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giovedì 4 giugno 2009

Ricordo di te


E' l'alba di un giorno di maggio e sto correndo in aeroporto. C'è il sole, siamo in due, corriamo contro il tempo sperando di poter mantenere la promessa fatta. Arriveremo in tempo? Lei è in fin di vita e ci eravamo promessi di ritrovarci ancora una volta prima della fine, la promessa ce l'eravamo scambiata appena 15 giorni prima. Il viaggio, per altro breve, sembra non finire mai. Il treno dall'aeroporto alla città, in perfetto orario, mi sembra vada a passo di lumaca e invece sfreccia. Scendiamo alla stazione, saltiamo sulla metro e ci catapultiamo all'ospedale. Lei è lì, piena di morfina, incosciente. Quando mi avvicino cambia un po' il ritmo del suo respiro, mi vengono le lacrime agli occhi davanti a tanta sofferenza. Penso "molla, vai, siamo qui abbiamo mantenuto la promessa, ora basta dolore." C'è sua madre, ci guardiamo, ci stringiamo una mano. E lei mi dice "Ora basta no?" annuisco. Usciamo dalla stanza è arrivata l'infermiera. Decidiamo di andare un momento a posare la valigia, l'infermiera dice che lei è stabile e che potrebbe restare così a lungo. Andiamo in albergo. Poggiamo le valige. Suona il telefono "Vi ha aspettato... ora è andata via...". Mi alzo, ci alziamo, ritorniamo in ospedale. Nella stanza entro io con la madre e la sorella. Facciamo ciò che le donne fanno spesso in questi casi: la prepariamo. La guardo, ora con il volto disteso, senza più ombra di sofferenza, è di nuovo bellissima , così come me la ricordavo. Non parliamo, non vogliamo pensare a nulla di ciò che seguirà, al vuoto, alle conseguenze, ai figli di lei adolescenti e fragili, a noi che restiamo.
Esco. Siamo all'ultimo piano di un palazzo molto alto, la luce del primo pomeriggio entra calda dalle finestre e dai lucernai. E' quasi una nebbia dorata che avvolge ogni cosa. Non ci sono lacrime, non c'è altro che un senso di ineluttabilità, di qualcosa di compiuto, un sottile sollievo per la fine di una sofferenza. Improvvisamente sento un canto, una voce di donna che intona parole in una lingua sconosciuta. Sua madre è accanto a me. Una seconda voce si unisce alla prima, poi un'altra e un'altra ancora. Il canto ha un suono che evoca qualcosa di antico. "cosa è? è così bello..." mi dice, scuoto la testa e comincio a seguire il suono. Cammino nel corridoio, ne imbocco un altro, arrivo davanti ad una stanza, da lì emerge il canto. In un letto è steso un uomo anziano, un africano. Attorno a lui quattro donne in costume tradizionale, cantano. La luce entra trasversale, sfiora le donne, avvolge i piedi del letto, il vecchio sorride, le donne si voltano e mi sorridono. Il canto è finito. Sorrido e mi giro tornando indietro. Un senso di calore mi avvolge, penso a quanto speciale sia questo momento, non trovo un senso specifico, una ragione. Sento solo, con ogni fibra del mio corpo, il momento presente.
Sono passati 5 anni da allora, forse, ora, riesco davvero a dirti, a dirmi che mi manchi enormemente. Buon viaggio amica mia.


