domenica 5 aprile 2009

King Crimson - Frame By Frame

Domenica mattina, lezioni di rock all'auditorium... mattinata di lusso :-)

venerdì 3 aprile 2009

Lucio Dalla - Ulisse coperto di sale

certe canzoni somigliano ai sogni che a volte faccio la notte ....

giovedì 2 aprile 2009

Ma perché?


Nel mio gironzolare in rete mi capita, sempre più spesso, di imbattermi in blog di giovani donne che si preoccupano dell'essere single. Scrivono bene, molto bene (cfr qui ad esempio), sono dotate di grande umorismo, palesemente intelligenti e argute, sono sicura che sono anche carine da vedere, eppure sembra scorrere una vena d'ansia nel loro trovarsi da sole. Dato che sono parecchio più vecchia di loro (mi sa che potrebbero essere figlie mie) non commento al volo, non faccio la vecchia zia con un "senti a me c'è tempo", taccio e rifletto. Torno indietro con la memoria ai miei 25-26 anni, a tutti i periodi, di solito abbastanza lunghi, in cui sono stata da sola, non in coppia per la precisione, come adesso. L'ansia seria a volte nasceva dalla consapevolezza che l'orologio biologico stava camminando, che il mio desiderio di maternità rischiava (e così è stato) di restare inespresso. Per il resto non me ne fregava proprio niente. Avevo altri problemi su cui concentrare l'attenzione. Che si potesse dire che sono una zitella l'ho sempre visto come un problema di chi lo diceva e non mio. Le persone sono persone, a prescindere dal loro essere in coppia, sole o a terzetti. Se si dice di me che sono una "brutta persona" mi devo preoccupare, non se mi attaccano un aggettivo che non mi appartiene. Perché non stare in coppia preoccupa? E' una condizione come altre, alla quale si può accedere in qualunque momento della vita...
Tanto per la cronaca: ho un'amica ultra-sessantenne che ha un fidanzato nuovo da qualche mese, quasi dieci anni più giovane di lei, un amico di oltre settantanni che sta con una donna di venticinque anni più giovane ormai da due anni. Dopo anni ed anni di vita solitaria, sia l'una che l'altro, ad un certo punto, si sono detti (e lo hanno comunicato ad alta voce) che erano stufi di star soli, si sono, penso, interiormente resi disponibili e voilà... la vita porta quel che serve.
Be' è vero che c'è un punto dolente, sopratutto se sei nel pieno delle forze: il sesso. Organizzarsi non è banale, alcuni ottimi suggerimenti vengono forniti, ma come minimo tocca fare un sacco di sport per mettere quelle energie da qualche parte. Certo a pensarci bene, è un problema secondario; in fondo, l'unico vero problema che vedo nello stare soli è la mancanza di un sentimento, di un contatto particolare: l'amore, con o senza maiuscola. Ecco mi chiedo e chiedo alla giovani signore in rete ma siamo sicuri che solo in coppia questo si possa trovare?

È l'amore che è essenziale.
Il sesso è solo un accidente.
Può essere uguale
o differente.
L'uomo non è un animale
è una carne intelligente,
anche se a volte malata.
(Fernando Pessoa)

lunedì 30 marzo 2009

Piccoli passi

Piccoli passi, impronte minute sulla sabbia. Una creatura ha lasciato un segno, una traccia con un piccolo strascico. Trascinava qualcosa, forse era un uccello, piccolo, che costruiva un nido di sterpaglia, là dietro le dune. L'occhio si sofferma, immagazzina le linee delle impronte a contrasto con le linee d'ombra disegnate dal sole sulla sabbia. "Ciò che noi vediamo delle cose sono le cose." dice Pessoa, cosa vediamo noi delle tracce delle cose? La mente cerca di rispondere e allora crea una storia minima che, qui sulla spiaggia, si conclude con il vento, ora più forte, che spazza via ogni ricordo del passaggio.


sabato 28 marzo 2009

pecora nera: dei rapporti tra uomini e donne

non mi pare ci sia da aggiungere nulla ....

