mercoledì 31 dicembre 2008

Anno vecchio, anno nuovo


Foto di Sandro B.
Il 2008 me lo vedo così, come la statua funebre nella foto di Sandro. Un dandy, un ottocentesco romantico personaggio di romanzo che viene a morire a Roma e si fa seppellire con gran pompa nel cimitero più bello della città (quello acattolico). Questo anno è stato un signore dai grandi eccessi, dalle grandi emozioni e dagli improvvisi cambiamenti, quindi non facilmente definibile. Non lo posso definire un anno di merda come detto da alcuni, perché nonostante ve ne sia stata molta, si è poi rivelata concime efficacissimo per grandi miglioramenti. Non posso dire che sia stato un anno bello, perché ho addosso una fatica enorme, fisica e mentale, che mi ricorda quanto mi è costato anche ciò che di bello si è realizzato. Non è stato un anno grigio questo. Neppure un anno monocolore, piuttosto direi un anno-caledoscopio. E' stato un anno di vita intensa e creativa, di grandi lacrime ed immense risate, è stato un anno di morte e resurrezione. E' stato un anno in cui ho un sacco di gente da ringraziare, un elenco davvero lungo, dalle amiche (e loro sanno), a maus, al quale devo l'insana idea di questo blog, ai lettori, assidui che commentano a voce o per iscritto, a Sandro che continua a fornirmi di bellissime foto ( ;-) ), agli amici che continuano a darmi allegria e affetto, agli altri blogger che ho incontrato di persona o virtualmente, dai quali imparo sempre qualcosa, alla zia che, pare strano, ma insegna molto pure lei... e la lista è così lunga che ci vorrebbero tre blog per scriverla tutta, ma in fondo chi è da ringraziare sa già che lo/la ringrazio.
E' quasi andato, insomma, questo 2008, ancora una manciata di ore e poi si cambia. Dunque lo saluto con rispetto, augurandomi, augurandoci un 2009 con immense risate e scarsissime lacrime, nonostante tutto.

Buon Anno

lunedì 29 dicembre 2008

Sogni


Oggi c'è un'atmosfera onirica nella mia testa. Il mondo si scolora e trasforma, si imbeve di segni, simboli e atmosfere rarefatte. Oggi penso ai sogni, a quelli che si realizzano, ai miei e a quelli degli altri. Penso alle immagini sfuggenti dei nostri desideri che sono e poi non sono più tali. Ai momenti di felicità fatta di attesa e di realizzazione, felicità che una volta ottenuta scivola altrove. Penso agli amori veri e presunti, agli scambi che arricchiscono i giorni, ai giochi di parole e ai pensieri inutili. Penso a me, ai mie anni, agli incontri e agli addii. Guardo indietro, faccio bilanci. Nasce un sorriso, perchè più indietro guardo, più lontano vado nel passato e più questo oggi si colora di quieta bellezza.

Quando passerà questa notte interna, l'universo,
e io, l'anima mia, avrò il mio giorno?
Quando mi desterò dall'essere desto?
Non so. Il sole brilla alto:
impossibile guardarlo.
Le stelle ammiccano fredde:
impossibile contarle.
Il cuore batte estraneo:
impossibile ascoltarlo.
Quando finirà questo dramma senza teatro,
o questo teatro senza dramma,
e potrò tornare a casa?
Dove? Come? Quando?
Gatto che mi fissi con occhi di vita, chi hai là in fondo?
Si, sì, è lui!
Lui, come Giosuè, farà fermare il sole e io mi sveglierò;
e allora sarà giorno.
Sorridi nel sonno, anima mia!
Sorridi anima mia: sarà giorno!
(Fernando Pessoa, Magnificat)

venerdì 26 dicembre 2008

Natale e dintorni


Foto presa da qui

-Pronto, PRONTO!!
-Sì zia eccomi che c'è?
-VIENI VIENI CHE NON CE LA FACCIO PIUUUUU'!!! MI SUICIDO!!!
-Sì zia arrivo ma che c'è? oggi alle 5 c'è la festa di natale (organizzata da lei) veniamo tutti...
-AAAAAH MA IO NON-CE-LA-FACCIO .... AAAAH
-Arrivo!
mollo tutto incluso amico mooolto interessante e parto alla volta della zia fendendo il traffico natalizio, 30 minuti di scooter per 2km ... sono le 4pm, suono al citofono:
-
Mi apri...?
click
-Bene, grazie che sei qui. Ci sediamo in salotto che ti offro qualcosa?
mortacci tua, penso, volevi solo compagnia... sto lì, lei si agita, poi si tranquillizza poi si riagita, poi si ritranquillizza, mi produco in numeri degni del miglior cabaret italiano, lei un po' ridacchia, un po' dice cose da malato psichiatrico, un po' dice cose da quella grandissima figlia di mignotta (pace a nonna) che è
-Sai ho pensato che voglio farmi interdire...
-Scusa zi' e mo perché questa?
-Beh, così fanno tutto gli altri...
-No zi' mi dispiace ti devi rincoglionire ancora un bel po' per essere interdetta
Ridacchia la figlia-di-mignotta (sempre pace a nonna).
Alle 5pm cominciano ad arrivare tutti, ma proprio tutti, nessuno la abbandona alle "sante ricorrenze", tutti lì a farle festa, a chiacchierare, a darle attenzione. Così la temutissima festa quasi-natalizia va serena, i bambini, usualmente teppisti si comportano bene, le cugine arrivano anche se in ritardo, la (santa) filippina che l'aiuta sorride e tutto, magicamente, è al suo posto.
Il pomeriggio volge al termine, è quasi ora di cena, molti vanno via e restiamo in pochi, mio padre, la sua pazientissima compagna, mio fratello più piccolo, le due cugine più giovani, si ride, si scherza, anche lei. Poi si mette in poltrona, noi siamo distratti dalle chiacchiere...

-
BAAAASTA!!!! NON CE LA FACCIO PIUUUU'!!! IO MI SUICIDO....NON VOGLIO PIU' VIVERE
attimo di silenzio, poi mio padre, serissimo:
-
Beh, che tu voglia suicidarti, che tu ti sia stancata di vivere, può anche essere legittimo... quello che non capisco è perché devi rompere i coglioni a noi con questa storia...
zia guarda lui, guarda me...
-Sai papà credo voglia esser sicura che se non la sentiamo per qualche ora (chiama anche 20 volte al giorno) veniamo a controllare e togliamo il cadavere prima che puzzi.
-
CAPITO!! (sottolinea lei)
-uhm che dici zi' se invece di suicidarci ci mettiamo la camicia da notte e andiamo a dormire?
-(serena) sì certo, vado in bagno buona notte e buon natale

tutti si baciano e si salutano, la festa è finita, Buon Natale.

martedì 23 dicembre 2008

Raccoglimento


Foto di Sandro B.

Fuori il vento, il rumore del mare, le onde che frangono, il cielo grigio. All'interno silenzio. Pareti bianche che accolgono, santini e santi dorati, uno sfarzo povero condito di trine fatte a mano. Uno spazio minimo come solo le chiesette in riva al mare sanno descrivere. Guardo la foto, penso all'atto che la vecchia signora compie, un atto estraneo nella forma sia a me che a Sandro. Ma forse non è poi così estraneo nell'essenza. Un gesto di raccoglimento, un momento di isolamento dal mondo esterno alla ricerca di un contatto con qualcosa che, per alcuni, è divino e per altri, più terreni, è solo l'interno di sé. Penso ai rituali di raccoglimento che ciascuno sviluppa negli spazi che ritiene più consoni, una chiesetta, una panchina, un divano... In inverno è un raccogliersi nel calore, in estate un isolare i sensi dalla luce intensa, ma è anche camminare, è silenzio e sopratutto pace.