mercoledì 13 maggio 2009

Era un pomeriggio di primavera




E' mattina, un cielo azzurro limpido e pulito, accoglie i mie occhi appena aperti. E' sabato, nessun impegno davanti, o meglio dovrei lavorare ad un paio di cose ma sono talmente stanca che rischio di fare solo idiozie. Quindi apro mentalmente l'agenda e la richiudo buttandola nell'ultimo cassetto del cervello. "Oggi cazzeggio" formulo il pensiero con chiarezza e lo stampiglio sulla giornata. Decido di muovermi a piedi, niente scooter, ritmi rallentati. Ad un certo punto della mattinata sento A.. Anche lei è a piedi, suo figlio ha avuto uno spaventoso incidente da cui è uscito completamente illeso, lui, l'unica macchina di casa invece è da buttare:
F.: Ciao, ci vediamo dopo?
A.: Sì, io devo fare alcune cose, tra cui andare fuori città per parlare con uno della macchina incidentata. Mi prestano una macchina.
F.: Vengo con te se vuoi, ho deciso che oggi cazzeggio.
A.: Perfetto! Allora raggiungimi al mercato vicino casa mia, così ci diamo alle bancarelle e poi andiamo.
F.: Arrivo.
Miracolosamente dal centro alla periferia est di Roma ci metto neanche mezz'ora. Ci immergiamo in un mare di colori, fiori, frutta, verdura, vestiti, l'orgia colorata dei mercatini romani del sabato ci inghiotte. Si chiacchiera, sdrammatizziamo l'incidente di suo figlio elogiando gli angeli custodi, ci immaginiamo vestite con gli abitini da 5 euro che solo le ragazzine di periferia hanno il coraggio di mettere e saltelliamo di palo in frasca fino all'ora di pranzo. Il pomeriggio inizia con il recupero della macchina in prestito, è il fratello di A. a darcela tra mille raccomandazioni e richieste "Mettetevi le cinture, andate piano, la macchina è nuova, non fumate in macchina!! sopratutto non fumate in macchina" Lui è più grande di A. di poco, ma si mette il cappello del fratello grande e protettivo ogni volta che l'ho visto. Annuiamo compite, rassicuriamo, promettiamo rispetto delle regole e appena girato l'angolo accendiamo una sigaretta a testa (finestrini rigorosamente aperti). Si parte. Dobbiamo raggiungere un paesino al nord di Roma, là si trova F. un amico di A. e del suo capo. Lei me lo racconta come un uomo d'oro, una persona speciale, un vero amico per entrambi con qualche pecca, ovvio, come tutti... "però ecco vedi... insomma... è un bandito" alzo il sopracciglio e chiedo chiarimenti "Sì insomma... uno un po' zingaro di quelli a cui chiedi una cosa qualsiasi, chessò un motore di BMW... e lui il giorno dopo ti fa un regalo... un bel motore di BMW... ecco uno così" annuisco "Un coatto vecchia scuola" dico "Esatto" risponde A.. Ora io da sempre ho una passione per i coatti romani vecchio stile, mi ci trovo bene, a piccole dosi ovviamente, ma di solito sono molto cavallereschi, corteggianti e, se non sono scemi, fanno battute spettacolari, quindi la prospettiva mi alletta.
Prendiamo il Raccordo anulare con tutto il traffico del sabato, un pezzo di autostrada, usciamo e, come da copione, ci perdiamo. Perché Farlocca e l'amica di Farlocca se vanno da qualche parte con una macchina in prestito mica si portano una cartina, o le indicazioni stradali, sia mai! Ci sarà la cartina in macchina ovvio no? Quindi si va e basta per scoprire che la cartina non c'è. Essendo l'epoca dei cellulari si chiama il bandito che non risponde, si chiama Lello amico del bandito, che non risponde, si parla con due signore a spasso per la campagna romana che fanno un simposio su quale sia la strada migliore per poi darci indicazioni sbagliate, si arriva ad un bar e si prende un caffè per finalmente ricevere le corrette informazioni. Arriviamo.
Davanti ai nostri occhi si apre il regno del bandito, un autolavaggio che sembra un campo nomadi, fra baracchette, chiosco, lavoranti di ogni etnia terrestre e cani spelacchiati e non. Entriamo, parcheggiamo ed A. scende. E' come se fossimo arrivate sulla croisette di Canne, il bandito la vede e si precipita, intanto spedisce il lavorante più vicino a "da 'na botta alla machina" e sopratutto sorride. E' un uomo non giovane, di un'età indefinibile tra i 50 e i 60 anni ben portati, ha la catena d'oro di prammatica ma anche un torchon piccolo, di corallo (bellissimo) intorno al collo. Gli occhi sottili, pochi capelli e un sorriso largo che gli illumina la faccia come un riflettore. Si muove con andatura rilassata, i movimenti di chi ormai nella vita si muove a suo agio, ha anche un tatuaggio su di una dito, la sua iniziale, il tatuaggio sa di mala romana. Accoglie A. come fosse una regina ed essendo io in compagnia della regina ricevo subito un'attenzione speciale. Come ogni coatto che si rispetti anche F. è sensibile, molto sensibile, al fascino femminile, sopratutto se sa di "buona famiglia" e noi di quello sappiamo. Così ci si offre un te' freddo al chiosco senza mai staccare gli occhi dalle scollature, la mia in particolare essendo nuova ai suoi occhi, ci si offrono sigarette, battute e sguardi intensi. Ci sediamo fuori ad un tavolino del chiosco in attesa di Lello amico del bandito, sarà lui ad occuparsi della macchina di A. che è da recuperare al deposito giudiziario e poi o da buttare o da riparare, sarà Lello a formulare il verdetto essendo carrozziere. Mentre sediamo là in amene chiacchiere "che ce devi da fa ca' a machina?" "Non so se vale la pena ripararla" "mbe' c'ha l'anni suoi... me sa che è mejo si a butti e te ne fai una a rate, comunque nun te preoccupà che ce pensa Lello, è 'n fratello... oh Lello è uno pulito, ma pulito pulito... " arriva un personaggio fondamentale del luogo: Zi' Giovanni, cavallaro ultra settantenne, con una pancia da autentico bevitore-mangiatore, due occhi talmente iniettati di sangue da non sapere che colore hanno, ubriaco perso ed immediatamente colpito d'amore per le signore amiche di F. Così "Si nun ve do fastidio m'accomodo" dice prendendo una sedia e mettendosi al nostro tavolo. Il bandito sorride come un ragazzino "Vieni Zi' che tanto nun ce dai fastidio, dicce dicce" e ridacchia. Il cavallaro si accomoda, "che ce fai co ste du belle signore? si posso chiede?" biascica a fatica agitando le mani. "nun te 'mpiccia, Zi' so amiche mie" ride F. noi compitamente diamo il ben venuto. F. si alza e va a cercare Lello, io ed A. restiamo al tavolo con Zi' Giovanni che attacca a narrare, il filo logico del discorso è di difficile reperimento, ma veniamo a sapere che lui abita in paradiso, tra i cavalli, là vicino "e si volete me venite a trovà" che aveva un maneggio, ma il maneggio non conviene che "nisuno pagava". Mentre prosegue la narrazione con l'attenzione di Zi' Giovanni su di me, arriva Lello e A. gli va incontro. Resto così mezza intrappolata al tavolino con Zi' Giovanni che narra, con modalità da sbronza apocalittica, le sue avventure con un "rottevailer, 'na belva, che io mica je menavo ar cane, io sdraiavo ar padrone li-mortacci-sua, che poi me fa ... tu a me li morti nun me lidichi... e se fa brutto e io allora... " sto lì e mi godo il momento di puro neo-realismo-extra-urbano. Però Zi' Giovanni sta cominciando ad accalorarsi e tende ad avvicinarsi per meglio chiarire i concetti con effetto superciuk abbastanza devastante. Intorno è un via vai di signori e signore con macchine di vario livello, coatti con auto improbabili rabberciate con pezzi da sfascio stuccati, sgommate improvvise, risate esplosive, forse un po' tossiche. La mia osservazione del genere umano presente viene interrotta (per fortuna) dalla richiesta di consulenza di A.. Sta poco più in là, a discutere con Lello su cosa sia meglio per la macchina, concludendo che va rottamata. Intanto il bandito gioca con il bambino di Lello, un bambino bellissimo con due occhi blue mare incantevoli, mentre la madre del bambino sorveglia a distanza. Il piccolo è nato sordo, ma ora grazie ad un impianto comincia a sentire, ha una vitalità e una socievolezza straordinarie. E' evidente l'amore che questi adulti hanno per il bambino. Zi' Giovanni intanto continua a sproloquiare arrabbiandosi con qualche fantasma, maledice Roma e "tutto quer casino, annate annate che se sta mejo qua". E dunque andiamo, riprendiamo la macchina, immacolata e profumata, mentre riceviamo un ennesimo invito "in paradiso" dal cavallaro, due inviti a cena e uno ad un pub (tutti dal bandito in diversi posti), ci si saluta con baci e abbracci, sono stata assimilata anch'io, merito di A. e forse della scollatura.
Al momento di andar via sono quasi le sei, la campagna romana è incantata dalla luce di fine giornata, qualche nuvola sparsa, su di una si crea come una finestra colorata, è un pezzetto di arcobaleno, un brandello di caleidoscopio, come quello in cui abbiamo trascorso il pomeriggio.

Zi' Giovanni (Foto di A.)

martedì 14 aprile 2009

Attese


Giorni complessi questi. Molto lavoro, molto riflettere, molto altro donato e ricevuto, come per caso, in brevi attimi di condivisione rubati alla vita usuale. Tempo trascorso accanto a chi aspetta, in compagnia di quel parlare d'altro, di quel mai dire certe parole, che sottintende l'enormità di una situazione. Una tristezza sottile che si sovrappone, si mescola alla morte presente che aleggia qui accanto, tra le montagne. Un terremoto interiore si affianca a quello reale, sei lì con quell'amico e aspetti con lui, aspetti, senza mai nominare l'attesa. Ti muovi, mangi, dormi, tutto come sempre, con un ritmo quasi uguale a quello di ogni giorno, nel profondo ti senti come al centro della piazza dell'auditorium di Roma, quella piazza di astronave inventata da Renzo Piano, con quegli oggetti architettonici, enormi, incombenti, onnipresenti, locali di astronave aliena dal contenuto impalpabile, fatto di suoni. Qui, nello scorrere dei giorni, viaggi in compagnia di astronavi colme di emozioni inesplorate e temute. Aspetti e ripensi ad una poesia di Hikmet che già hai usato altrove, là con intenso ottimismo, oggi la richiami come una specie di rito scaramantico e con una vaga sensazione di urgenza.

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.
(N. Hikmet)

sabato 10 gennaio 2009

Del potere curativo dei turnedos alla rossini


A volte le cose vanno in direzioni dolorose. La paura vince sul coraggio, l'immobilità sul moto, l'acqua del fiume della vita incontra un ostacolo che l'arresta. Si crea uno stagno e qualcuno ci cade. Quelle acque ferme sono fredde, scure e non generano. Cadiamo in questi stagni che creiamo noi, ci facciamo catturare dalla paura, dal timore di cambiare, dai luoghi più asfittici della nostra anima, ci facciamo imprigionare. Rifiutiamo di vivere ciò che arriva ed è prezioso pur di non correre rischi o di modificare qualcosa.
Personalmente ho combattuto strenuamente questi momenti, i miei momenti così, vedendoli come abissi, come mostri che mi tarpavano le ali, come momenti di infinita vigliaccheria che, quindi, da un certo momento in poi, ho cercato di superare. Io non scappo quasi mai. Preferisco affrontare tutto quello che la vita mi da e cerco di viverlo fino a reale esaurimento, fino a quando sento che tutte le possibilità sono state esplorate e davvero non c'è più niente da dire o fare. In passato cercavo, disperatamente e strenuamente, di convincere chi avevo intorno e cadeva nello stagno, ad uscirne. Ci ho messo l'anima in tante occasioni, mi ci sono scaricata le batterie di riserva fino a restare senza forze. Poi, sono invecchiata. Così, ora, se qualcuno che mi è caro cade in un suo stagno, anche se questo mi fa male, mi addolora, lo lascio lì. Non combatto battaglie, non cerco di trainare chi non lo vuole, magari aspetto, per un po', sulla riva. Questi stagni non sono eterni, il fiume preme e la vita continua. La bellezza del vivere crea dei salvagente, lo fa da sé, senza che io mi affanni.
Certo per un po' chi è nello stagno lo perdi. E' là nell'acqua ferma, non vuole scorrere e quindi non può camminare con te, e questo addolora. Ma se sei nel fiume c'è sempre qualcosa che scorre con te, che ti felicita, ti accoglie. Come una cena con amici, qualcuno più caro di altri, che magari cucina, cucina bene e sa cosa tu puoi o non puoi mangiare, e adatta le ricette e ti fa i tournedos alla rossini e l'antipasto e la zuppetta di farro e il millefoglie alla frutta destrutturato... e così anche la tristezza va e la vita scorre.


