sabato 8 agosto 2009

Del potere allucinogeno dei fondamentalisti


presa da qui
Premessa: questo racconto-ricordo me lo ha evocato questo post (e successivi commenti) di London Alcatraz.

Siamo ai tempi del mio dottorato. Sono in Italia e sto portando avanti un lavoro con due tutor, uno nelle terre patrie e uno negli USA. Quest'ultimo mi convoca oltre oceano nonostante io faccia resistenza, durante l'anno ho fatto avanti e indietro così tante volte che la sola idea di un altro viaggio aereo mi fa vomitare. "Farlocca è necessario che tu venga, c'è il mega-convegno-internazionale qui, è una grande occasione e tu devi presentare il nostro lavoro. Serve anche a convincere i colleghi che vale la pena averti qui da noi per un po'... e poi il tuo fidanzato è a New York, così lo vedi e il biglietto lo pago io..." peccato che di vedere il fidanzato non mi va, peccato che il luogo del mega-convegno-internazionale è praticamente il buco del culo del mondo spostato sui monti Appalachi. Chino la testa e salgo in aereo. In fondo sono l'unica scontenta, il fidanzato è tutto allegro, il tutor italiano anche (e vai mi si leva di torno per un po', lo visualizzo mentre danza dato che non gli sono mai stata simpatica) e il tutor americano è il più contento di tutti (siamo ancora grandi amici) visto che dei tre è forse l'unico che mi apprezza e mi vuol bene davvero. Arrivo a New York, sto un paio di giorni, affitto una macchina e parto. Siamo a maggio, a Roma fa caldo, a New York è tutto fiorito, ma sui monti Appalachi siamo all'inizio del disgelo. Guido tra chiazze di neve sporca, alberi spogli e una natura che comincia appena a stiracchiarsi uscendo dal letargo invernale. Dopo 5 ore di guida a velocità legali (50 miglia orarie all'epoca) arrivo nel già citato buco-del-culo-del-mondo. Mi reco alla sede del convegno, mi registro, sorrido a tizio e caio, abbraccio con calore e gioia il mio tutor americano e vado a posare i bagagli in un orrido motel poco lontano. Sì orrido, uno di quei posti da 15 dollari a notte che erano pochi pure per l'epoca. Un coso a moduli prefabbricati, con copriletto in ciniglia (lisa) arancione, moquette a fiori macchiata al punto che del colore originale si è persa notizia, specchio sbreccato, mega-letto al centro della stanza con televisore (decrepito) che domina ogni cosa (ci vuol poco dato che la stanza è sostanzialmente un loculo). Ho poco da mugugnare, sono un'infima studentessa di Phd non posso sperare in nulla di meglio. Mi reco alla conference hall e mi immergo nella scienza. Fa un freddo cane fuori e dentro un caldo infernale, come sempre negli Stati Uniti. Al secondo giorno comincio a starnutire, devo presentare il lavoro il terzo giorno, incrocio le dita e prego gli dei tutti di limitarsi ad un raffreddore nel punire i miei molti peccati. Non mi ascoltano. Il terzo giorno ho la gola in fiamme, gli occhi che lacrimano e mi gira la testa. Rantolo fino alla sala seminari dove devo presentare. Il mio tutor mi vede e si preoccupa, tossisco una rassicurazione e procedo. Riesco a presentare senza fare troppo schifo, rispondo alle domande tossendo e starnutendo. La tortura finisce e mi accascio su di una sedia. Il tutor, padre di famiglia, arriva mi sente la fronte e scuote la testa "no, not good at all... you need a doctor..." scuoto la testa, non se ne parla proprio, voglio solo dormire dico, vedrai che passa tutto. Il problema vero è che nel giro di due giorni devo risalire in macchina e tornare a New York. Là dovrei anche vedere della gente della Columbia University con la quale abbiamo da finire delle cose.