Ma io, sempre estraneo, sempre penetrando
il più intimo essere della mia vita,
vado dentro di me cercando l'ombra.
(Fernando Pessoa, Ma io, sempre estraneo)

domenica 21 dicembre 2008

Parole

Le parole sono un ponte tra noi e gli altri. Sono ponti instabili, soggettivi, facilmente crollano comunicando, nell'atto di essere proferite, qualcosa che giunge diverso dall'intenzione iniziale. Questo accade spesso quando, il più sottile linguaggio non verbale, comunica altro. Altre volte, sopratutto quando si muovono in sincrono con il linguaggio non verbale, mettono in contatto le due sponde di un fiume, due esseri umani che così sono insieme, per un attimo magari, ma sono insieme. Ponti raramente volatili, più spesso eterni sia se proferite che se scritte, memorizzate o dimenticate, le parole restano. Possono uscir fuori fluide, scorrere via con il loro senso, con ciò che gli attribuiamo, o inceppate e monche, comunque vanno, camminano, costruiscono contatti o barriere , tutto e il contrario di tutto. Nel mio universo farlocchesco, sono sempre e sopratutto ponti. Le parole che scrivo o proferisco sono sempre per qualcuno, magari un generico interlocutore che bivacca nella mia testa (tanto per dire che sono sana di mente), un omino senza genere, piccolissimo (se no nella testa non c'entra) che sta seduto lì e mi ascolta sempre e sempre commenta e sempre risponde. Quell'omino è fondamentale perché è molto saggio, vede i punti di vista degli altri, mi insegna a costruire ponti ben sostenuti, ad evitare di usare il badile quando serve una carezza, mi insegna a contare fino anche a unmilione prima di dar fiato ai polmoni o vita alla tastiera. E se sto dicendo/scrivendo/facendo una vera cazzata mi dice "va bene, ma lo sai che è una cazzata...questo ponte non tiene, quest'altro permetterà ai barbari di entrare..." così, dopo, non potrò recriminare, non potrò dire non-lo-sapevo e andrò incontro alla legnata/fesseria/pastrocchio di turno farlocchescamente sì, ma consapevole.


Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.
(Fernando Pessoa, Autopsicografia)

giovedì 18 dicembre 2008

Creazionista

Francesco Guccini - La Genesi
vista così si spiegano tante cose...

lunedì 15 dicembre 2008

Romanzi metropolitani


Foto di Sandro B.
Il rumore del treno metropolitano parla di stanchezza. E' tardi, nessuno sale, nessuno scende. Il ritmo delle ruote suona a metà tra jazz e flamenco, culla, incanta. Una patina di nebbia, una sera invernale, una destinazione non nota. Guardo e immagino una vita, costruisco un piccolo film, uno sceneggiato (come si diceva una volta), con protagonisti stanchi e amareggiati, proletari da terzo millennio con un lavoro un tempo dignitoso. Esseri "normali" come quelli di un racconto noir che all'improvviso scatenano la violenza inesplicabile. Violenza senza senso, attivata dalla solitudine, dal grigiore dei giorni sempre uguali e maledetti.
Oppure un romanzetto rosa, l'uomo là seduto legge una lettera d'amore, chino su di essa immagina versi di risposta, scartabella tra le poesie che conosce per meglio raccontare un sentimento che lo invade. Amori da supermercato, tremori da fotoromanzo. E intanto il treno va e l'immaginazione si scioglie in sonnolenza, in nostalgia.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno

durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell'afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.
(Nazim Hikmet)

venerdì 12 dicembre 2008

Ara Pacis


Foto di Sandro B.

Immagini nelle immagini, riflessi di sacro nel profano. Il sacro della cupola ottiene le gambe del visitatore profano, con esse percorre la sala guardando l'esposizione di altre opere, ora profane ma un tempo anch'esse sacre. Chissà quando questa cupola perderà il suo stato di emblema e diverrà solo un oggetto nel cielo di Roma? L'altare nella teca ci ha messo qualche tempo per passare da oggetto di culto, a rudere dimenticato e poi a oggetto di pura ammirazione. Nella teca si muovono i visitatori, si imbevono di impressioni antiche, poi escono e accanto altra arte, solo poco più recente.
A Roma ci si muove tra impressioni sovrapposte, tra emblemi di ciò che è stato e di ciò che è ancora, tra luci, ombre, riflessi che sussurrano o gridano storie che, quasi mai, capiamo razionalmente. Per Roma cammini ma non ascolti con la testa, non vedi solo con gli occhi, assorbi direttamente dalla pancia nell'anima. A volte, qualcuno, in uno scatto, riesce a fissare quel sovrapporsi di sensazioni, quel mescolarsi di uomini e cose che a me toglie il respiro, perché, in fondo, in questo modo, solo qui è possibile.

Gli dei sono felici

Vivono la vita calma delle radici.
I loro desideri non li opprime il Fato,
o, se li opprime, li redime
con la vita immortale.
Non hanno ombre o altri che li attristino.
E, inoltre, non esistono...

(Fernando Pessoa)

mercoledì 10 dicembre 2008

E P racconta



Torno e trovo una mail di una cara amica che è un magnifico racconto. Chiedo e ottengo il permesso di pubblicare.... Le dedico questa foto, perché c'è sempre luce alla fine.... a te P. da farlocca

ciao come stai supereroe di ritorno dalla città del nobel ?

eccoti il mio diario degli ultimi giorni frutto di una mattina a casa con bronchite .....

la sorella è arrivata su roma con un'ansia di chi negli ultimi 20 anni è stato male e infelice ed ora si vuole rifare del tempo perduto fottendosene di te che la supplichi " hai presente quando sei stanca, ma stanca stanca ?! ecco è il turno mio! nun me voglio ammalà, chiaro ?!? ". Programmi giornalieri da turista-kamikaze minimo 2 mostre al giorno. svicolo con difficoltà dal tour massacro.

sarà che sono stanca, sarà che alle mostre e nei musei ci son cresciuta, ho studiato arte, la amo e perciò trovo volgare il consumismo in generale, figurati dell'arte: guarda che ti riguarda e poi non ti rimane un cazzo semplicemente perché i neuroni ormai son quelli ed il cervello non sa più dove collocarle tutte queste immagini, sarà che quando guardo è come se lentamente bevessi e me imbriago più velocemente de cuando gavevo 20 ani, ciò .... le dico ma ciccia: eccoti le chiavi i biglietti dell'autobus la mappa di roma quando torni, all'ora che ti pare, c'è il pranzo pronto .... no lei vuole ME, la mia totale abnegazione e attenzione ad ogni sua esternazione a raffica di mitraglia tipo dov'èlinterrutore della luce, a che altezza è da terra ? ed io: ma ad altezza satta de gato, por via ghe xe un gato ciò in casa!

ti domandi ma chi è questa bimba di 54 anni, ma fosse vero che quando da piccola ti chiedevi se fosse davvero quella la tua famiglia e li guardavi come dei marziani quando tu vivi su venere, fosse fosse che avevi ragione? chennesò un banale scambio all'ospedale, mi hanno adottata etc., ma chi è sta donna che dice noi ti vogliamo bene, noi siamo la tua famiglia ... ma chi situ ? anzi ma di chi situ ( di chi sei, chi è tuo padre ? così si chiedeva il cognome fino a poco tempo fa )
ma chi l'ha generata, chi l'ha cresciuta e soprattutto que hé hecho para merecerme esto ? almodovar giovane fa scuola.
ecco forse da frocia sarei stata più felice, boh ci ho i miei dubbi ..