giovedì 26 marzo 2009

Sulle mie impronte II*



* continua da qui
Sulla spiaggia, in inverno, tra sole e tramontana, continuo a chiacchierare con i due pensionati, mentre i loro cani mi saltellano tra le gambe e ci riempiamo di sabbia a vicenda. Il calvo ha una storia diversa dal suo compagno di pensione. E', come dice lui, "ordinario", ha fatto l'impiegato tutta la vita, una famiglia tranquilla con due figli ora lontani "So ragazzi studiosi, mo' c'hanno una trentina d'anni e qua che ce stanno a fà... così uno sta in Danimarca e l'altra, cor marito e i figli, sta in Norveggia... che poi boh... valla a capì, io a sto clima nun c'avrei mai rinunciato... ancora ancora a Danimarca, Copenaghen... ma a Norveggia... ", la moglie è morta poco prima che lui andasse in pensione, così quando ha smesso di lavorare è rimasto solo. Lo guardo e mi sembra di vedergli in fondo agli occhi tutto quel mare di tristezza in cui deve essere sprofondato allora. "Però, vede signorì, ce stanno l'amici de sempre. Io co sto disgraziato" e mette una mano sulla spalla del barbuto "ce passavo er tempo già da regazzino. Vivevamo vicini, annavamo a giocà sulla spiaggia insieme... e poi 'na bella mattina, che io me volevo ammazzà, questo me s'è presentato alla porta e me fa 'Oh, che stai a fà?' e io, che stavo cor pigiama alle 11 de mattina e facevo schifo che manco m'ero lavato 'che voi che devo da fà? stavo a annà ar Quirinale che m'hanno 'nvitato' e quasi je chiudo la porta che m'era sembrato scemo. Poi lui tira fuori da dietro la schiena 'na borsa de stoffa e dalla borsa sbucano ste du' capocette de cane" gli occhi gli si illuminano e indica i due cani che continuano a imperversare intorno a noi. "Me dice, 'io de bestie pelose nun ce capisco 'n cazzo, ma tu ce l'hai avuti i cani, se ne potemo prenne uno io e uno te, e tu me dai 'na mano a tirallo su ... a educallo... e me voj fa entrà che fa freddo!' e da quer giorno nun se semo più divisi.... come da regazzini...." Sorride, il barbuto guarda altrove, come se in fondo non volesse essere coinvolto in questa storia di solidarietà, di solitudine, "Aho, mo basta che me stai a fà venì a lacrimuccia! che dice signorì, je lo potemo offrì 'n caffè?" il calvo ridacchia e mi strizza l'occhio. Accetto il caffè che prendiamo in uno dei pochi chioschi aperti sulla spiaggia. Cominicamo così una chiacchierata-discussione che va avanti per qualche ora. Si parla di donne e uomini sopratutto, i due nullafacenti non me ne fanno passare una, tanto per cominciare mi chiedono che fa "de mestiere" l'uomo con cui sto, alla mia risposta sgranano gli occhi, "che vordì è 'n'artista? che paga lei l'affitto?" si scandalizza il barbuto. "Aho, e che je fa? pure se paga lei a te che te frega?" ribatte il calvo. "E no porca zozza! certe cose 'n'omo nun le po' manco sentì se è omo!" e parte un dibattito tra i due su cosa-sia-un-uomo. Io zitta non ho ne negato ne confermato. Me la godo questa scenetta tra "uomini all'antica" che dibattono in una lingua che non è ne italiano ne romanesco. "Un momento", intervengo, "ci sono artisti che guadagnano quello che vogliono, quindi perché dovrei per forza essere io a pagare l'affitto? e poi non viviamo insieme..". Mi squadrano "Naaa, er suo è morto de fame semo sicuri!" e tutti a ridere, dato che è vero mi unisco. Ai caffè seguono bibite mentre i cani si sono accucciati sporchi di sabbia e felici. Non posso neppure accennare a tirar fuori il portafogli, sono con due "omini" mica si possono far offrire qualcosa da me. Me li guardo, li ascolto, è un giorno strano, non mi sento attaccata o disturbata dai loro commenti, dal loro scuotere la testa, o argomentare, anche un po' sgangherato, sulle donne indipendenti e gli uomini imbranati-che-non-sono-più-come-eravamo-noi, dai loro "Eh no, mo' 'n'attimo... e va be' seee, però... ". Mi diverte il loro capire che io voglia un giorno solo per me e il non capire come mai il mio compagno non abbia nulla da dire in proposito, "Aho' ma manco 'na parola? gnente gnente?" non ci possono credere. Continuiamo a ridere, a scherzare e a raccontarci fatti e vicende, commentando tutto il commentabile fino all'ora di pranzo. Non accetto anche l'invito a pranzo, ora ho voglia di stare da sola, mi salutano con un'ultima battuta del barbuto "lei deve scappà!" che "signorì, senta a me: la maggior parte dell'omini so troppo scemi pe' capì il valore de 'na donna intelligente, ma a volte pure de una cretina, prima dell'età della pensione... scappi lei prima che lo faccia lui così se 'mpara! scappi sempre lei pe' prima!". Cosa che, è risaputo, io non ho imparato a fare.
Ecco vanno, quei due vecchi così diversi, con i loro cani bastardissimi e meravigliosi, con la loro storia e la vita che ancora gli resta. Io riprendo a camminare e intanto ripenso all'unica battuta detta da me che era stata accettata senza discussioni, una cosa molto banale, detta forse solo per arginarli un momento: C'è un tempo per ogni cosa. Avevano accolto la frase entrambi con aria grave, annuendo. Sì, c'è un tempo per gli artisti svagati, uno per trovare un porto sicuro, uno per dare, come uno per ricevere e sopratutto un altro tempo ancora, quello di star da sola a camminare sulla spiaggia.