Rotolo alla macchina, sto uno schifo, parto e mi fermo ad un drugstore. Acquisto 2 cartoni da 2 litri di succo di arancia, qualcosa da mangiare, aspirine, vitamine e un termometro. Torno all'orrido motel. Mi stendo sul letto bevendo succo d'arancia, mi sento davvero male, il termometro segna 102... dopo un iniziale infarto mi rendo conto che è in farenheit e non in gradi celsius, bene significa che ho quasi 39 di febbre. Manciata di aspirine, accendo il televisore e comincio a fare zapping. Mi addormento immediatamente. Il sonno è agitato, mi muovo nel letto, rotolo, sudo, tossisco. Ad un certo punto una voce mi esplode nelle orecchie: "Hell is waiting for you!!! Sinners, confess to Jesus.... " (l'inferno vi aspetta!!! peccatori confessate a Gesù..) dallo schermo un tizio in giacchetta azzurro intenso, capello phonato biondo e cerone a tonnellate, urla verso di me. Ora punta anche un dito che sembra riempire tutto lo schermo "You, I'm talking to you!!!" (tu, sto parlando con te!!) e grida contro la mia blasfemia, il mio ateismo-giudaismo-comunismo-sarcazzochealtro.... Nel fumo cerebrale della febbre non mi rendo conto immediatamente di cosa sia successo, resto un po' lì con gli occhi sgranati, il copriletto di ciniglia tirato su fin sotto al mento e scuoto la testa come a negare ogni addebito. Visioni dantesche riempiono la mia testa febbricitante, lingue di fuoco lambiscono la moquette zozza e certamente tra un attimo mi avvolgeranno riducendomi in cenere. Poi un pensiero penetra tra le circonvoluzioni neuronali un po' abbrustolite, è come una brezzolina fresca: "Ma che cazzo vuole da me questo? chi lo conosce? perché fa così caldo qua dentro?". Lentamente un barlume di coscienza si fa strada. Mi rendo conto che, nel mio rotolare febbricitante, sono finita sul telecomando e ho cambiato canale, ora sto vedendo uno di quei programmi di predica che una stazione televisiva cristiano-fondamentalista trasmette a ciclo continuo. Ridacchio sollevata mentre il tipo phonato continua ad esortarmi ad abbracciare Gesù. Questo però ancora non spiega la temperatura tropicale della stanza. Sono debole e prima di esplorare l'impianto di riscaldamento (chiaramente prodotto nel Giurassico) misuro la mia di temperatura: 100 ovvero circa 38 celsius. Bene sto migliorando. Mi alzo, zittisco il predicatore, comincio a smanettare l'impianto di riscaldamento che emana onde al calor bianco. L'aggeggio emette un singulto, un semi-rutto, tremola e succede qualcosa: smette di funzionare. Guardo l'orologio sono le 8 di sera, ho dormito quasi tutto il giorno. Le gambe non mi reggono e la testa mi rintrona come un tamburo. Chiamo la reception e una voce mi comunica che "we are very sorry, but we have no way to fix it before tomorrow morning, the janitor just went home" (sono molto spiacenti ma non hanno modo di aggiustarlo prima di domani mattina, l'addetto alla manutenzione è appena andato a casa). Chiedo coperte extra, arrivano, il motel è pure pieno. Mi incarto come Tutankamon e scivolo nell'incoscienza con lo stomaco pieno di aspirine e un po' di cibo. Domani è un altro giorno e si vedrà.

