  • Entro nella stanza e penso "finalmente...." (sospiro). Mi rendo conto di avere le scarpe piene di fango, sono finita in un'aiuola andando alla macchina. Bene, che sarà mai! prendo un bel po' di carta e le pulisco, appoggio il malloppo schifoso di lato e mi giro con movimento evidentemente sbagliato, il malloppo cade nella tazza e neanche me ne rendo conto. Tiro l'acqua (contributo alla sfiga numero 2). Si ottura la tazza.
  • Piango? non piango? no non piango. Da sotto il lavandino prendo lo sturalavandini. Lo uso e non succede assolutamente nulla. Piango? ... no non piango. Echecazzo siamo negli States no? c'è qui accanto il supermarket aperto 24 ore, vado. Piove. Entro e passo mezz'ora a leggere le etichette di tutti i liquid plummer (idraulico liquido), extra-super-powerful clogs removal (extra-super-potente elimina intasamenti) che riportano immancabilmente la scritta "do not use in toilets". Piango? no non piango, ancora je la posso fare. Vado al front desk, parliamo, pensiamo, cerchiamo del fil di ferro, non lo troviamo, ci rassegnamo. La signorina, gentilissima, mi dice "cerco una stanza libera e le do la chiave, lei vada su che la chiamo appena trovo". Vado.
  • Entro e vado in bagno, guardo la tazza, guardo lo sturalavandini, ci fissiamo intensamente e "no non la puoi avere vinta tu!" acchiappo lo sturalavandini e per 10 minuti buoni faccio del sano esercizio fisico.
Avete idea di cosa sia la gioia pura? io adesso sì: una tazza otturata che di colpo si stura alle 11pm di una giornata di merda.




sabato 6 marzo 2010

Lontano da

Sono le nove di sera di un venerdì americano. Sono qui da qualche giorno, a lavorare; niente vacanze al momento, solo l'intensità del lavoro con altri e del poco tempo a disposizione. Sono le nove di sera qui, in un altro mondo, in un luogo così lontano dal mio quotidiano, da sembrarmi un altro pianeta. Eppure ci sono venuta spesso in questo paese. Ma qui, in questa città, erano tre anni che non ci venivo. Sono qui a chiudere un cerchio, un mandala fatto di eventi impensabili, un oggetto creato dall'improbabile più che dal probabile. Un oggetto fatto di minuti, ore, giorni, anni, che sono trascorsi da allora e hanno fatto di me, oggi, qualcosa che non si poteva immaginare tre anni fa.
Cammino tra i boschi, guido per queste strade, parlo con le persone di qui. Come tre anni fa, con la stessa voce, gli stessi occhi, eppure è tutto diverso. La casa a cui tornerò è un'altra, gli amici a cui tornerò sono diversi, anche coloro che sono qui hanno vissuto cambiamenti straordinari, per loro come per me, chi contava non conta più e chi sembrava non poter mai essere vicino, ora lo è, o almeno così sembra.
Il mandala si completa, i granelli di sabbia colorata che lo compongono stanno andando al loro posto. Resteranno là, nel disegno di ciò che è stato, fino al soffio di vento che li riporterà al loro essere solo sabbia. Altri granelli già scorrono tra le dita, vanno, con il tocco dei minuti presenti, a comporre la nuova immagine, quella di cui ancora non so neppure intuire il colore.

presa da qui