venerdì 27 febbraio 2009

Altri luoghi, altri ricordi


Era qualche anno fa. Ero a Delhi, mi rendeva felice quel viaggio. All'arrivo si erano persi il bagaglio, faticai a trovare un taxi, c'era un gran casino, un traffico che anche per un romano era troppo. Stordita, arrivai in albergo al centro di New Delhi e per qualche giorno, per poche ore in fondo, vagai tra le strade di Delhi, con la nebbia invernale, una bruma soffice che rende ancor più straniante l'effetto del fuso orario e del luogo così diverso. Felice possessore del solo spazzolino da denti, mi concessi una breve pausa prima dell'arrivo della valigia e l'inizio del lavoro. In India ci sono sempre andata a lavorare, solo come effetto secondario mi sono potuta permettere di perdermi nelle sue strade, nei luoghi antichi, tra la gente, guardarmi intorno, immergendomi nell'effetto caleidoscopio che la caratterizza (è il mio caleidoscopio gigante preferito). Ogni volta mi sono, felicemente, lasciata inghiottire, modificare e arricchire cercando di non porre barriere mentali tra me e le impressioni che ricevevo.
Esistono luoghi così, talmente diversi da noi in apparenza, da pensarli estranei, mentre poi, scopri che li avevi già dentro. E' una scoperta di una parte di te che risuona con ed in quel luogo. Per ogni viaggiatore una parte diversa. In me l'India dei santoni, della magia, delle migliaia di dei che convivono, non risuona, quella che mi ha parlato ogni volta è l'India dell'infinita vitalità. Una sensazione di immensa capacità vitale che, oltretutto, riproduce se stessa da migliaia di anni; un qualcosa che mi ha nutrito e incantato in ogni occasione. In quel viaggio, in particolare, penso mi abbia tenuto in vita (potete pure chiedervi cosa avessi fumato-mangiato, io nego ogni uso di sostanze stupefacenti, almeno in quell'occasione). Non sapevo di essere fisicamente in pericolo, avevo un problema che stava diventando mortale, non lo sapevo, sentivo di essere a rischio, ma non capivo né come, né perché. Eppure sono ancora qui, ho girato per quella terra, ho lavorato e sono riuscita a goderne nonostante tutto. Cominciavo a star male sul serio, ma fu come una tregua, una sosta, fu come se avessi il permesso di fare quel viaggio...
Ripenso a quei giorni, a quando sono tornata, al medico che mi ha "ripreso per i capelli" e al quale sarò sempre grata. Ripenso al febbraio di quell'anno, quando, uscendo dall'ospedale, non potevo ancora credere di essere lì a respirare. Penso a quei giorni forse perchè ricorrono ora e con prepotenza, torna a tratti, dalla memoria, la sensazione fisica di gioia, di sorpresa, che provai nel rendermi conto di essere ancora viva. Con quel ricordo vitale riaffiora anche il dolore e con lui la paura, ed anche il rimpianto per alcune cose che non potranno mai essere, tutte sensazioni che solo ora comincio a digerire. Penso, sopratutto, a tutte le volte in cui si ha una seconda possibilità.

«La lezione più importante che l'uomo possa imparare in vita sua non è che nel mondo esiste il dolore, ma che dipende da noi trarne profitto, che ci è consentito trasformarlo in gioia.»
Tagore


martedì 24 febbraio 2009

Viaggi desiderati I: Silencio-Madredeus

Ecco oggi vorrei poter partire, prendere un aereo prima per Lisbona, poi un altro per le Azzorre. Passare una settimana girando, un po' a piedi, un po' in macchina, ascoltando il silenzio di quei luoghi. Respirando l'odore dell'oceano, riempiendomi le scarpe di sabbia sulle spiagge scure e i polmoni d'aria sulle montagne. Al massimo ogni tanto accenderei un po' musica, forse solo Madredeus perché in tono con il luogo e l'umore.