mercoledì 10 dicembre 2008

E P racconta



Torno e trovo una mail di una cara amica che è un magnifico racconto. Chiedo e ottengo il permesso di pubblicare.... Le dedico questa foto, perché c'è sempre luce alla fine.... a te P. da farlocca

ciao come stai supereroe di ritorno dalla città del nobel ?

eccoti il mio diario degli ultimi giorni frutto di una mattina a casa con bronchite .....

la sorella è arrivata su roma con un'ansia di chi negli ultimi 20 anni è stato male e infelice ed ora si vuole rifare del tempo perduto fottendosene di te che la supplichi " hai presente quando sei stanca, ma stanca stanca ?! ecco è il turno mio! nun me voglio ammalà, chiaro ?!? ". Programmi giornalieri da turista-kamikaze minimo 2 mostre al giorno. svicolo con difficoltà dal tour massacro.

sarà che sono stanca, sarà che alle mostre e nei musei ci son cresciuta, ho studiato arte, la amo e perciò trovo volgare il consumismo in generale, figurati dell'arte: guarda che ti riguarda e poi non ti rimane un cazzo semplicemente perché i neuroni ormai son quelli ed il cervello non sa più dove collocarle tutte queste immagini, sarà che quando guardo è come se lentamente bevessi e me imbriago più velocemente de cuando gavevo 20 ani, ciò .... le dico ma ciccia: eccoti le chiavi i biglietti dell'autobus la mappa di roma quando torni, all'ora che ti pare, c'è il pranzo pronto .... no lei vuole ME, la mia totale abnegazione e attenzione ad ogni sua esternazione a raffica di mitraglia tipo dov'èlinterrutore della luce, a che altezza è da terra ? ed io: ma ad altezza satta de gato, por via ghe xe un gato ciò in casa!

ti domandi ma chi è questa bimba di 54 anni, ma fosse vero che quando da piccola ti chiedevi se fosse davvero quella la tua famiglia e li guardavi come dei marziani quando tu vivi su venere, fosse fosse che avevi ragione? chennesò un banale scambio all'ospedale, mi hanno adottata etc., ma chi è sta donna che dice noi ti vogliamo bene, noi siamo la tua famiglia ... ma chi situ ? anzi ma di chi situ ( di chi sei, chi è tuo padre ? così si chiedeva il cognome fino a poco tempo fa )
ma chi l'ha generata, chi l'ha cresciuta e soprattutto que hé hecho para merecerme esto ? almodovar giovane fa scuola.
ecco forse da frocia sarei stata più felice, boh ci ho i miei dubbi ..

mi viene da ridere, ghe caccio il Burlo (leggi urlo), così forse mi sente e temporaneamente la smette... infatti mi dice di non urlare lo sai che mi da fastidio, ma va ?penso io la guera è guera, e aggiungo a voce alta sono io la vittima qui mi son rotta i coglioni ...

intanto chiami anche papà, perchè sennò scade l'ora per chiamarlo nel posto del cazzo migliore che hai trovato alla modica cifra di 3000 euro al mese. e lui mi dice che gli manco !! gli dico che sto lavorando e m. lo andrà a trovare nei prossimi giorni che deve aspettare natale e poi ci vediamo. e lui ma io non voglio lei, mi manchi tu.................... come biasimarlo anch'io mi manco.
appendo il ricevitore e mi esce un cazzoooooooooo a pieni polmoni, che i vicini avranno solo conferma dei loro sospetti: sono dentro una crisi di nervi, non più sull'orlo :-) e lei stupita ma che dici che fai ?
niente m., niente, cerco di sopravvivere.

penso a mamma alla sua silenziosa consapevolezza, alla sua intelligenza, al suo amore non ricattatorio, al suo non rompere mai i coglioni al prossimoooo, la ringrazio dentro di me di tanta pazienza, anche degli errori che ha fatto, dalle debolezze alle sue vette spaziali piene di aria, te faccio respirà, di quel che è riuscita a darmi, cose diverse evidentemente a me e a mia sorella 10 anni in mezzo un'altra esperienza.

la sogno pure dopo anni che non la vedevo, la sogno con l'amica spagnola morta lo scorso anno, passeggiamo insieme, sono amiche e la spagnola mi tiene per mano e mi dice vai a vivere a barcellona e mia madre l'incalza vedrai che lì stai meglio.
mi sveglio un po' turbata dall'asma notturna e dalla passeggiata tra le ombre. mi vogliono anche loro ? eh no!!

vogliono forse dirmi che 500 km son bastati tra me e mio padre ma non basteranno tra me e mia sorella ?

la sorella piccola di 54 anni, heidi come la chiama suo figlio, è partita e mi ha lasciato la bronchite e l'asma e un sogno ingombrante.

bene il diario di questi giorni vacanzieri è finito. voglio lavorà !!! e anche lì certi slalom ...

ti lascio però in bellezza (autocelebrante) con una poesia a me dedicata dallo zio di una cara amica veneziana (che è tornata a vivere con marito israeliano+ due figli a tel aviv stanchi della nostra bella italia).
lo zio è fisicamente un rasputin buono, disadattato di questa società, con una grande sensibilità, poche parole, molte sigarette, ex alcolista, uno dei pochi veneziani che di venezia ti raccontano tutto, un libro vivente, e ti conducono zitti zitti per calli e campi fino agli angoli più segreti e meravigliosi.
me l'ha scritta di getto in pochi istanti a dedica del suo primo libro ( ti guarda e in un minuto ti scrive la tua poesia, di getto, un genio...) .. mi è spuntata una lacrima ... a volte uno semisconosciuto ti sente più di un familiare.

come diceva quella Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti. poi però la internavano al manicomio....

per P.

RAMI
DI
FOGLIE
PROFUMATE

CHE
SFIORANO

CHE
COPRONO

CHE
SVELANO

CHE CREANO
UNA

CASA
TUTTA
TUA

UNA CASA
D'ARIA
UNA CASA
DI CIELO.

Giampaolo Simonetti 08.12.2000

mercoledì 15 ottobre 2008

La palla

Foto di Sandro B.

Le foto (tutte quelle che mi ha voluto mostrare) del mio amico Sandro B. mi evocano sempre qualcosa, qualcosa di poetico, di letterario. Un qualcosa, delle storie ad esempio, che io leggo (magari fraintendendo totalmente l’intenzione dell’autore) tra le luci e le ombre dei suoi scatti in bianco e nero.
Oggi ce l’ho con questa sua palla, con la geometria precisa della sfera che copre/svela l’angolo dell’edificio sullo sfondo, con tutto questo bianco travertino che sembra prendersi gioco di noi che lo guardiamo cercando di inserirlo in un contesto colorato usando la memoria.
Più guardo quella palla e più penso che da quel buco, nero nel bianco, tra un attimo, debba uscire la testa di un omino piccolo, molto piccolo che, comincerà a declamare:


Senza riguardo, senza pudore né pietà,
m'han fabbricato intorno erte, solide mura.

E ora mi dispero, inerte, qua.
Altro non penso: tutto mi rode questa dura sorte.