mi viene da ridere, ghe caccio il Burlo (leggi urlo), così forse mi sente e temporaneamente la smette... infatti mi dice di non urlare lo sai che mi da fastidio, ma va ?penso io la guera è guera, e aggiungo a voce alta sono io la vittima qui mi son rotta i coglioni ...

intanto chiami anche papà, perchè sennò scade l'ora per chiamarlo nel posto del cazzo migliore che hai trovato alla modica cifra di 3000 euro al mese. e lui mi dice che gli manco !! gli dico che sto lavorando e m. lo andrà a trovare nei prossimi giorni che deve aspettare natale e poi ci vediamo. e lui ma io non voglio lei, mi manchi tu.................... come biasimarlo anch'io mi manco.
appendo il ricevitore e mi esce un cazzoooooooooo a pieni polmoni, che i vicini avranno solo conferma dei loro sospetti: sono dentro una crisi di nervi, non più sull'orlo :-) e lei stupita ma che dici che fai ?
niente m., niente, cerco di sopravvivere.

penso a mamma alla sua silenziosa consapevolezza, alla sua intelligenza, al suo amore non ricattatorio, al suo non rompere mai i coglioni al prossimoooo, la ringrazio dentro di me di tanta pazienza, anche degli errori che ha fatto, dalle debolezze alle sue vette spaziali piene di aria, te faccio respirà, di quel che è riuscita a darmi, cose diverse evidentemente a me e a mia sorella 10 anni in mezzo un'altra esperienza.

la sogno pure dopo anni che non la vedevo, la sogno con l'amica spagnola morta lo scorso anno, passeggiamo insieme, sono amiche e la spagnola mi tiene per mano e mi dice vai a vivere a barcellona e mia madre l'incalza vedrai che lì stai meglio.
mi sveglio un po' turbata dall'asma notturna e dalla passeggiata tra le ombre. mi vogliono anche loro ? eh no!!

vogliono forse dirmi che 500 km son bastati tra me e mio padre ma non basteranno tra me e mia sorella ?

la sorella piccola di 54 anni, heidi come la chiama suo figlio, è partita e mi ha lasciato la bronchite e l'asma e un sogno ingombrante.

bene il diario di questi giorni vacanzieri è finito. voglio lavorà !!! e anche lì certi slalom ...

ti lascio però in bellezza (autocelebrante) con una poesia a me dedicata dallo zio di una cara amica veneziana (che è tornata a vivere con marito israeliano+ due figli a tel aviv stanchi della nostra bella italia).
lo zio è fisicamente un rasputin buono, disadattato di questa società, con una grande sensibilità, poche parole, molte sigarette, ex alcolista, uno dei pochi veneziani che di venezia ti raccontano tutto, un libro vivente, e ti conducono zitti zitti per calli e campi fino agli angoli più segreti e meravigliosi.
me l'ha scritta di getto in pochi istanti a dedica del suo primo libro ( ti guarda e in un minuto ti scrive la tua poesia, di getto, un genio...) .. mi è spuntata una lacrima ... a volte uno semisconosciuto ti sente più di un familiare.

come diceva quella Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti. poi però la internavano al manicomio....

per P.

RAMI
DI
FOGLIE
PROFUMATE

CHE
SFIORANO

CHE
COPRONO

CHE
SVELANO

CHE CREANO
UNA

CASA
TUTTA
TUA

UNA CASA
D'ARIA
UNA CASA
DI CIELO.

Giampaolo Simonetti 08.12.2000

martedì 9 dicembre 2008

Buio


Ho trascorso tre giorni a Stoccolma. Forse ne parlerò, forse no, ancora non so. In fondo ci sarebbe molto da dire, ma oggi l'unica cosa di cui ho voglia di parlare è la luce.
Ho essenzialmente trascorso tre giorni al buio. Stoccolma a dicembre è silenzio, luce soffusa di giorno, luce soffusa nelle case e negli alberghi. Parole sussurrate, gesti gentili e sorridenti, movimenti lenti. E' vicina la festa di Santa Lucia che si celebra incoronando un giovane con una corona di candele e tutte, o quasi, le finestre sono decorate con candele , inoltre anche hannuka è vicina e così altre candele ancora alle finestre. Le bancarelle natalizie riempiono il centro città, ma non c'è confusione, anche la folla è silenziosa. Tre giorni di sensi immersi nell'ovatta, con grande piacere. Poi stamattina Roma. Luce piena, sole splendente, rumore rumore, gente ovunque, macchine ovunque. Terribile? No è stato come tornare alla primavera anche se è dicembre anche qui.

giovedì 4 dicembre 2008

Approdo


Foto di Sandro B.

Oggi è un po' che guardo questa foto di Sandro. L'acquedotto romano sovrasta i binari, è lì da più di 2000 anni, sta ancora in piedi, chissà come e chissà perchè. Immenso, impassibile, mi permette di vedere il contrasto tra la fuga dei binari, il moto ossessivo di un treno immaginato e l'immane tranquillità di ciò che è sopravvissuto alla propria funzione.
Salgo sul treno e vado, proseguo cercando una destinazione, un luogo di pausa, di arresto. Salgo sul treno che immagino passare, viaggio verso il non-luogo che da tempo cerco, quello in cui approdare, in cui sedere quieti. Viaggio verso quel luogo, ogni tanto lo incontro. Dopo un po' si sposta, si trasforma, va altrove. Allora bisogna risalire sul treno, salutare di nuovo l'acquedotto e ripartire.
Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,
Che lascia dietro di sè mari e tempeste,
I cui sogni sono morti o mai nati,
E siede a bere all’osteria di Brema,
Presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l’uomo come una fiamma spenta,
Felice l’uomo come sabbia d’estuario,
Che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,
E riposa al margine del cammino.
Non teme né spera né aspetta,
Ma guarda fisso il sole che tramonta.

(Primo Levi, L'approdo)

lunedì 1 dicembre 2008

Ma solitude (dedicato a chi ama certi momenti)

Devo dire che ultimamente non faccio neanche in tempo a sentirmici sola, ma spesso ho amato ed amo i momenti solitari e raccolti. In quei momenti questa è la colonna sonora che ho in testa.

venerdì 28 novembre 2008

Parlare di nulla


Foto di Sandro B.

Un mio avventore sporadico mi ha fatto notare che in questo blog si parla di nulla. Le foto sono belle ma.... "Mentre fuori il mondo è nel caos, lì da te si vaga tra nuvolette, poesia e buoni sentimenti... be' quasi sempre...". Gli ho chiesto allora che sensazioni gli dava questo blog, se fosse per lui (è un uomo ovviamente) il salottino della nonna speranza o la sala di un parrucchiere. "Nulla di tutto questo! per carità.... è un po'... be' come signorine alle antiche terme in ciacole amene... ". Mica ho capito... però mi è venuta in mente questa foto di Sandro. Noi qui parliamo di nulla, intorno macchinari immensi continuano a muoversi, a produrre energia, movimento spettacolare e d'effetto. Come protetti dall'architrave restiamo appoggiati ai nostri pilastri, magari senza testa, restiamo qui a concederci un attimo di pausa, un ricordo, una scemenza leggerissima un "signora mia sapesse" condito di poesia.
Ecco, questo blog, per ora, è una pausa, un attimo in cui si produce movimento senza spettacolo, in cui parole leggere producono energia per chi la sa trovare. Un luogo nel quale a volte, i messaggi sono solo tra le righe e in cui, finalmente, non c'è bisogno di urlare per farsi sentire.