Qualcuno vuole venire?

domenica 22 febbraio 2009

Immobilità


Foto di Sandro B.
Statue, corpi immobili. Tensione di muscoli colti nell'atto di contrarsi, striature di movimento ricamate sulla pietra. Come un gioco di scatole cinesi, una foto di una statua è rappresentazione immobile di altra immobilità.
La guardo e per contrasto penso alla mia continua necessità di movimento, alla claustrofobia che l'immobilità a volte mi genera. Eppure so stare ferma, fisicamente immobile anche per molto tempo, il mio record è stato 40 minuti. Dopo tutta quella stasi avevo difficoltà a muovermi di nuovo, ma c'ero riuscita, svuotando la mente dai pensieri, sentendo solo il respiro, ero rimasta ferma senza nessun panico, senza nessuna ansia. Una sensazione bellissima.
L'immobilità diventa sofferenza, soffocamento solo se è contrasto al movimento. Al movimento dei pensieri in particolare, la mente si muove e il corpo vuole seguirla. Non c'è separazione tra corpo e mente, se una va l'altro segue e spesso accade anche il viceversa, il corpo conduce la mente in qualche luogo che lei ancora non conosce, che non ha nominato. In questa altalena di chi tira e chi segue, entra poi la paura di quelle pause profonde che a volte non sappiamo fare nemmeno dormendo. Diventare statue, anzi foto di statue, ottenendo quella doppia immobilità, sia del corpo che della mente ci fa sentire troppo vicini alla morte. Eppure esiste una qualità della mente che ci può permettere di essere statue e al tempo stesso capaci di muoverci rapidissimi, estremamente vivi, è una qualità di quiete, di assenza di dialogo interno, l'omino interiore tace, nessuno parla. Quella qualità si realizza quando mi limito, anzi no, sono capace di sentire soltanto.

Segui la tua sorte,
annaffia le tue piante,
ama le tue rose.
Il resto è l'ombra
d'alberi stranieri.

La realtà
è sempre di più o di meno
di quello che vogliamo.
Solo noi siamo sempre
uguali a noi stessi.

Dolce è vivere solo.
Grande e nobile è sempre
vivere con semplicità.
Lascia il dolore sulle are
come offerta agli dèi.

Guarda la vita da lontano,
e non interrogarla mai.
Nulla essa può
dirti. La risposta
è al di là degli dèi.

Ma serenamente
imita l'Olimpo
nel segreto del tuo cuore.
Gli dèi sono dèi
perché non si pensano.
(Fernando Pessoa)

giovedì 19 febbraio 2009

Sassi



A Roma ci sono pezzi di strada fatti così, come nella foto. Sassi antichi sui quali i piedi di milioni di esseri umani e non, sono passati. Strade romane di oggi, di ieri e dell'altro ieri, le percorro spesso, un piede davanti all'altro, quasi sempre guardando per aria. L'ho già detto che mi piace camminare, mentre vado penso, guardo, ridacchio osservando cose e persone e anche piango, quando luoghi e oggetti mi ricordano qualcuno o qualcosa che ancora duole. I luoghi hanno per ciascuno di noi una memoria, sono come delle ancore di pensieri e vicende, conservano per noi, nella nostra mente, un brandello di un avvenimento, di una persona. Così mi capita spesso di chiedermi a proposito di questi luoghi, di questo posto in cui vive gente da molto più che 2000 anni, cosa abbia di particolare. Cosa ha Roma, per essere punto di attrazione da così tanto tempo? Magari questi sassi, che sono anche strada lo sanno, sono stati ancore per ricordi innumerevoli, hanno ascoltato, visto, vissuto, una quantità di vicende impensabile per noi che siamo più transitori, per noi che li calpestiamo, anche distrattamente. Ho girato tanto in vita mia, vissuto in altri luoghi per periodi più o meno lunghi, solo in India, in alcuni luoghi antichi, ho provato qualcosa di simile a quello che mi comunica Roma. Un senso del luogo in sé, come se ci fosse una ragione, che non so, per star lì, per restare lì.
A volte cammino per queste strade senza percepire nulla di ciò che ho intorno, o almeno così mi sembra, però ho magari scattato qualche foto, ho comunque posato gli occhi da qualche parte e a posteriori scopro che, comunque, qualcosa mi è rimasto addosso, qualche impressione, qualcosa di sottile che non ha nome. Quel qualcosa che sempre e comunque mi riporta qui, a questo luogo per restarci.

Viaggiare! Perdere paesi!
Essere altro costantemente,
non aver radici, per l'anima,
da vivere soltanto da vedere!

Neanche a me appartenere!
Andare avanti, andare dietro
l'assenza di avere un fine,
e d'ansia conseguirlo!

Viaggiare così è viaggio,
Ma lo faccio e non ho di mio
più del sogno del passaggio.
Il resto è solo terra e cielo.
(Fernando Pessoa)

martedì 17 febbraio 2009

Anomalie: sogno

Questo è un post anomalo. Noterete infatti che i commenti non sono abilitati. Non è un dialogo è un esercizio, una cosa criptica che ha senso solo per me e forse per A., insomma questa cosa me la capisco solo io....