In conclusione a New York ci tornai grazie ad un sintomatico potentissimo, che mi permise anche di tornare in Italia ed avere una conversazione semi-lucida con quelli della Columbia. Arrivata a Roma però il malefico virus che si era impadronito di me, ritornò alla carica e mi costrinse a letto per dieci giorni con frequenti incubi da predicatore-phonato.


giovedì 6 agosto 2009

La strada II


Continua da qui
Sono le 6 del mattino, fuori la luce ha appena cominciato a cambiare, ho dormito parecchio. I bagagli sono pronti in un attimo, scendo alla reception, pago e vado a cercarmi un posto per fare colazione. La colazione è per me il pasto principale della giornata e negli Stati Uniti trovo davvero "pane per i miei denti". La mia fame lupigna del mattino si appaga con pancakes, caffè lungo (fragrante, buonissimo) e succo di frutta fresco per completare l'opera. Satolla e gongolante riprendo la 290 in direzione Fredericksburg. Anche oggi è nuvolo, intorno i prati coperti di blue bells incantano gli occhi e guidare la Jeep rossa è un vero piacere. Canticchio seguendo la radio, qua e là mi lancio in una sorta di karaoke stonato sorridendo a chi mi incrocia e mi guarda perplesso. In realtà di domenica mattina non c'è molta gente per strada. Attraverso la cittadina di Frederiscksburg, molto tipica, molto texana, molto noiosa. Mi fermo solo un momento per chiedere indicazioni che mi vengono date con la cantilena tipica, un po' masticata, dell'inglese che si parla qui. Gli uomini portano il cappello a falde larghe, le camicie a scacchi e i jeans, molte donne sono vestite allo stesso modo, ma essendo domenica si notano abbigliamenti più ricercati per andare alla messa. Uomini con cappello a falde larghe, camicia bianca, stivali lavorati e cravattino di cuoio con ferma cravatta in turchese, signore in gonna al ginocchio (di ogni foggia e tipo), camicette bianche abbottonate fino alle orecchie e borsette varie, rigorosamente intonate alle scarpe. La gente si saluta e si dirige alle varie chiese. Negli Stati Uniti l'appartenere ad una chiesa è praticamente obbligatorio. Tranne che nelle grandi città come New York e Houston, là puoi far finta di nulla. Nel mio primo soggiorno extra-urbano negli Stati Uniti finii in un paesino della Pensylvania, c'era solo l'università o quasi ed io ero lì per svolgere parte del mio dottorato. All'arrivo mi diedero molte indicazioni: dove era il centro commerciale, dove trovare assistenza medica, il posto di polizia e una mappa con tutte le chiese/comunità religiose del paesotto in cui ero. C'era di tutto, anche una piccola moschea e un minuscolo tempio indù. Io non capivo cosa ci dovessi fare ed ebbi l'ingenuità di dirlo. La faccia della signora dell'ufficio stranieri mi fece capire che avevo detto la cosa sbagliata. Tossii e andai via quasi di corsa. In seguito, la mia mancanza di attività religiosa fu notata e mi creò alcune difficoltà, ma questa è un'altra storia.
La strada per il parco prosegue verso nord. Voglio trascorrerci la giornata, arrampicarmi sulla Enchanted Rock e, se ho fortuna, veder volare le aquile da là sopra. Arrivo all'ingresso del parco verso le 9:30, parcheggio, mi procuro una bottiglia d'acqua e una mappa. Sono pronta e mi avvio per i sentieri. C'è parecchia gente, il parco è bello e non fa caldo, l'ideale per camminare. La Roccia incantata è una collina di granito rosa isolata (si eleva per circa 140 metri) al centro di un'area piuttosto piatta. Gli indiani Tonkawa dicevano che era un posto stregato, in realtà la roccia si scalda molto durante il giorno e di notte, raffreddandosi, emette suoni e qualche fuoco fatuo, roba che se non sai cosa è può, oggettivamente, spaventare. Insomma lo consideravano un posto magico tra il temibile e il meraviglioso. Cammino per un'oretta, facendo un giro largo fino ai piedi della collina e poi salgo. Mi inerpico sulla roccia quasi liscia, tra pozze d'acqua piovana, arbustelli e piccoli cactus fioriti. Il cielo è nuvoloso, a tratti piove, ma solo un po'. Lo spettacolo naturale è mozza fiato.

Arrivata in cima mi siedo e ascolto il vento. Non ci sono altri rumori. La gente è rimasta giù, nessuno ancora sale, solo qualche ragazzino stava cercando di trascinare i genitori per la salita ma al momento senza successo. Resto lì come stregata, respiro e basta. Poi sento un rumore, uno sbattere di ali, un grido, sono fortunata, c'è un'aquila che volteggia sopra di me.