Non basta aprire la finestra
per vedere la campagna e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere alberi e fiori.
Bisogna anche non avere nessuna filosofia.
Con la filosofia non vi sono alberi: vi sono solo idee.
Vi è soltanto ognuno di noi, simile ad una spelonca.
C'è solo una finestra chiusa e tutto il mondo fuori;
e un sogno di ciò che potrebbe essere visto se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede quando la finestra si apre.

(Fernando Pessoa da Versi Sciolti)

martedì 25 novembre 2008

Alberi


I tronchi dei vecchi alberi mi hanno sempre affascinato, i nodi della corteccia, gli anfratti tra le radici, catturano regolarmente la mia attenzione. In realtà amo gli alberi in generale, ma più sono vecchi, antichi, più mi piacciono. Da ragazzina avevo un rifugio estivo speciale, una magnolia secolare, enorme, con rami grandi quanto un letto. Salivo là e ci restavo per ore, magari con un libro, fu là sopra che lessi tutto il Barone Rampante di Calvino, sentendomi nel libro, immersa tra le pagine. Da adolescente, leggendo il Signore degli Anelli i mie preferiti erano gli Ent, sognavo la loro lentezza, la calma immensa che deriva dall'avere radici antiche, salde, l'esatto contrario di quello che ero (e un po' ancora sono) io. Gli alberi rappresentano ciò che non passa veloce, certo sono vulnerabili, ma un ulivo sarà, molto probabilmente, ancora là quando anche l'ultima memoria di me sarà scomparsa.

venerdì 21 novembre 2008

Nulla


Foto di Sandro B.


Senza testa osservo lo scorrere delle ore. Oggi la testa è vuota e non trovo la concentrazione. Dovrei girarmi verso il pannello delle idee e produrre "cose intelligenti". E invece nulla. Procrastino, giro in tondo, leggo qua e là. Perdo tempo. Con un gesto delle mie mani assenti invito ad entrare, ad accomodarsi nella stanza vuota che è la mia testa. Invito a visitare il nulla che oggi è mio compagno.
Prima o poi riprenderò il filo del pensiero e proseguirò, con attenzione, il viaggio...

La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente.
(Fernando Pessoa)

martedì 18 novembre 2008

Insonnia


E' tutta la vita che dormo poco. Di solito mi sveglio molto presto, dopo 5/6 ore di sonno. A volte però è la sera che non riesco a prendere sonno. Ascolto i rumori della strada, la testa vuota non vuole concentrarsi sul libro che ho in mano, ascolto i rumori delle case vicine, pochi, rari sprazzi di compagni di veglia. Tento un giro tra i pochi canali che si vedono sul mio televisore di fortuna, ma anche su quelli l'attenzione non si ferma. Se fa caldo scendo e vado un po' in giro per il quartiere, incrocio barboni di ogni razza, turisti ubriachi e canterini, auto, tram, bus semi vuoti. Cammino un po', mi fermo in posti belli come Santa Maria Maggiore e guardo la chiesa, la piazza vuota, mi fermo lì finché qualche ubriaco non si mette a pisciare a 30 centimetri da me o il barbone di turno si mette a raccontarmi la sua vita. Allora mi alzo e torno verso casa. Il sonno continua a latitare, so che il giorno dopo sarò stupida, non me ne importa respiro la notte e mi metto a leggere poesie.

Prendimi fra le braccia, notte eterna,
e chiamami tuo figlio.
Io sono un re
che volontariamente ha abbandonato
il proprio trono di sogni e di stanchezze.

La spada mia, pesante in braccia stanche,
l'ho confidata a mani più virili e calme;
lo scettro e la corona li ho lasciati
nell'anticamera, rotti in mille pezzi.

La mia cotta di ferro, così inutile,
e gli speroni, dal futile tinnire,
li ho abbandonati sul gelido scalone.

La regalità ho smesso, anima e corpo,
per ritornare a notte antica e calma,
come il paesaggio, quando il giorno muore.
(Fernando Pessoa, Abdicazione)

giovedì 13 novembre 2008

Malinconia


Foto di Sandro B.

Certe immagini evocano la solitudine. Non quel sentimento che a volte viviamo stando da soli fisicamente e che può essere anche molto piacevole, ma una solitudine profonda, interiore. Un senso di isolamento che coglie all'improvviso, straniante, gelido. Una frase di qualcuno, un gesto e di colpo ci troviamo immersi tra strutture d'acciaio, avvolti da un manto di marmo freddo, a chiederci come possiamo riscaldarci l'anima che si è gelata. Un senso di deja vu ha l'effetto di uno zoom sull'ambiente circostante, tutto si allontana e ci troviamo in un luogo familiare, vuoto, nel quale le illusioni non esistono più.

Tutto ciò che vediamo è qualcos'altro.
L'ampia marea, la marea ansiosa. È l'eco di un'altra marea che sta laddove è reale il mondo che esiste.
Tutto ciò che abbiamo è dimenticanza.
La notte fredda, il passare del vento sono ombre di mani i cui gesti sono l'illusione madre di questa illusione.
(Fernando Pessoa)

domenica 9 novembre 2008

Era domenica


Intorno a Roma esistono luoghi inattesi, miracoli di quiete e bellezza dove un tempo scorreva intensa la vita di altri esseri umani. Monterano ad esempio. Luoghi in cui la natura ha ripreso possesso dei territori dell'uomo, delle sue opere, dove una fontana del Bernini siede di fronte alle rovine diroccate di una chiesa, luoghi nei quali, forse, qualcuno ha pensato di essere eterno.


Amo tutto ciò che è stato
Amo tutto ciò che è stato,
tutto quello che non è più,
il dolore che ormai non mi duole,
l'antica e erronea fede,
l'ieri che ha lasciato dolore,
quello che ha lasciato allegria
solo perché è stato, è volato
e oggi è già un altro giorno.

(Fernando Pessoa)

venerdì 7 novembre 2008

Astrazione


Foto di Sandro B.

Oggi ce l'ho di nuovo con le pietre. Guardo una delle pietre di Sandro. Questa ha i rampicanti, una sua geometria, una bellezza sghemba. I tralci di vite sulla pietra mi appaiono come tagli, sottili lacerazioni, ferite che non sanguinano più. Ferite da cui scaturiscono queste foglie, piccole, appena nate, a ricordarmi che da certe ferite, nasce la vita.
Pensiero,io non ho più parole.
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte,
e a volte dà luce.
Pensiero,dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei così ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e così possa perderti
nell'antro della follia.

(Alda Merini, da "La terra santa")

giovedì 6 novembre 2008

Addio

Foto presa da qui



Tutta presa dalla vittoria di Obama e dal vento di speranza che ci ha felicemente travolto, non avevo notato la notizia della morte di Michael Crichton.
Con la scusa del tener vivo il mio inglese, mi sono letta tutti i suoi libri, mi ha tenuto compagnia in innumerevoli viaggi, in aereo, in treno, persino in macchina. Con lo snobbismo tipico diell'intellettuale di sinistra non confessavo che a pochi intimi il fatto che i suoi libri mi piacevano molto e che mi divertivo tantissimo a leggerli. Dopo tutto non erano "buona letteratura"... Sotto, sotto, però, aspettavo ogni anno la nuova uscita. Mi mancherà.

martedì 4 novembre 2008

Non penso


Foto di Sandro B.
Stasera l'aria è tiepida, è novembre e sembra ancora fine estate. Ho voglia di uscire, di trovare un angolo quieto dove sedermi e ascoltare i rumori della sera. Ma è novembre appunto e il giardino sotto casa chiude al tramonto. Così non mi resta che guardare questa foto immaginandomi seduta lì, sotto il lampione, tra gli oleandri; non è più autunno è estate, c'è il suono dei grilli, il parlottare di gente che passeggia per i vialetti, un pulsare di vita cittadina che conforta, il parco è vivo. Immagino e ricordo un momento di quiete estiva, con l'aria tiepida che mi tiene compagnia. Poi, smetto di pensare.