Esterno giorno, cammino verso la stazione. Entro, cammino sui marciapiedi dei binari. Squarci di cielo tra le strutture, folla che si muove. In mano ho un biglietto dell'autobus, sto cercando S.Z. per darglielo. Inquadratura dei piedi con delle scarpe nere che percorrono i pavimenti della stazione Termini.

Folla immobile, io mi muovo. La camera inquadra la mano con il biglietto dell'autobus. In lontananza vedo S.Z., abbiamo appuntamento e lei comincia a muoversi mentre gli altri restano fermi. Sorride. Le do il biglietto sorridendo. Ora possiamo andare.
Esterno notte.



Ps se proprio vi scappa da dire qualcosa c'è sempre l'email.

domenica 15 febbraio 2009

Punti di vista


La vita da numero dispari (dal titolo di questo blog) ha molti pregi, non devi render conto a nessuno dei tuoi spostamenti, decidi all'impronta quel che vuoi fare, puoi vivere alla giornata. Nessuno ti ammorba per ore con dettagli dettagliatissimi su guai (o presunti tali) capitati in corso di giornata, non sei costretta a contenere crisi di ipocondria generate da un raffreddore o da un'unghia incarnita, né a bandire cibi da te amati da casa perché ad altri fanno schifo. Esci quando vuoi, accendi la luce e leggi in caso d'insonnia, anzi se proprio non riesci a dormire prendi e vai a far due passi, e la lista è lunga... insomma la libertà dell'essere da soli ripaga del disagio che sei anche da sola a dover far tutto (rompendo l'anima agli amici per i lavori pesanti).
Non tutti però la pensano così, alcuni ti immaginano sola la sera, magari davanti al televisore a guardare qualche orrido scemeggiato (non è un errore di battitura) o a leggere poesie d'amore sospirando. Ovviamente chi la vede così sono certi amici felicemente coniugati-accoppiati-innamorati. Questi si prodigano per alleviare le tue presunte sofferenze. "Tesoro, ormai non sei più nel primo fiore" esordiscono, un po' maleducati e prodighi di consigli, "dovresti impegnarti a trovare qualcuno, qualcuno per costruire qualcosa, per non star lì sola. Devi pensare al futuro, il tempo passa ...". E via su questa linea enunciando gli immensi pregi di un rapporto stabile-duraturo-confortante seguito da lista dei tuoi indubbi pregi e di come tu debba valorizzarli. Io resto perplessa, annuisco, provo ad infilare qualche parola in queste apologie del matrimonio-unione-di-fatto, di solito non ci riesco. Ora questi adorabili ben intenzionati, un discorso del genere non dovrebbero farlo a me, che sono ormai ben lontana anche dal secondo fiore, che ho già "costruito" due convivenze (l'ultima chiusa un anno fa... datemi tempo) raccattando i relativi cocci, e che "lì da sola" a sospirare ci sto solo quando mi viene il mal di pancia. Però loro, che la sera si rintanano in casa a guardare scemeggiati, a farsi coccole sul divano e a cenare con due-cosette-veloci-che-siamo-stanchi, sono così felici di questo che non sopportano l'idea di te da sola. La tua solitudine gli duole, ci proiettano sopra qualcosa che a loro fa paura, qualcosa che proprio non riescono ad accettare. Questi amici, non sono tra coloro che frequento regolarmente, i "regolari" non mi immaginerebbero mai sola a sospirare malata di solitudine, chi mi conosce bene, mi vede piuttosto pronta a staccare il telefono per non avere rotture di palle che sospirante. Comunque, gli altri, i ben intenzionati, magari colleghi affettuosi o vecchie conoscenze ormai un po' distanti, non sono pericolosi finché si limitano alle parole, la cosa non è grave, magari risibile, ma non pericolosa. Il problema sorge quando decidono di passare all'azione. "Tesoro, vieni a cena da noi stasera?" e ti fanno l'agguato.
A cena c'è il caro-amico-cognato-collega che loro sono sicuri vada bene per te. Quindi ha tra i 5 e i 10 anni più di te (e fin qui ci siamo) ha pertanto una vita alle spalle, magari un tot di ex-mogli e figli e animali domestici, tutti problematici. E' provato dalla vita, lui sì che sospira perché solo, non cura il fisico (e con 5-10 anni più di me se non ti curi sei un rottame), vede molta televisione, adora il calcio, legge poco, se usa il computer per qualcosa di più che le email grasso che cola, se non ha la forfora sulle spalle è un miracolo. Loro lo definiscono "uomo tranquillo e per bene", io un "disperato."
Le serate così hanno dei punti fissi, il tempo scorre tra le lamentele sui congiunti problematici, le battute un po' in stile pierino-bombolo-cinema di serie B anni 70, il cibo fa schifo, oppure si sono scordati che io ho un'intolleranza alimentare e certe cose proprio non posso mangiarle, pena mal di pancia grave (che poi sì che sospiro), per cui resto anche sostanzialmente digiuna. Sono stranamente silenziosa, non ho argomenti, non vedo quasi la televisione, di calcio non mi occupo, lo sport lo pratico non a voce ed ho un'insana passione, professionale e non, per i computer. Di che parlo con il povero solitario-con-forfora? Rifletto tra me e me. Non riesco ad essere abbastanza scostante, un pat-pat, sulla spalla potrebbe scapparmi e poi quello magari, pensa che sono interessata, meglio il silenzio. Però non riesco a smettere di chiedermi: questi ben intenzionati mi hanno preso per un'opera assistenziale, per una sorta di salvatrice del povero-uomo-solo-e-derelitto? mi rispondo: credo di sì. Oppure, mi interrogo, pensano che sono così un cesso in tutti i sensi, da dovermi accontentare del primo gatto bagnato che incontro per strada? No, sono io che fraintendo. Ho, infatti, chiesto lumi dopo una serata di queste (rare, mi ci fregano raramente) e mi è stato spiegato che, anche se non conoscono personalmente l'eventuale amante che ha condiviso la mia strada per un po' o i miei corteggiatori e quindi non hanno elementi diretti su di essi, loro sanno che per metter su qualcosa di serio, non vanno bene quei bizzarri, sconclusionati, inaffidabili, contorti soggetti che mi trovo da sola. Ci vuole un uomo solido, di buoni sentimenti, e pace se da guardare non è un granché e tu non sai che dirgli, dovresti comunque dargli una possibilità.... e pensare che io, i miei bizzarri sconclusionati, inaffidabili e sì, anche un po' contorti, corteggiatori (o amanti o amici che siano), li trovo carini, divertenti, stimolanti, persino intelligenti. Oltretutto, dato che, comunque, in casa non mi prenderei nessuno nemmeno a pensione, mi piacciono così. Eh, sì è un problema di punti di vista.