lunedì 23 marzo 2009

La porta


Roma stazione. Termini, così la si chiama. Il luogo dove termina un viaggio. Si arriva qui, la testa del treno si accosta al binario, l'animale di metallo si appoggia al marciapiede finale, si riposa. Dalle porte rigurgita persone, tante, sempre. Mille idiomi, dialetti, parole, storie, bagagli, reali e metafisici. Abito da queste parti e a volte, la domenica sopratutto, vengo qui dove c'è una bella libreria, tanti negozi sempre aperti e cose e persone da guardare. Non è un luogo particolarmente amichevole, le commesse e i commessi nei negozi non sono quasi mai gentili, tranne che in libreria. C'è forse troppo via vai, sono più occupati a controllare che nessuno rubi piuttosto che a dar retta a chi viene a comprare. In fondo, loro, passano buona parte della giornata sotto terra, non è cosa che renda socievoli. Eppure a me piace venire qui. Dopo la visita in libreria mi fermo alla testa dei binari a guardare il flusso di gente. Immagino destinazioni e storie, qualche volta mi si stringe lo stomaco mentre guardo i senza tetto sempre presenti, altre volte mi perdo nei volti delle persone che passano, ne osservo l'abbigliamento cercando di indovinare qualcosa di loro. La domenica non incontri quasi mai i viaggiatori da prima classe, la stazione è popolata di abiti non particolarmente eleganti, non ci sono che rari set di valige di marca, piuttosto borsoni e trolley da quattro soldi, jeans da bancarella e scarpe di finta pelle, dozzinali zatteroni e false scarpe hi-tech in pura plastica. Forse i ricchi non viaggiano in treno la domenica, o forse, scappano via troppo rapidi perché io possa notarli. L'estate i binari si riempiono di gente con le borse del mare e le ciabatte, se è sera hanno i piedi sporchi di sabbia e il naso bruciato dal sole, se mattina sono pallidi, allegri e portano sacchetti di plastica con il pranzo. In inverno incontro frotte di ragazzi con gli sci, fa freddo, però, quindi non resto mai a lungo. Gli odori si mescolano, dal caffé appena fatto dei chioschi, ai deodoranti, alle puzze umane e meccaniche, tutto si mischia, si confonde, creando un mostro olfattivo che non ha un'identità specifica, un alieno del naso che ogni minuto si rinnova sull'odore di fondo fatto di metallo e freni.
In realtà, più che il passaggio di umanità varia e variopinta, la cosa che mi attrae davvero verso Termini è l'edificio. Bianco, immenso, l'atrio (il dinosauro) con i suoi giochi di chiaro-scuro, gli archi bianchi dei lati, il contrasto con gli edifici intorno. Lo sporco, il brulicare, il caos, sono contenuti là, in quell'architettura monumentale e gelida che inghiotte ogni cosa, che nella sua grandezza lascia passare senza mai afferrare. Indifferente splendido edificio razionalista, è la porta da cui, più che entrare a Roma, si può fuggire dal momento presente.

Sogni ardenti di qualcos'altro!
Frenesia di andare via,
(Oh onda che in me ingrossa!)
via dalla vita, dove la vita deve rimanere -
vita sempre fino ad oggi!

Altre cose e altri luoghi!
Non una vita! Non la mia almeno!
Oh, essere il vento, un' ala,
un veliero che mi portino lì!

Dove? Se lo sapessi,
non ci vorrei andare.
(Fernando Pessoa)