Non sto pensando a niente,
e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,
mi è gradita come l'aria notturna,
fresca in confronto all'estate calda del giorno.

Che bello, non sto pensando a niente!

Non pensare a niente
è avere l'anima propria e intera.
Non pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita...
Non sto pensando a niente.
È come se mi fossi appoggiato male.
Un dolore nella schiena o sul fianco,
un sapore amaro nella bocca della mia anima:
perché, in fin dei conti,
non sto pensando a niente,
ma proprio a niente,
a niente...
(Fernando Pessoa "Non sto pensando a niente")

*Se vi piacciono le panchine leggete qui e anche questo libro è molto carino, stesso autore.

domenica 2 novembre 2008

Nel regno della comunicazione di massa


Foto Piero V.
In questo periodo Roma è tutta un fermento di iniziative di protesta organizzate dal mondo accademico. Tra i più attivi sono i fisici de "La Sapienza" e dato che tra loro ho diversi amici, finisco coinvolta anch'io. Una delle iniziative più belle che hanno organizzato è stata quella delle lezioni in piazza Montecitorio, quasi una settimana di lezioni conclusasi con scienziati di grandissima fama (roba da rock star della fisica mondiale come G. Jona Lasinio, G. Parisi) che, davanti a questa lavagna, con mezzi di fortuna, hanno tenuto delle bellissime lezioni (anche un'ignorante come me le seguiva bene). Di gente ce ne era molta, di ogni età, i ragazzi ascoltavano magnetizzati, seduti per terra, scomodissimi, ma senza fiatare e senza muoversi. Poi sono arrivati anche i filosofi e anche loro hanno cominciato a far lezione poco più in là. Ho cominciato a ficcanasare e a chiedere se nei giorni scorsi si fosse fatto vivo qualcuno dal palazzo. Nessuno ma proprio nessuno si era presentato. Guardandomi intorno ho poi notato la quasi totale assenza dei mezzi di comunicazione di massa, infatti di questa iniziativa e di molte altre (laboratorio di fisica per i bambini nella facoltà occupata, incontri vari in giro per l'università) non si è saputo assolutamente nulla o quasi.
Poi sono passati i giorni e ci sono state le grandi manifestazioni e quelle piccole, di queste si è molto parlato sopratutto per sottolineare eventuali disordini. Poco e nulla è stato detto sulle motivazioni profonde e documentate della protesta. Così mi sono messa a studiare, a chiedere lumi agli esperti, a parlare con gli amici vari.
Cercando su internet intanto trovo questo articolo: L’attuale politica scolastica: false economie o economia fasulla? , la fonte è la Società Italiana di Statistica quindi decisamente non connotata politicamente, vale la pena leggerlo e vale la pena leggere pure il resto del magazine. Poi parlando con un economista della Sapienza, anche lui non particolarmente a sinistra politicamente, mi si spiega che in tempi di inflazione ad un taglio del, ad esempio, 2% su di una voce di spesa va sommata l'inflazione, quindi se l'inflazione sta al 4%, tagliando del 2%, sto in realtà tagliando il 6%. Mi dice poi che sono 10 e più anni che la spesa per l'istruzione subisce tagli e che quindi questi provvedimenti sono la goccia che sta facendo traboccare il vaso. Poi comincia la ridda sui giornali sul nepotismo all'università basata sull'analisi "occhiometrica" dei cognomi, non quantitativa e supportata da analisi scientificamente rigorose. Così, "occhiometrico" per "occhiometrico", riporto qui la riflessione condivisa da alcuni figli d'arte o quasi:
-ma lo sai quanto costa ad una famiglia un figlio che vuole fare il ricercatore in Italia?
-be' no, non di preciso..
-parecchio, un dottorando costa, alla famiglia e allo stato insieme, più di 100.000 euro nel corso della sua carriera di studio, mi dici quale famiglia che non reputa un valore una posizione universitaria ha voglia di sostenerlo? chi è disposto a dire va bene fai, te la stai cavando bene e pure se non diventerai mai ricco/a, a noi non ce ne frega niente? giusto una famiglia in cui fare ricerca è considerata "missione nobile".
Già perché gli stipendi dei "baroni" italiani sono circa la metà di quelli di tutti gli altri paesi europei.
In effetti al mio amico attualmente ordinario di statistica in un'università romana, quando vinse il concorso da ricercatore nei lontani anni 90, il padre, amministratore di condomini, disse "mo' sarai contento che ti pagano come un operaio specializzato?" papà era parecchio incazzato, ma lui tenne duro.
Mi spiegano anche che il meccanismo di assunzione universitario è corrotto, è vero, va cambiato ma che se tu hai un padre/zio/nonno/madre/zia/nonna in un settore scientifico-disciplinare (si chiamano così i raggruppamenti di materie sulla base dei quali si indicono i concorsi) diverso da quello in cui lavori tu quel tal parente nulla potrà per aiutarti... non ha potere contrattuale nel tuo settore. Quindi anche di questo bisognerebbe tener conto quando si parla di nepotismo.
Finita l'analisi del sistema universitario mi guardo bene intorno e lo spettacolo è sempre più desolante, così mi viene quel senso di stanchezza di cui al post precedente.

Da brava farlocca mi continuo a chiedere perché sia tanto difficile avere queste informazioni, perché in questa presunta democrazia non ci sia davvero lo stesso spazio per tutti i punti di vista.

Va bene oggi non sono poetica, nè ironica più di tanto, oggi sarà perché mi sono riposata, sono passata dalla stanchezza all'incazzatura, ci vuole energia per essere incazzati.

giovedì 30 ottobre 2008

Stanchezza


Foto di Sandro B.

Oggi mi sento come quella statua. Senza testa, caduta a terra tra le rovine vere e false della civiltà antica. Mi piacerebbe stare sdraiata senza più pensare, tranquilla stringendo a me un velo, una copertina, pure di marmo, purché coprente, rassicurante. Riposarmi un pochino...
Non è che sia successo nulla, ho lavorato un po' troppo, ho fatto un po' molto sport, sono pure uscita a divertirmi (e si sa, dopo una certa età il fisico non regge lo "sgavazzo")... Però poi apro i giornali, esco e tutto diventa molto, molto faticoso. Approvano il decreto della Gelmini, si vendono l'acqua pubblica, vogliono gli sconti sul protocollo di Kyoto, se la prendono con gli immigrati, mentre spediscono il meglio dei nostri cervelli fuori dal paese. Il tutto dando del cretino a chi dissente, a chi chiede di documentarsi prima di agire, a chi chiede di studiare i problemi prima di andar giù di mazzetta da 5kg.
Ecco io di politica e di cosa pubblica sul mio blog non volevo parlare, ma oggi, mentre i cortei degli studenti passavano sotto le mie finestre, mi sono sentita solidale con loro ma anche infinitamente stanca.

martedì 28 ottobre 2008

Autunno ... piove


Foto di Sandro B.