Avevo da fare tante cose là fuori.
Ma quando fabbricavano fui così assente!

Non ho sentito mai né voci né rumori.
M'hanno escluso dal mondo inavvertitamente.

(Mura, C. Kavafis)

venerdì 3 ottobre 2008

Camminando


foto di Sandro B.
A me piace camminare. Perdermi per le strade di una città, vagare senza meta oppure definire percorsi sia cittadini che non, masticare chilometri con le scarpe, annusando, guardando, ascoltando i luoghi e le situazioni che incontro.
Cammino da sola o in compagnia, vanno bene entrambe le situazioni. Da sola cammino sopratutto in città, in ambienti naturali non ho mai sviluppato un gran senso di orientamento e quindi preferisco andare in compagnia di chi non si perde. In città non mi perdo mai, quindi vado.
Camminare mi serve sopratutto per due scopi: puro piacere e smettere di dare i numeri (quando li sto dando). Nel secondo caso sono stata capace di camminare anche per 6-8 ore senza quasi mai fermarmi, specialmente se il dare i numeri era legato a dolori dell'anima. Tant'è che nel passato inverno ho percorso, in solitudine, un numero spropositato di chilometri. Il movimento lenisce l'anima, impone il ritorno al corpo e quindi al reale, ferma la mente che va per fatti suoi, la porta a concentrarsi sui piedi, sulle gambe, sulla strada e quindi ad abbandonare i deserti o i mari in tempesta che a volte la fagocitano. Dopo un po' la stanchezza prevale e finalmente si fa silenzio.
Nel camminare è poi possibile una dimensione di attenzione a ciò che ci circonda che normalmente non abbiamo, la macchina, la moto portano ad un non-vedere, ad un'attenzione priva di particolari tesa solo ad evitare di finire arrotati/investiti/travolti da altre macchine/moto. Così, ogni tanto, è nutriente guardarsi intorno, con calma. E non solo guardare, ma anche annusare, ascoltare, sentire con il resto del corpo l'ambiente circostante. Il nutrimento di cui parlo lo rappresentano bene il racconto Passi* di A volte penso che, la foto e la poesia che ho associato a questo post. Attimi, frammenti che evocano in ciascuno giochi di luce che improvvisamente rendono la vita non banale, anche se, a pensarci bene, non è successo proprio niente.

Il fiorire dell'incontro casuale
di coloro che resteranno sempre estranei...

L'unico sguardo indifferente ricevuto per caso
dalla straniera frettolosa...

Le parole episodiche scambiate
con il viaggiatore episodico
durante l'episodico viaggio...

Grande pena che tutte le cose non siano che frammenti...
Cammino senza fine...

(Fernando Pessoa, Poesie di Alvaro de Campos, 30 aprile 1926)
*se vi interessa cercate il Messaggio N°407 e continuate a leggere

martedì 16 settembre 2008

Il tramezzino


Immagine da qui

Qualche tempo fa mi è stata data una bella rappresentazione dei concetti di partecipazione e coinvolgimento.

"Hai presente il tramezzino uova e salame, o quello uova e wurstel?"
"Sì, certo, buoni..."
"Bene all'evento tramezzino la gallina partecipa, il maiale è coinvolto."

La differenza ad alcuni sembra poco evidente, altri la afferrano al volo, tutti però arrivano a capire che è una differenza essenziale. La gallina resta, può continuare a produrre uova, ad alimentare il mondo, il maiale, per quanto non se ne butti via nulla, ha finito di nutrire. Per altri la lettura è più autoreferenziale, la vedono in chiave di autoconservazione e non di "fornitura di servizio". Io la vedo in entrambe le chiavi.
Come già detto l'accudimento di qualcuno in necessità è parte rilevante della mia vita, in questo contesto, l'essere la gallina e non il maiale diventa fondamentale. Sia in termini di autoconservazione che in termini di fornitura di servizio.
Esistono però altri contesti nei quali l'essere gallina o maiale è piuttosto rilevante. La prima cosa che viene in mente, sopratutto a chi ha fatto parte del club dei cuori infranti (per inciso ho stracciato la tessera anch'io) sono le relazioni di coppia. Chi mi proponeva la metafora si vuole porre come gallina dato che anche lui ha fatto la parte del maiale almeno una volta in vita sua (io quasi sempre, se no non sarei farlocca).
Ma è davvero possibile partecipare e non coinvolgersi in una relazione affettiva?
Qui bisogna fermarsi un attimo e definire un po' meglio cosa siano partecipazione e coinvolgimento. Parlando con alcuni amici, in questo contesto, la prima assume un connotato negativo, un rimanere freddi e distaccati e quindi un essere fuori dalla relazione, mentre il secondo è visto in modo molto positivo e sostanzialmente necessario all'esistenza stessa della coppia. Per qualcun'altro la partecipazione è caratterizzata dal rimanere in controllo, non perdersi ma essere colui o colei che guida.
Secondo me abbiamo torto tutti.
Innanzitutto il controllo è una mera illusione e il distacco non esclude automaticamente l'amore. Troppo spesso viviamo le relazioni di coppia come un nostro sogno nel quale l'altro deve partecipare e deve farlo secondo le nostre modalità. Quando poi l'altro, di cui ci eravamo sostanzialmente dimenticati, si ribella, la cosa ci distrugge perchè distrugge il nostro sogno. Inoltre, se ci pensiamo un momento, ci coinvolgiamo, nel senso di diventare maiali, quando ci affidiamo affettivamente come un bambino si affida ai genitori: senza strumenti e senza lucidità. Se però abbiamo superato i 30 (e qui lo abbiamo fatto da un pezzo), all'ennesima scarpata in faccia, magari guardando il set di spazzole che è stato fatto con le nostre setole, forse dobbiamo cominciare ad accettare che ogni cosa ha un inizio, una durata e una fine. Se riusciamo ad immergerci in questo andare della vita naturale, siamo delle ottime galline, produciamo bellissime uova con grande soddisfazione nostra e di chi le mangia.

lunedì 1 settembre 2008

Accudimento e batterie

dall'amaca in puglia
Una delle regole d'oro dell'accudimento è: essere sempre il più possibile in forma. Mi spiego, se devo occuparmi di qualcuno in grave necessità, non posso farlo correttamente se il mio stato d'animo e le mie energie fisiche sono a terra. Devo essere in forma così da contribuire positivamente al benessere dell'altro, insomma devo trovare quotidianamente un modo per ricaricare le batterie dell'anima.
La mia estate è stata fortemente caratterizzata dall'accudimento familiare, come da post precedente si capisce che nella mia famiglia c'è chi ha davvero bisogno di una mano. A mie spese ho imparato, nel tempo, che la regola d'oro ora enunciata è fondamentale, sopratutto se si ha a che fare con persone mentalmente instabili. Il malato "mentale", per usare una definizione che non mi piace, è spesso, quasi sempre, dotato di una capacità empatica mostruosa ed è quindi fortemente influenzato dallo stato di chi gli è vicino. Un momento di disperazione di chi assiste, sopratutto se prolungato, può provocare una reazione al limite dello psicotico nel malato.
Allora non è egoismo, non ci deve essere senso di colpa (chi sa intende), se chi assiste si organizza e se la squaglia per qualche giorno. Se poi, come nel mo caso, si ha la fortuna sfacciata di avere amici/che eccezionali, sia in loco per seratine edificanti, che in luoghi più che ameni, bisogna, si deve, schifosamente approfittarne per il bene dell'intera comunità. D'altra parte , quest'anno, ciascuno aveva i suoi di accudimenti e così tu ricarica me che io ricarico te.... Grazie, grazie!!!