giovedì 12 febbraio 2009

Inverno 2

Gli alberi invernali, i platani di Roma in particolare, hanno per me un fascino speciale. I loro rami ricamano trine di nulla a contrasto con il cielo, se questo poi è limpido, ne nasce un merletto, una passamaneria eterea e complicata, come nessuno potrà mai realizzare. Per questo mi piace guardarli in quelle (quest'anno rarissime) giornate di cielo limpido, quando magari fa un freddo dell'altro mondo, ma la luce è intensa. Cammino lungo il Tevere, andrei con il naso per aria, non fosse che la via è sempre affollata, allora ogni tanto mi fermo, appoggio la schiena al parapetto dell'argine, allungo un po' le gambe e mi perdo tra i rami. Gli occhi saltano da un ramo ad un rametto, ad un altro ancora più piccolo. Si perdono nella trama labirintica degli incroci, nei disegni leggeri creati dagli spazi vuoti. Così facendo un senso di bellezza e pienezza si forma, quel senso di piacere del vivere, cosa che ci concediamo raramente, diventa centrale. Se poi è domenica, magari anche di mattina presto, c'è anche poco traffico, il vento porta via la puzza di smog, l'aria sembra quasi pulita, la respiro con il naso gelato, la assorbo insieme all'odore del fiume, al grido dei gabbiani. Ad ogni espirazione un po' di detriti escono, qualche doloretto dell'anima, qualche ricordo spiacevole in più, lo lascio là nel merletto fatto di cielo e legno.

Se io, ancor che nessuno,
potessi avere sul volto
quel lampo fugace
che quegli alberi hanno,
avrei quella gioia
delle cose al di fuori,
perché la gioia è dell'attimo;
dispare col sole che gela.
Qualunque cosa m'avrebbe meglio
giovato della vita che vivo -
vivere questa vita di estraneo
che da lui, dal sole, mi era venuta!
Viaggiare! Perdere paesi!
Essere altro costantemente,
non avere radici, per l'anima,
da vivere soltanto di vedere!
Neanche a me appartenere!
Andare avanti, andare dietro
l'assenza di avere un fine,
e l'ansia di conseguirlo!
Viaggiare così è viaggio.
Ma lo faccio e non ho di mio
più del sogno del passaggio.
Il resto è solo terra e cielo.
(Fernando Pessoa)