Piove, l'acqua scivola dai tetti, rivoli dalle grondaie e Roma affoga. Città solubile in acqua. Il traffico impazzito rende difficile andare in qualsiasi luogo.
Piove e a Roma nessuno vorrebbe uscire. L'acqua batte sui vetri, isola, crea raccoglimento, allontana il rumore. Sono rari a Roma i momenti di quiete.
Piove, guardo le foto di Sandro, questa è un momento di vita che conosco. Perché piove, ed esco, intorno a me i gatti intirizziti trovano riparo sotto le arcate dei portici. E allora cammino, proprio perché piove. Tutto diventa lucido, le scale libere, la piazza svuotata di ogni presenza. Il vuoto del luogo è come un regalo per chi è qui.
Così rimango sotto l'acqua a godere, con ogni goccia che cade, la città finalmente mia.

La prima pioggia invernale -

ora mi chiamerò

"viandante".

(Basho)

sabato 25 ottobre 2008

Futuro



Passano gli anni, per fortuna si cambia. Non radicalmente, l'essenza di ciascuno rimane sostanzialmente identica, ma cambiano i punti di vista. Ribadisco, per fortuna. Ho trascorso la maggior parte della mia vita guardando verso il futuro, con un certo timore, con una discreta dose di paura. Il presente non mi piaceva tanto, il passato era pieno di buchi neri abbastanza spaventosi. Questo fino ad un certo punto. Poi qualcosa è cambiato, ho cominciato a pensare solo all'adesso, considerando il futuro solo quando dovevo prendere delle decisioni e valutarne le conseguenze. E' stato allora che ho cominciato a pensare a questa poesia di Hikmet come a qualcosa di verosimile:

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.
(N. Hikmet)

mercoledì 22 ottobre 2008

Autunno


Foto di Sandro B.

E' autunno, persino a Roma comincia a far freddo la mattina, cominciano a cadere le foglie, anche nelle fotografie di Sandro. Guardo questa foto e comincio a sentirmi come quella foglia, appesa, appena trattenuta da una piega della corteccia. Sta per andarsene, lei, alla prossima folata di vento verrà presa e condotta chissà dove. Ora però si gode il sole che la investe in pieno, cosa sarà poi è irrilevante, cosa è stato prima è solo evocabile, non più vivibile. Se fossi quella foglia penserei:

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere
d'essere niente.
A parte questo, ho in me
tutti i sogni del mondo...


(Fernando Pessoa)

domenica 19 ottobre 2008

Intelligente?



Foto di Sandro B.

Dopo essermi sfogata per bene nel post precedente, ora posso permettermi di prendere spunto. Così mi sono messa alla ricerca di cose intelligenti nate dai drammi femminili e non. Il problema che ho incontrato è definire cosa sia intelligente. In fondo, a seconda del momento, dello stato d'animo e di mille altri fattori troviamo intelligenti cose totalmente diverse.
La prima volta che lessi le poesie di Alda Merini, ad esempio, le trovai terribili, dolorose, farneticanti, non riuscii a vedere altro. In seguito, passato del tempo, le rilessi e vidi al loro interno ciò che non avevo colto alla prima lettura. Ci fu un cambiamento totale di percezione: mi sembrarono finestre meravigliose sull'anima umana, fiori di una pianta che cerca di curare la propria malattia attraverso le parole e molto altro ancora. Cosa era cambiato nella mia lettura? Avevo saputo chi era la poetessa, avevo letto qualcosa della sua storia, avevo acquisito informazioni sul contesto. E dunque ero in grado di leggere le sue parole senza sovrapporvi totalmente la mia "mappa" della realtà.

La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

(Alda Merini, da "La volpe e il sipario")

venerdì 17 ottobre 2008

Vita da blogger


Fantastico! Ho ricevuto il mio primo commento in “disaccordo vivace” con quanto da me scritto. Lo attendevo, lo agognavo quasi. Già perché un commento acido o in disaccordo vuol dire che magari non sono proprio solo ed esclusivamente amici e parenti quelli che ti leggono. Sì perché almeno i miei di amici e parenti, se un mio post gli fa schifo me lo dicono direttamente o per email. La cosa fastidiosa però c’è, infatti mi lasciano un bel commentone di disprezzo anonimo, senza firma, senza nulla che permetta una replica. Mannaggia e adesso come faccio? VOGLIO REPLICARE!!! Come faccio a dire almeno tre quattro cose acide tanto per rimettermi in parità? Non posso… FRUSTRAZIONE, FRUSTRAZIONE (sto battendo i piedi per terra e mi strappo i capelli). La verità è che sono una “pivella” come blogger, non ho ancora capito che sul MIO blog faccio COME MI PARE (ci vuole maus per ricordarmelo). E allora ci faccio un post (pure se l'autore/autrice del commento non tornerà mai a leggere il mio blog, almeno mi sfogo!).

Il commento riguarda uno dei miei primi post, di natura fortemente (ed esclusivamente) terapeutica per la sottoscritta, ecco cosa mi si dice:

I DRAMMI FEMMINILI SONO TUTTI IDENTICI, RIPETITIVI, PANPSICHISTICI, FALSAMENTE LIBERATORI, INSOMMA COPIONI TELEVISIVI E FILMICI. POSSIBILE CHE DAL DOLORE NON SI POSA RICAVARE NIENTE DI PIU' INTELLIGENTE?

A parte gli errori di ortografia (giuro non ho toccato neanche una virgola, era tutto in maiuscolo etc.), mi sorgono varie domande e relative riflessioni:
  1. Ti si è incastrato il caps-lock oppure stai urlando? Purtroppo sono ancora insicura con il linguaggio da blog e magari interpreto male. Sai a me da fastidio chi viene a casa mia e alza la voce o fa pipì sul tappeto. Assumo che non ti si è incastrato il caps-lock....
  2. Perché mi comunichi ciò in forma anonima? In forma anonima avrei comunicato cose tipo: “non lo sai che il tuo ex ha sposato la pischella” oppure “il tuo amministratore di condominio si spende le quote a mignotte”… roba così.
  3. Cosa è più intelligente di una scrittura terapeutica? Liberatoria per me magari, non per te, ma per me sì. Scrivo il mio bel post catartico e così nel giro di altri tre quattro post mi libero, io mi libero sottolineo.
  4. Che ti hanno fatto di male i copioni televisivi e filmici? Il loro palese intento catartico potrà essere palloso, ma non particolarmente dannoso, certo se sono pure recitati/scritti male fanno venire l’orticaria, ma ci si salva facilmente, basta spegnere la tv o uscire dal cinema, o smettere di leggere il blog.
  5. Ma vuoi vedere che sei un uomo?! Magari sei scappato anche tu con una pischella “molto speciale” mollando la di mezza-età-compagna che però, invece di scrivere un bel post da film e poi fregarsene della tua esistenza nel giro di pochi mesi, ti ha fatto la guerra con l’avvocato… e ora povero in canna sei rimasto pure senza pischellaach.. non era vero amore eh?

mercoledì 15 ottobre 2008

La palla

Foto di Sandro B.

Le foto (tutte quelle che mi ha voluto mostrare) del mio amico Sandro B. mi evocano sempre qualcosa, qualcosa di poetico, di letterario. Un qualcosa, delle storie ad esempio, che io leggo (magari fraintendendo totalmente l’intenzione dell’autore) tra le luci e le ombre dei suoi scatti in bianco e nero.
Oggi ce l’ho con questa sua palla, con la geometria precisa della sfera che copre/svela l’angolo dell’edificio sullo sfondo, con tutto questo bianco travertino che sembra prendersi gioco di noi che lo guardiamo cercando di inserirlo in un contesto colorato usando la memoria.
Più guardo quella palla e più penso che da quel buco, nero nel bianco, tra un attimo, debba uscire la testa di un omino piccolo, molto piccolo che, comincerà a declamare:


Senza riguardo, senza pudore né pietà,
m'han fabbricato intorno erte, solide mura.