a mollo nello jonio

venerdì 8 agosto 2008

gita in moto




Con maus si fanno gite in moto. Lui ne ha due, una molto amichevole con il/la passeggero/a, l’altra scontrosissima. La prima è una BMW, l’altra una Kawasaki. Con la seconda si arriva si e no al bar, oltre ci vuole il carro-attrezzi per tirar giù il malcapitato/a che siede dietro, sopratutto se, come me, non più ventenne. Infatti la postura richiesta prevede ginocchia ad altezza orecchie e piegamento in avanti verso il conducente a cui è necessario abbrancarsi per non cadere, con ovvie conseguenze nefaste in caso di mantenimento prolungato della condizione. Con la prima invece, puoi seguire maus ovunque pure se sei ingessato. Il passeggero/a comodamente allocato al suo posto, può felicemente godere delle gioie del paesaggio, meditare sull’esistenza e godersi il vento.
L’ultima gita fatta è stata basata sulla scusa “andiamo a trovare gli amici a Lauria”. La zona merita paesaggisticamente e gli amici che vi abitano pure. Il viaggio non è molto lungo e si può decidere se farlo tutto in autostrada oppure no. Così si parte. Io non ho un abbigliamento molto tecnico per le due ruote dato che ho uno scooter, anche se ci viaggio, la velocità è sempre limitata e vado a piccole tappe, poi sono un’incosciente e quindi non ho paraschiena-gomiti o altro né un casco integrale, però ho i vestiti da pioggia. Mi si presta un paraschiena con il quale mi sento una tartaruga ninja e un casco integrale di opportune dimensioni. Si parte. Dato che si lavora si parte all’ora di pranzo, che è ovviamente un’idea geniale dato che siamo in agosto. Temperature sahariane ci accompagnano già dal raccordo anulare, ma il morale è alto e l’andare divertente. Nuvole, bianche e leggere ci accompagnano. Tutto procede splendidamente fino a Salerno. Piano, piano il cielo si scurisce, da candide e leggere, le nuvole, si fanno nere e pesanti

Sosta vestizione precauzionale, si riparte.



L’idea si rivela ottima dato che comincia a grandinare. Impavidi si prosegue ancora un po’. Nuova sosta per massaggiare i lividi mentre il dio della pioggia decide di affogare il cilento e ci si mette davvero d’impegno. Continuando, arriviamo all’altezza di Padula dove tutto si ferma. Dal camper al passeggino, tutti in colonna. Le moto, piano, piano, svicolano, ci mettiamo quasi due ore per superare Lagonegro, tra interruzioni e cambi di viabilità a zig zag, lungo la A3. Finalmente usciamo a Lauria nord.
Lauria è un paesone di circa 13000 abitanti sparpagliato sulla costa di una montagna, molto bello e molto complicato, anche perché i nostri amici, come il resto degli abitanti del luogo, hanno delle serie difficoltà a fornire indicazioni stradali intelligibili. Vagando per il paese alla ricerca della casa degli amici, chiediamo lumi in giro e otteniamo significative indicazioni quali “vada giù di qua e quando arriva in cima giri a destra” indicando una discesa. Interrogandoci sul concetto di “giù” ed “in cima”, proseguiamo. Ad un certo punto telefoniamo, alla domanda dove siete ovviamente nessuno dei due è in grado di dare una risposta informativa (“a Lauria” non dice nulla). Viene allora chiesto a maus di descrivere quello che vede e lui descrive. “uhmm mi dispiace, non so proprio dirti dove stai… “ “echecazzo ci abiti tu a Lauria mica io”. Con un paio di altri moccoli e molta ilarità riusciamo ad arrivare. 6ore e 30 minuti circa per fare 430km.
Il paesaggio è spettacolare, la casa degli amici bellissima ed affollata di altri amici provenienti da varie parti, chi sosta andando in vacanza, chi come noi, sta facendo una breve fuga. Siamo tutti alloggiati insieme… bello no? Assolutamente sì, se si hanno i tappi per le orecchie, in caso contrario la situazione provoca veri e propri attacchi di panico nel corso della notte, ovviamente non ai russatori. Ma il morale resta alto, i tappi per le orecchie li trovo subito, la compagnia, sconclusionata e di animo leggero, non può che essere apprezzata. Così si arriva alla sera successiva, nella quale noi in moto dobbiamo raggiungere gli altri macchine-muniti, al mare dove si cena. Le indicazioni del nostro ospite sono stavolta, apparentemente, chiarissime “siamo al castello a Praia a Mare”. Pochi chilometri di superstrada tra i monti, ci portano a valle, la gita varrebbe anche solo per fare questo tratto.
Una volta raggiunta Praia a Mare, che ad agosto somiglia alla tangenziale est di Roma all’ora di punta, chiediamo del castello… a Praia a Mare non c’è un castello. Per fortuna troviamo un turista che capisce la nostra situazione e ci dice di prendere il lungo mare verso la nostra sinistra che in fondo c’è una cosa che somiglia ad un castello. Andiamo. Il lungo mare però è interrotto, da lì si dipartono 3 strade. Telefonata all’amico di Lauria. “dove siete?” ….. “descrivimi quello che vedi”….. “no, non so proprio dove siete” maus da la testa (con casco) sul serbatoio, poi colpo di genio: “passami l’amico di Milano”… così siamo arrivati al ristorante accanto alla Torre di Fiuzzi e davanti all’Isola di Dino landmark notissimo del luogo.
Il ritorno a Roma lo abbiamo fatto in 4ore e mezza circa, con il fresco e dopo un’ottima notte di sonno. Una passeggiata.

sabato 26 luglio 2008

Conosco maus da una vita, giuro che non pensavo di avere un'influenza nefasta su di lui....

martedì 22 luglio 2008

Ah... l'amore


Ho un amico che dipinge, disegna, scrive, costruisce robot, una persona davvero poliedrica e molto romantica. Infatti si innamora una volta alla settimana. Di questi amori, eterei e delicati, fa sopratutto arte. Ama le illusioni che intravediamo tra i colori della realtà, in fondo a secondo di dove batte la luce vediamo cose e colori diversi, sentiamo cose diverse, abbiamo necessità che, al cambiare dell'ombra, cambiano anch'esse.
Queste immagini che il pittore mi trasmette mi hanno portato, per contrasto, ad un altro amico. Lui è un monogamo (cosa rarissima tra i maschi della specie umana). Finchè è in una relazione c'è solo quella. Il punto è che le sue relazioni durano un tempo finito e a volte non molto "esteso". Mentre il pittore sublima, lui ha il problema di chiudere senza infliggere dolore. Insomma sono due brave persone entrambi ma una pone un problema interessante: la temporaneità.
Riflettendo una soluzione possibile per questo vivere temporaneo, senza progettualità che non riesce a chiudere davvero senza dolore c'è: i fidanzamenti a tempo.
Non è un'idea nuova, Fabio Volo c'ha costruito un libro intorno, non particolarmente bello, anche perchè non segue l'idea fino in fondo. Però la enuncia e quindi sia dato merito a chi per primo tira fuori un'idea.
In certi periodi della vita sarebbe opportuno esplicitare la necessità di temporaneità, di movimento, di instabilità, l'assenza di progettualità. Ci si trova, ci si da un tempo finito di follia amorosa totale. Nel periodo ci si autorizza a scambiare tutto ciò che si vuole. Si mette in chiaro tutto ciò che è consentito (io per esempio non sopporto le raffiche di sms con pensierini in stile baci perugina, mi fanno venire le carie solo a leggerli, e dovrei dirlo). Poi ognuno per conto suo. Be' il contratto è rinnovabile, ma a brevi trance da verificare rigorosamente ogni volta. A costo di mettere tutto per iscritto.
Pensate che senso di libertà estrema che da una cosa del genere. Un po' come quegli amori adolescenziali che si vivevano al mare, avevi un mese, due settimane, poi ognuno tornava alla sua città e tutto sarebbe finito per forza. E allora potevi persino giurare amore eterno e crederci per quel tempo che c'era. Illusioni, certamente, quando poi era la realtà cittadina ad illuminarle, ne vedevi bene il colore temporaneo in tutto il suo fulgore. E allora perchè non estendere la modalità ad altro contesto? Come per l'idea del muretto di cui al post precedente, un recupero adulto di una realtà adolescenziale, un recupero consapevole della labilità del vivere tipica di quell'età della vita.
L'unico problema che vedo è che quasi sempre una delle due parti non ci crede, non crede alla temporaneità, all'aleatorietà della situazione. Ma almeno chi ci crede potrà dire "ma io te lo avevo detto... anzi scritto".

sabato 19 luglio 2008

Club





Il mio amico del club dei cuori infranti ha stracciato la tessera del club: è guarito. Mentre mi congratulo ci auguriamo una mia pronta guarigione, ci stiamo cominciando ad annoiare della mia periodica melancolia.