E ora mi dispero, inerte, qua.
Altro non penso: tutto mi rode questa dura sorte.

Avevo da fare tante cose là fuori.
Ma quando fabbricavano fui così assente!

Non ho sentito mai né voci né rumori.
M'hanno escluso dal mondo inavvertitamente.

(Mura, C. Kavafis)

giovedì 9 ottobre 2008

Mare


Camminare sul bagnasciuga, sentire la sabbia sotto le scarpe, fa freddo e c'è vento. La tempesta aleggia ancora, forse ricomincia a piovere. Cammino su questa spiaggia pensando e ricordando.
Qui ho camminato con mia madre, ho passato in estate e in inverno lunghe ore con lei a non far nulla, spesso in silenzio, molto spesso a ridere e a parlare della vita e di ciò che la rende vivibile.
Mia madre diceva di essere nata in una commedia e una volta, mentre io adolescente piangevo su non so più quale tragedia adolescenziale, mi disse evidenziando l'assurdo nella mia situazione, "Vedi io sono nata in una commedia e tu sei figlia mia". Questa frase è stata l'eredità più importante che mi abbia lasciato. Era vero che lei era nata in una commedia, era vero perchè sempre e comunque ad un certo punto si distaccava da quanto stava accadendo e ne vedeva il ridicolo, l'aspetto umoristico, il paradosso. E così, magari soffiandosi il naso sul dispiacere corrente, le veniva da ridire.
Come ogni essere umano, poi, aveva la sua bella vagonata di difetti, non la farei santa manco tra due secoli. Però era una delle persone più divertenti, generose e accoglienti che abbia mai conosciuto. Accoglieva tutti, dal gattino bagnato, al disgraziato nei guai di turno, li curava, li rimetteva in piedi e poi li collocava altrove, perchè alla fin fine a lei piaceva molto stare per i fatti suoi. Per le donne della sua generazione non era cosa ovvia l'indipendenza. Anche se te la potevi permettere da un punto di vista economico vivevi continuamente un contrasto tra l'immagine femminile fornita dalla cultura dominante e il tuo sentire. Mia madre non era una donna razionale, era puro istinto, quindi ha sempre vissuto seguendo il suo sentire e pagandone il prezzo: la solitudine. O meglio nessuna amicizia se non con persone molto più giovani di lei e per forza di cose molto distanti da lei. Una solitudine dell'anima più che materiale. Mi ci è voluto molto a capire questo suo tratto, per noi, per la mia generazione e le successive, essere indipendenti, autosufficienti e quindi libere, è un valore. Quindi non capivo bene la sua passione per i luoghi isolati, per il mare meglio se d'inverno, mi spaventava saperla sola lontana da tutto e da tutti. Poi ho capito, così oggi cammino sulla sabbia la ricordo, la ripenso in questo luogo dove lei prese una casa isolata da tutto, questo luogo che scelse per celebrare la sua solitudine e la sua pace. Se ne andò sette anni fa, in agosto, all'improvviso, andò via come era vissuta: a modo suo.

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti,
arrivederci fratello mare.

(Fratello mare di Nazim Hikmet)

venerdì 3 ottobre 2008

Camminando


foto di Sandro B.
A me piace camminare. Perdermi per le strade di una città, vagare senza meta oppure definire percorsi sia cittadini che non, masticare chilometri con le scarpe, annusando, guardando, ascoltando i luoghi e le situazioni che incontro.
Cammino da sola o in compagnia, vanno bene entrambe le situazioni. Da sola cammino sopratutto in città, in ambienti naturali non ho mai sviluppato un gran senso di orientamento e quindi preferisco andare in compagnia di chi non si perde. In città non mi perdo mai, quindi vado.
Camminare mi serve sopratutto per due scopi: puro piacere e smettere di dare i numeri (quando li sto dando). Nel secondo caso sono stata capace di camminare anche per 6-8 ore senza quasi mai fermarmi, specialmente se il dare i numeri era legato a dolori dell'anima. Tant'è che nel passato inverno ho percorso, in solitudine, un numero spropositato di chilometri. Il movimento lenisce l'anima, impone il ritorno al corpo e quindi al reale, ferma la mente che va per fatti suoi, la porta a concentrarsi sui piedi, sulle gambe, sulla strada e quindi ad abbandonare i deserti o i mari in tempesta che a volte la fagocitano. Dopo un po' la stanchezza prevale e finalmente si fa silenzio.
Nel camminare è poi possibile una dimensione di attenzione a ciò che ci circonda che normalmente non abbiamo, la macchina, la moto portano ad un non-vedere, ad un'attenzione priva di particolari tesa solo ad evitare di finire arrotati/investiti/travolti da altre macchine/moto. Così, ogni tanto, è nutriente guardarsi intorno, con calma. E non solo guardare, ma anche annusare, ascoltare, sentire con il resto del corpo l'ambiente circostante. Il nutrimento di cui parlo lo rappresentano bene il racconto Passi* di A volte penso che, la foto e la poesia che ho associato a questo post. Attimi, frammenti che evocano in ciascuno giochi di luce che improvvisamente rendono la vita non banale, anche se, a pensarci bene, non è successo proprio niente.

Il fiorire dell'incontro casuale
di coloro che resteranno sempre estranei...

L'unico sguardo indifferente ricevuto per caso
dalla straniera frettolosa...

Le parole episodiche scambiate
con il viaggiatore episodico
durante l'episodico viaggio...

Grande pena che tutte le cose non siano che frammenti...
Cammino senza fine...

(Fernando Pessoa, Poesie di Alvaro de Campos, 30 aprile 1926)
*se vi interessa cercate il Messaggio N°407 e continuate a leggere

lunedì 29 settembre 2008




Dicon che fingo o mento
quanto io scrivo. No:
semplicemente sento
con l'immaginazione,
non uso il sentimento.

Quanto traverso o sogno,
quanto finisce o manco
è come una terrazza
che dà su un'altra cosa.
É questa cosa che è bella.

Così, scrivo in mezzo
a quanto vicino non è:
libero dal mio laccio,
sincero di quel che non è.
Sentire? Senta chi legge.

(Questo, Fernando Pessoa)

venerdì 19 settembre 2008

e pure io dico la mia....

Su facebook ci sono finita diverso tempo fa, molto prima di diventare farlocca sul web (nella vita già lo ero da un pezzo). Mi ci invitò mio fratello, c'era pure l'ex che ogni tanto lo usava e ci finii pure io. Aprii il mio account con il mio nome e cognome da carta d'indentità, niente eteronimi, pseudonimi o alias. Così ho ritrovato anch'io (come MMax) gente di cui avevo perso ogni traccia dall'adolescenza o da prima, il passato remoto rifiltrato dal web mi è ritornato addosso. Il che va molto bene dato che trattasi di passato non sempre gradevole, così sfumato dalla rete, spersonalizzato fa abbastanza piacere rivederlo, in realtà preferisco di gran lunga il presente alla mia adolescenza.
Sono un utente noiosissimo di facebook, al pari di rose (condivido totalmente il titolo), aggiorno poco e sopratutto dico poco. Infatti non è che proprio voglia comunicare a tutti e con la mia faccia in primo piano, tutto quello che mi passa per la testa. Dire quello che mi pare o quasi, lo posso fare qui, il mio essere farlocca mi regala la libertà. L'orrore della sovraesposizione, dell'essere sempre visibile-rintracciabile-conoscibile, mi è apparso in tutta la sua enormità proprio essendo lì. Tanto per peggiorare, ho anche un lavoro nel quale mi si richiede una faccia "pubblica", una sorta di ruolo sociale, quindi un minimo di "faccia da salvare" ce l'ho. Certo non sono una che si fa tanti problemi neanche sul lavoro (spesso mi considerano la marziana di turno), ma alcune cose proprio non le voglio comunicare nel mio contesto pubblico (sopratutto quando dico le mie amate cazzate).