Il club da lui abbandonato non è però l'unico club di cui siamo membri attivi. Da quando abbiamo entrambi cambiato casa abitiamo vicini, 5 minuti di motorino, 15 a piedi. Si è così ripristinato un sano, direi, comportamento adolescenziale: suona il citofono "che fai scendi?" Insomma siamo tornati al muretto. Il muretto è per forza di cose demograficamente molto più variegato. Ora ci sono figli e figlie, nipoti e parenti, amici e amiche di ogni età. Non si va più lì a cercare un'identità ma a godersi la propria.
Dunque lunga vita al muretto ed hai suoi adepti!

lunedì 14 luglio 2008

Briciole


Nelle separazioni vige una regola cautelativa e aurea che andrebbe sempre seguita al fine di farsi il meno male possibile (reciprocamente): liberarsi rapidissimamente di proprietà comuni, oggetti dell'altro in nostro possesso e scuse varie per ri-incontattarsi. E' una regola d'oro, serve a sopravvivere con il minor numero possibile di ossa rotta, ma nessuno o quasi riesce a rispettarla. Personalmente ho fatto parte della categoria più diffusa di "oggetti/scuse" per non separarsi del tutto, sono infatti figlia di divorziati. Divorziati che hanno continuato a parlarsi, confidarsi, aiutarsi fino all'ultimo giorno della vita di uno dei due, quindi per più di trent'anni dopo la loro separazione. Ora questo può essere bene, ma può anche non esserlo, dipende dalla misura con cui si fanno le cose, come sempre. I miei erano legatissimi, il che ha creato ad entrambi non pochi problemi (sopratutto a mio padre che è comunque legatissimo anche alla seconda moglie... separato anche da lei... mi sa che ha delle difficoltà a separarsi in generale lui), erano anche legati da un discreto numero di figli e quando ne sono arrivati altri tutti hanno accolto tutti. Molto bello, sopratutto perché ci ho guadagnato un fratello meraviglioso. Ma le cose non vanno sempre così bene. Molti buttano sul negativo il desiderio di non mollarsi del tutto e partono con separazioni giudiziali che vanno avanti per 10 anni, scannandosi selvaggiamente sul servizio di cucchiaini di silver della nonna peppa e la pendola dello zio gustavo, oggetti che durante la convivenza non avevano gettato a fiume solo perché doni di nozze che andavano mostrati in caso di visita. Esistono poi le vie di mezzo, le normali follie non particolarmente eclatanti, come continuare a frequentare la stessa palestra, lo stesso gruppo di meditazione zen o affrontare a puntate brevissime lo svuotamento della soffitta/cantina in cui sono conservati oggetti di entrambi. Così magari lo/la incontro per caso, lo/la chiamo per quei calzini norvegesi che gli-piacciono-tanto-e-ce-li-ho-io.... Da questo perverso meccanismo non è esente né l'abbandonato né l'abbandonatore, a meno di rare eccezioni. Certo se vi siete separati/e da uno/a che alla fine odiavate con tutte le vostre forze una cosa del genere non la fate, se trovate i calzini norvegesi gli date fuoco e basta.
Perché accade tutto questo? be' se fossimo capaci di lasciar andare davvero le cose della vita nel fiume del vissuto e fossimo capaci di accettare il continuo mutamento dell'esistenza, osho sarebbe morto povero e il papa vivrebbe a Tor Bella Monaca e non a San Pietro.
Nel nostro piccolo, nella nostra non belligerante separazione, io e il mio ex non siamo esenti dal fenomeno. Sopratutto lui manda piccole cose, link a prodotti della sua creatività o inviti ad eventi che lo riguardano, tutti da me rispediti indietro con qualche commento sarcastico o acidità. Dopotutto sono io quella rigida che non accetta di escludere solo il rapporto di coppia dal nostro rapporto... Comunque al ritorno dagli stati uniti trovo pacchettino con piccolo dono (molto significativo) e bigliettino di auguri per il compleanno. L'effetto è devastante (ovviamente), mi riporta indietro di mesi, lacrime e disperazione. Però ringrazio compitamente per email... segue email che ringrazia del ringraziamento e qui si rischia il loop. Allora rifletto, cosa è rimasto di tenue scusa per sentirsi? La cantina! oddio sono mesi che devo affrontare la mia cantina, quella di una casetta di mia proprietà dove vive un amico e dobbiamo metterla a posto... lì certamente c'è roba sua. Parto all'attacco e trovo ovviamente l'equivalente dei calzini norvegesi. Quindi impacchetto tutto chiamo un'amica (più mia che sua) che senza problemi fa da tramite, consegno tutto e mando email. Ne parlo con il mio amico del club dei cuori infranti, che è riuscito a liberarsi di tutte le scuse con una velocità impressionante. "echecazzo mi sembrate pollicino con le briciole di pane per ritrovarvi!" Ehm è vero ma speriamo le prossime se le siano già mangiate i merli.

venerdì 13 giugno 2008

Canada: la gita





Che cosa fare quando ti danno una mezza giornata libera nel mezzo della British Columbia? Le proposte sono varie, passeggiata lungo il lago, giro per le case vinicole locali oppure per la ridente cittadina. Nessuna della opzioni ufficiali cattura la nostra fantasia, ma per fortuna, abbiamo la macchina!

Data l'immensità dei luoghi ci sembra molto più interessante semplicemente prendere la strada e andare, senza una vera meta, solo andare e guardarsi intorno. La gita è delimitata solo dall'orario, ovvero ad una certa ora giriamo la macchina e torniamo indietro.
Con il Conte al volante ed io come navigatore, imbocchiamo la highway 97 e andiamo verso nord, se ci riusciamo arriviamo alle montagne rocciose, ma è una meta molto ottimistica. Strada facendo incontriamo varie cose interessanti, un gommista che ha completamente ricoperto il negozio di copriborchie ad esempio,
una serie di attrazioni turistiche demenziali che vanno dal castello della foresta incantata in plastica grigia e blu (il Conte si rifiuta di fermare la macchina per farmelo fotografare) ad un motel a forma di castello tutto in onduline rosse
oppure un posto dove per 10dollari canadesi ti fanno passare su di un ponte sospeso su di una cascatella... insomma là dove la natura è magnifica, l'opera dell'uomo lascia un po' a desiderare almeno in termini estetici. Però qualcosa di davvero speciale lo troviamo sulla highway 1 all'ora di pranzo. Da lontano vediamo un tronco di cono alto almeno 10 metri, color ruggine, ci avviciniamo e sopra c'è scritto pub...
Entriamo. La torre di ferro all'interno è rivestita di legno, ci accoglie una ragazza sorridente ed un paio di anziani avventori ciarlieri e di ottimo umore. C'è anche uno spazio esterno con ombrelloni e scoiattoli scorrazzanti. Ci sediamo.



Si pranza in compagnia degli scoiattoli che combattono per le arachidi che un altro avventore ha messo a loro disposizione. Scopriamo che queste torri di ferro, dette burner, servivano in passato per bruciare i residui della lavorazione del legno, ora non è più permesso usarle a causa delle emissioni che producono (il Canada aderisce al protocollo di Kyoto e sono molto attenti alle questioni ambientali), così qui lo hanno trasformato in pub, c'è anche il karaoke la sera volendo....

Si procede tra montagne sempre più alte, fiumi in piena per il disgelo, laghi e laghetti, le case si fanno sempre più rade mano a mano che andiamo verso nord. Tutto è immenso per i nostri standard, anche in termini di bellezza. Comincia a piovere. Qui il tempo cambia ogni 20 minuti.

Verso l'ora in cui dovremmo tornare in dietro siamo vicini al Glacier National park, abbiamo fatto parecchia strada. Vorremmo arrivare almeno all'ingresso del parco, ma ci blocca un ingorgo. Fila di camion e auto ferme in mezzo alle montagne.


Aspettiamo un po', poi guardiamo l'ora. Il Conte tira fuori la sua anima di driver meridionale: fa conversione ad U sulla highway 1. Torniamo indietro tra gli sguardi un po' invidiosi e un po' di rimprovero dei poveracci in fila.

Domani si torna al lavoro.

mercoledì 11 giugno 2008

Canada: Destinazione lago Okanagan


La giornata comincia sotto la pioggia battente. Esco alle 7 per recuperare un po' di caffè per me e il Conte che è molto avvilito dall'assenza dei suoi effetti personali, da vero aristocratico non si lamenta, ma comincia ad avere un'espressione triste. Caffè caldo e treccina alla cannella hanno però un effetto vivificante. Incontriamo altri amici italiani al momento della colazione. Si ride e scherza dimenticando le disgrazie fantoziane. Lo Sciatore è quasi chiacchierone, ha dormito talmente tanto che gli si sono lisciate pure un po' di rughe. Ci avviamo a prendere la macchina, un lusso tutto nostro che nessuno ci rimborserà, ma conosciamo il nord america e senza macchina sei perduto quasi ovunque, e poi vogliamo goderci il tragitto tra Vancouver e la città di Kelowna sul lago Okanagan, si prevedono boschi e prati con paesaggi bellissimi (assicura la guida).


Il Conte è il primo a guidare, litiga un po' con il cambio automatico, ma impara subito. Partiamo immettendoci rapidamente sulla highway 1, la transcanadian highway, solo imboccarla mi fa sognare di ore e ore in viaggio attraversando il continente... quanto mi piacerebbe!!
La prima cosa che notiamo è una differenza sostanziale con gli statunitensi: i canadesi hanno macchine molto più piccole. Non incontriamo molti mega-pick up e di suv se ne vedono veramente pochi, mentre si incontrano molte moto, soprattuto Harley Davidson. In particolare incontriamo un gruppetto di Harley con a bordo i tipici vestiti-di-cuoio-nero-da-capo-a-piedi, la cosa interessante è che da alcuni caschi emergono barbe e capelli bianchi.
L'autostrada si snoda tra montagne scure e boschi di conifere, valli strette nelle quali la neve è ancora presente, siamo alla fine del disgelo qui. Dopo la 1 imbocchiamo la 3, strada meno pretenziosa, a "sole" 4 corsie tra le montagne. Conifere, pietre scure, ruscelli, ari-conifere, ari-pietre, qualche prato, dopo 300km le conifere mi hanno stufato. Sosta.
Prendiamo un caffè e mentre mi guardo intorno arrivano rombando le Harley, si levano i caschi e sono tutti, ma proprio tutti abbondantemente sopra i 40, alcune signore guidano la propria moto, altre, in tacchi a spillo, siedono dietro ai loro capellutissimi e panzutissimi compagni. Tutti rigorosamente in cuoio nero e tatuaggi. Mi piacciono molto, mi danno l'idea che nella vita in fondo non esistono stagioni, se una cosa ti piace continui a farla, non importa quanti anni hai.

Continuiamo e dopo un po' ci viene fame, ari-sosta in un posto che non è nemmeno nella guida, Princeton, 4 case e un po' di posti sulla strada per mangiare. Dopo un altro po' il paesaggio comincia a cambiare, si scende, stiamo arrivando nella Okanagan Valley, cominciano i frutteti, le vigne e il paesaggio si apre. Leggendo la guida passiamo diversi posti descritti con toni superlativi, cominciamo a sospettare che l'autore/i della guida siano affetti da inguaribile ottimismo, questi posti sono veramente brutti e vuoti.

Arriviamo sul lago, ci fermiamo incantati. Il lago è grande per i nostri standard, piccolo per quelli canadesi, appena 300km di lunghezza. Imbocchiamo la highway 97 in direzione Kelowna, siamo quasi arrivati. Il posto in cui lavoreremo reclusi o quasi per una settimana è fuori città, in mezzo al nulla. Va bene così, tanto abbiamo la macchina.

martedì 10 giugno 2008

Canada: Vancouver






La nostra giornata a Vancouver inizia con un cielo grigio che non si sa dove voglia andare a parare. Sono le 6 del mattino e grazie al jet lag siamo svegli e pronti all'avventura. La prima cosa è la doccia, la seconda rintracciare lo Sciatore. Lo trovo al primo piano davanti al computer che controlla la posta, ha un'aria serena e felice dovuta alle quasi 12 ore di sonno che si è concesso. Il suo viaggio è stato meno cinematografico del nostro, è incantato dalla gentilezza dei locali, ha preso il bus dall'aeroporto ma essendo senza monete non poteva pagare la corsa, così il conducente gli ha detto di salire lo stesso, in fondo è un ospite. La colazione sarà servita solo alle 8 quindi usciamo subito e andiamo a mangiare. Ci raccontiamo il "come stai" e "che fai" degli ultimi tempi e poi davanti al caffè facciamo piani. Guida alla mano (il Conte e lo Sciatore hanno sempre la guida della città e la leggono pure) cerchiamo di decidere, cominceremo dalla Art Gallery dato che non si capisce se pioverà o meno, se esce il sole però affittiamo le bici. La gallery apre alle 10 fino ad allora occupiamo il tempo camminando verso il mare, la città è bellissima almeno qui downtown, grattacieli di acciaio e vetro ben distanziati tra loro, lasciano penetrare la luce fino alla strada, anzi ce la riflettono evitando l'effetto claustrofobico che si ha a New York. Come in molte città di mare ti trovi le navi praticamente sul marciapiede, l'effetto ci piace molto.

Si fa l'ora e la art gallery vale davvero la pena. Le mostre sia permanenti che temporanee sono molto interessanti, poi fuori pioviggina e lì invece si sta al calduccio. Dopo due ore e mezzo di cultura, acquisti vari dei miei compagni e molti commenti sulle opere, esce il sole... Si vanno a prendere le bici!
Prese le biciclette partiamo alla volta dello Stanley Park. Giro nella natura di circa 8km, rilassati, senza pensieri particolari, ci godiamo la pedalata, un hamburger al salmone (abbastanza cattivo) e io la visione dei life guard (bagnini) che a 10 gradi girano a torso nudo per la spiaggia....
Uscendo dal parco continuiamo il periplo della costa di downtown, la pista ciclabile gira intorno al centro città. Sembra che tutta la città sia in giro a correre, pedalare o pattinare, dormire sul prato e quant'altro si possa fare all'aria aperta. Come in tutti i paesi freddi non appena esce un raggio di sole tutti escono di casa. Pedaliamo verso la nostra prossima meta, Chinatown, quella di Vancouver è una delle più grandi al mondo. La città in sé ha 150anni e i cinesi sono arrivati subito. Vogliamo ciondolare per le strade e vedere un chinese garden che si dice sia molto bello.

Il giardino è bellissimo e mi riempie di malinconia. Penso al passato amore e alla comune passione per cose come questa... per fortuna comincia un allegro cazzeggio collettivo, sulle attività del momento. Dentro di me benedico i miei amici e proseguo la visita.