Morale: la vera libertà te la dà l'anonimato.

martedì 16 settembre 2008

Il tramezzino


Immagine da qui

Qualche tempo fa mi è stata data una bella rappresentazione dei concetti di partecipazione e coinvolgimento.

"Hai presente il tramezzino uova e salame, o quello uova e wurstel?"
"Sì, certo, buoni..."
"Bene all'evento tramezzino la gallina partecipa, il maiale è coinvolto."

La differenza ad alcuni sembra poco evidente, altri la afferrano al volo, tutti però arrivano a capire che è una differenza essenziale. La gallina resta, può continuare a produrre uova, ad alimentare il mondo, il maiale, per quanto non se ne butti via nulla, ha finito di nutrire. Per altri la lettura è più autoreferenziale, la vedono in chiave di autoconservazione e non di "fornitura di servizio". Io la vedo in entrambe le chiavi.
Come già detto l'accudimento di qualcuno in necessità è parte rilevante della mia vita, in questo contesto, l'essere la gallina e non il maiale diventa fondamentale. Sia in termini di autoconservazione che in termini di fornitura di servizio.
Esistono però altri contesti nei quali l'essere gallina o maiale è piuttosto rilevante. La prima cosa che viene in mente, sopratutto a chi ha fatto parte del club dei cuori infranti (per inciso ho stracciato la tessera anch'io) sono le relazioni di coppia. Chi mi proponeva la metafora si vuole porre come gallina dato che anche lui ha fatto la parte del maiale almeno una volta in vita sua (io quasi sempre, se no non sarei farlocca).
Ma è davvero possibile partecipare e non coinvolgersi in una relazione affettiva?
Qui bisogna fermarsi un attimo e definire un po' meglio cosa siano partecipazione e coinvolgimento. Parlando con alcuni amici, in questo contesto, la prima assume un connotato negativo, un rimanere freddi e distaccati e quindi un essere fuori dalla relazione, mentre il secondo è visto in modo molto positivo e sostanzialmente necessario all'esistenza stessa della coppia. Per qualcun'altro la partecipazione è caratterizzata dal rimanere in controllo, non perdersi ma essere colui o colei che guida.
Secondo me abbiamo torto tutti.
Innanzitutto il controllo è una mera illusione e il distacco non esclude automaticamente l'amore. Troppo spesso viviamo le relazioni di coppia come un nostro sogno nel quale l'altro deve partecipare e deve farlo secondo le nostre modalità. Quando poi l'altro, di cui ci eravamo sostanzialmente dimenticati, si ribella, la cosa ci distrugge perchè distrugge il nostro sogno. Inoltre, se ci pensiamo un momento, ci coinvolgiamo, nel senso di diventare maiali, quando ci affidiamo affettivamente come un bambino si affida ai genitori: senza strumenti e senza lucidità. Se però abbiamo superato i 30 (e qui lo abbiamo fatto da un pezzo), all'ennesima scarpata in faccia, magari guardando il set di spazzole che è stato fatto con le nostre setole, forse dobbiamo cominciare ad accettare che ogni cosa ha un inizio, una durata e una fine. Se riusciamo ad immergerci in questo andare della vita naturale, siamo delle ottime galline, produciamo bellissime uova con grande soddisfazione nostra e di chi le mangia.

martedì 9 settembre 2008

D-day


foto da Wikipedia
Dalle mie parti abbiamo avuto un D-day tutto speciale: il cambio di casa di una persona infinitamente fragile. Un trasloco travolge chi è stabile e in forze, rischia di distruggere chi è fragile. Eppure c'è modo di evitare la distruzione, in fondo basta affrontare il probabile disastro in gruppo, un gruppo però che sia affettivamente disponibile, che porti allegria, supporto e speranza a chi è a rischio. Ce l'abbiamo fatta fin qui. Lei è stata bravissima. Ora speriamo nel futuro, incrociamo le dita e cerchiamo di darle il massimo supporto possibile.
Naturalmente la commedia e non la tragedia è stata protagonista. Alle 8 del mattina le truppe avanzate erano in posizione, lei, la traslocanda, ormai era preda della più totale angoscia, mentre mobili e scatoloni prendevano la via della nuova casa, il terrore si andava impadronendo di tutti. Il passaggio al nuovo quartiere, l'ignoto... tutto sembrava generare mostri tentacolari che ghermivano i convenuti. Poi piano, piano, gli oggetti hanno cominciato a popolare la nuova casa, le truppe sono arrivate e un vago sorriso a lasciato il posto all'angoscia.
Momenti di puro caos primigenio hanno accompagnato l'organizzazione della nuova casa, con chi metteva a posto scordandosi dopo due minuti dove, a volte anche cosa, ma si sforzava comunque di farlo. Con altri che tentavano di montare il mobiletto (c'è ne è sempre uno) di Ikea, secondo le chiarissime istruzioni, chiamando a raccolta l'intera truppa per un simposio sul concetto di mobiletto e della sua medesima essenza. Altri, per fortuna, mi regalavano ilarità via sms, altri hanno pensato a noi, hanno sperato con noi e ringraziamo anche loro.

Per il futuro, a ricordo di questo nostro D-day, mi/ci lascio le parole di F. Pessoa da il violinista pazzo

Tuttavia, quando la tristezza di vivere,
poiché la vita non è voluta,
ritorna nell' ora dei sogni,
col senso della sua freddezza,

improvvisamente ciascuno ricorda -
risplendente come la luna nuova
dove il sogno-vita diventa cenere -
la melodia del violinista pazzo.

lunedì 1 settembre 2008

Accudimento e batterie

dall'amaca in puglia
Una delle regole d'oro dell'accudimento è: essere sempre il più possibile in forma. Mi spiego, se devo occuparmi di qualcuno in grave necessità, non posso farlo correttamente se il mio stato d'animo e le mie energie fisiche sono a terra. Devo essere in forma così da contribuire positivamente al benessere dell'altro, insomma devo trovare quotidianamente un modo per ricaricare le batterie dell'anima.
La mia estate è stata fortemente caratterizzata dall'accudimento familiare, come da post precedente si capisce che nella mia famiglia c'è chi ha davvero bisogno di una mano. A mie spese ho imparato, nel tempo, che la regola d'oro ora enunciata è fondamentale, sopratutto se si ha a che fare con persone mentalmente instabili. Il malato "mentale", per usare una definizione che non mi piace, è spesso, quasi sempre, dotato di una capacità empatica mostruosa ed è quindi fortemente influenzato dallo stato di chi gli è vicino. Un momento di disperazione di chi assiste, sopratutto se prolungato, può provocare una reazione al limite dello psicotico nel malato.
Allora non è egoismo, non ci deve essere senso di colpa (chi sa intende), se chi assiste si organizza e se la squaglia per qualche giorno. Se poi, come nel mo caso, si ha la fortuna sfacciata di avere amici/che eccezionali, sia in loco per seratine edificanti, che in luoghi più che ameni, bisogna, si deve, schifosamente approfittarne per il bene dell'intera comunità. D'altra parte , quest'anno, ciascuno aveva i suoi di accudimenti e così tu ricarica me che io ricarico te.... Grazie, grazie!!!


a mollo nello jonio