Parcheggiate le bici percorriamo Pender street, il Conte ed io abbiamo un'insana passione per i negozietti di schifezze made in china e non ne perdiamo uno. Lo Sciatore è vagamente perplesso ma quando troviamo quadretti in 3D raffiguranti ogni genere di soggetti (dagli acquari all'ultima cena) si associa e facciamo progetti su dove collocare le prestigiose opere nelle varie case. Io vorrei comprarmi un pentola (38cm di diametro) per cuocere al vapore, il Conte acquista un porta uovo rosso con rifiniture in oro (pura plastica) per un'amica comune e un completo giacca-cravatta-camicia-orologio di carta (è talmente kitsch da essere bello), lo Sciatore vuole la teiera di ghisa (peserà 3kg almeno). Rinunciamo alla crisi consumistica. Proseguiamo.
Si pedala e si riconsegnano le biciclette, sono quasi 12 ore che siamo in giro, tra jet lag e movimento la stanchezza comincia a prendere il sopravvento. Torniamo all'ostello, lo Sciatore ha ancora un conto in sospeso con il sonno, mentre il Conte ed io ci dedichiamo alla ricerca della sua valigia.
Della valigia non c'è notizia, si sa che è a Londra adesso, ma non si sa se è partita per Vancouver. Il Conte si accerta che la compagnia aerea abbia il nostro itinerario, almeno ha una stanza decente per la notte. Usciamo di nuovo per comprare altri generi tipo calzini. Ne approfitto per fare qualche acquisto per i nipotini e poi andiamo a cena. Siamo talmente stanchi che la conversazione procede a monosillabi e grugniti, ma il bello di essere amici è proprio questo: puoi anche grugnire. Stavolta mangiamo cose buone, magari un po' pesanti (fish and chips, calamari fritti, un po' di pollo e insalata)... trasciniamo i piedi verso l'ostello mentre intorno a noi infuria il sabato sera dei ragazzini locali, tra disco-pub e peep shows, bar, tacchi alti senza calze+minigonne modello tonsille al vento, canottiere e un freddo che si capisce che sono geneticamente modificati rispetto a noi. Il giorno dopo ci aspetta la macchina in affitto, un viaggio di almeno 500km per la destinazione finale e il lavoro.
Però siamo soddisfatti, Vancouver ci è piaciuta moltissima.

lunedì 9 giugno 2008

Canada: il viaggio














A volte la fortuna sorride, si parte. Si parte per lavoro ma in realtà è una mezza festa. Intanto la compagnia non è costituita da colleghi ma da amici, che incidentalmente sono anche colleghi, poi il posto: Canada, ad ovest. Vicino Vancouver dicono, ma in realtà sono 500 km da Vancouver. Non importa, in Canada non ci sono mai andata e non vedo l'ora.

Si parte, si sa che il viaggio sarà un po' lungo, anzi, eterno, che c'è il problema della nicotina che potrebbe portarmi all'omicidio, ma chissenefrega si va. Mi munisco di gomme alla nicotina, tintura di tiglio e false sigarette per simulare il gesto.
A Roma ci si trova per prendere l'aereo per Londra, da lì si va a Vancouver. Il primo degli amici, il Conte, viene dal sud, l'altro, lo Sciatore, viene da nord e poi a Kelowna, destinazione finale, ci troveremo con altri ancora che vengono da mezza Italia e da mezzo mondo. Da Roma partiamo in ritardo, sul solito aereo carro-bestiame stracolmo. Per non perdere la coincidenza, ad Heatrow veniamo prelevati da due soldatesse della compagnia aerea che ci catapultano sul volo successivo, preghiamo che i bagagli ci seguano.

Inizia il delirio: l'aereo è stracolmo, bambini urlanti ovunque e non funziona nemmeno il sistema di entertaiment di bordo su cui si contava per avere pace. Non importa sono organizzata, ho da leggere, ho le gomme, ho il tiglio e sono buona come un agnellino anche se sono già 4 ore che non fumo. Il Conte è seduto vicino a me, ci guardiamo preoccupati mentre i bambini seduti dietro di noi ci prendono a calci nella schiena ancora prima del decollo, ma i gadget forniti dalla compagnia hanno tutta la nostra approvazione: mascherina per fare buio, calzini di lana, copertina soffice e calda per la notte, spazzolino da denti con tanto di dentrificio. L'aereo rulla sulla pista, comincia il decollo. Una sostanza non identificata comincia a colarmi in testa dalla cappelliera, non potendomi muovere mi metto la copertina della notte sulla testa e aspetto. A fine decollo, ipotizzando la presenza di un cadavere tagliato a pezzi sopra di noi, chiamiamo la hostess. Arriva un gentile giovanotto per nulla sveglio, che mi guarda con occhio vitreo pensando io sia musulmana e vestita con il chador, chiarisco la mia posizione religiosa ed indico il liquido sospetto e appiccicoso. Nessun cadavere, solo un residuo di bibita abbandonata nella cappelliera al volo precedente.
I capelli sono collosi come mi fossi messa il gel, li lego e apriamo gli appunti di lavoro. Ragioniamo di questo e di quello ma quando mi arriva un oggetto in testa dal sedile di dietro, mi alzo e chiedo pietà... "It's just a child!" (è solo una bambina) mi risponde la madre della piccola iena con ballo di san vito che mi siede alle spalle, "I know that" (lo so) rispondo e miracolosamente abbiamo un po' di pace. Mentre ridiamo definendomi un mostro senza cuore, arriva il primo pranzo. Tra spuntini, pennicchelle e calci dei bambini trascorrono le interminabili 9 ore e 30 che ci separano da Vancouver.


I canadesi sono molto più rilassati degli statunitensi, il controllo all'ingresso nel paese è accurato ma non paranoico, quindi si svolge rapidamente. Sono gentilissimi ed efficienti, al punto di chiamare il Conte prima del ritiro bagagli per comunicargli che la sua valigia non c'è, sanno dov'è, è a Roma e arriverà, gli danno anche una carta di credito prepagata con 50euro di risarcimento, così può comprarsi ciò di cui ha immediatamente bisogno. Forniamo ogni genere di dettaglio sul nostro itinerario, lasciamo email e numeri di telefono di entrambi e finalmente usciamo dall'aeroporto. Fa freddo, accendo una sigaretta e sorrido.



Optiamo per un taxi, siamo troppo intronati dal fuso per azzardare un autobus, sono le 20 ora locale, in Italia sono le 5 di mattina del giorno dopo.
Vancouver ci appare bella, incassata tra le montagne e il mare, dall'aeroporto sembra un po' Isernia, ma è molto più bella. Abbiamo un giorno e mezzo davanti a noi per vederla. Dato che questo giorno e mezzo è a nostre spese abbiamo scelto di alloggiare in un ostello situato nel centro della città a Granville street, là abbiamo appuntamento con il terzo membro della compagnia che dovrebbe essere già arrivato.

All'ostello tutto a posto o quasi, la stanza del Conte non è disponibile per un disguido, ma loro lo sistemano, gratis, in una stanza a parte "a little noisy, it's next to the bar" (è un po' rumorosa, è vicino al bar) dicono alla reception... Il Conte è sospettoso ... una stanza gratis... uhmmm "Be' tanto ho i tappi per le orecchie" dice. La mia stanza invece va bene, ha ben tre letti e così offro ospitalità in caso di eccessivo rumore. Partiamo alla caccia di mutande e magliette, lo Sciatore è arrivato e già dorme. Facciamo acquisti, ceniamo e stremati andiamo a dormire, o almeno si spera.
Cado in catalessi dopo 5 minuti, non mi sono nemmeno lavata la colla dai capelli tanto sono stanca, ma dopo poco bussano alla porta. E' il Conte, affranto, i suoi tappi non riescono a fermare la potenza dei bassi del bar-discoteca. Alle 23:00 finalmente crolliamo sui rispettivi letti.

Continuo a pensare ai film di Fantozzi.