Non ho idea di quanto tempo siamo rimaste io e l'aquila a scrutarci dalle rispettive posizioni. Lei (o lui) volteggia in alto, poi scende quasi a toccare la roccia, poi risale. Io mi riempio gli occhi di questo movimento desiderando di poter fare altrettanto nella mia vita. Diventare capace di volare alto e poi saper scendere, sfiorare la terra e di nuovo risalire. Prendo la cosa come un buon auspicio.
Rumori umani, arriva gente e l'aquila si allontana. Mi alzo e scendo. Mi rendo conto che è ormai quasi l'una, riprendo a camminare, questa volta prendo la via breve e alle 2 sono di nuovo alla macchina. Prossima meta San Antonio.
Torno a Fredericskburg e vado verso la I10, l'autostrada, sta piovendo e piove sempre di più. Strada facendo mi fermo in un vivaio e compro semi di blue bells e qualche piantina fiorita per casa. Dopo quella colazione, ovviamente non ho fame. Arrivata a San Antonio verso le 5 del pomeriggio ho un muro d'acqua davanti agli occhi. Giro un po' per le strade della città, ma non smette di piovere. Sono stanca e con questo tempo l'idea di fermarmi, trovare un albergo e magari poi passare la serata e la mattina seguente chiusa nel medesimo causa meteo avverso, mi sembra idiota. Così decido di non fermarmi e di proseguire per Houston. La cosa in fondo è semplice, devo solo continuare sulla highway 10. Certo sono quasi 200 miglia (circa 300km) ma tutte di autostrada. Proseguo e mentre vado mi rendo conto di essere veramente stanca, gli occhi cercano di chiudersi e la monotonia della strada non aiuta. In questi casi, normalmente, mi fermo e dormo un po', oggi però sono su questo specifico tratto di autostrada. Gli amici del luogo mi hanno fatto una testa a cembalo dicendomi che è un tratto di strada pericolosissimo, che non mi devo fermare a dormire per nessun motivo, che rischio la pelle etc etc. raccontandomi ogni sorta di raccapricciante delitto, possibilmente ai danni di povera-donna-sola, verificatosi lungo la I10 tra Houston e San Antonio. Mi fermo e bevo un bel bibitone di caffè (abbastanza schifoso). Dopo un'altra mezz'ora di guida ho gli occhi che mi si chiudono di nuovo. Mi fermo e bevo una coca cola. Continuo a guidare e di nuovo le palpebre calano. Mi fermo e mi ricordo di una bibita, la Mountain Dew, che pare sia una bomba di caffeina. La trovo e la bevo. Riparto e finalmente sono sveglia come un grillo, pure troppo, penso. Arrivo saltellante e in gran forma a Houston verso le dieci di sera, sotto l'acqua battente ci ho messo quasi 4 ore. Parcheggio, entro a casa e non ho nemmeno un'ombra di sonno. Per fortuna il lunedì è festa, anche se non dormo non mi preoccupo.
Il risultato dell'overdose di caffeina è stato che, dopo una giornata di lunedì frenetica (sembravo fatta di coca) ho preso sonno la sera verso le 8. Be' più che preso sonno ho, farlocchescamente, collassato per le successive 12 ore.

lunedì 3 agosto 2009

La strada



E' l'alba di un giorno americano del 1999. Il sole comincia a sbucare da dietro le cime degli alberi che circondano il comprensorio in cui vivo a Houston. C'è silenzio intorno, qualche uccello canta, qualcuno esce per andare a correre sull'argine di quella specie di marana che delimita un lato della proprietà. Anche io sto per uscire. E' un fine settimana, sabato, ci sarebbe l'allenamento da fare, ma oggi non ne voglio sapere. Oggi ho affittato una macchina, l'ho presa ieri sera e, per mia grande fortuna, dato che non avevano il modello base che avevo prenotato, mi hanno dato un modello superiore allo stesso prezzo. Una Jeep Cherokee rossa fiammante, con stereo futuristico e tanti di quei comandi sul cruscotto che mi servirebbe un dottorato in ingegneria elettronica per capire a che servono. Stamattina parto. Non ho una meta precisa, so che ci sono dei posti belli verso Austin, la città stessa vale la pena di una visita. Poi c'è San Antonio e ci sarebbe anche Dallas, ma l'ho già visitata e mi ha, sinceramene, fatto schifo. Forse perché là sono andata anche per lavorare ed ho avuto modo di entrare in contatto con l'élite del luogo, bigotta, meschina e priva di cultura. Mai stata così a disagio negli Stati Uniti come in quel caso. Il momento peggiore è stato una cena tra maggiorenti locali ed accademici-intellettuali della Southern Methodist University e della Dallas Baptist University. Fu una serata in cui l'unico modo per non creare una rissa, fu stare zitta e rispondere a monosillabi solo se direttamente interrogata. Allontano dalla mente il ricordo, non vale la pena rievocare quel senso di rabbia e frustrazione; mi aspettano le strade del Texas, la natura splendida e la libertà assoluta di un viaggio da sola.
Salgo in macchina, studio un po' le istruzioni, capisco cosa è meglio non toccare e cosa mi può essere utile, sono pronta parto, direzione Austin. La strada è a 4 corsie, enormi SUV, qualche grossa moto con pittoresca fauna locale a bordo e molti grandi camion mi accompagnano. Accendo la radio e gioco tra una stazione country e una di jazz, passando per un po' di rock assortito. Imbocco la 290. Non è l'itinerario più veloce, è una strada statale più stretta, dell'autostrada ma passa attraverso splendidi paesaggi. Macino chilometri, il senso del viaggio è questo negli Stati Uniti, almeno per me. E' davvero il paese in cui ha più senso il percorso che l'arrivo. Si annuvola e una pioggia leggera comincia a cadere. E' l'inizio della primavera qui, siamo all'inizio di marzo, non fa caldo e i prati si coprono di piccoli fiori blu. Lungo la strada incontro campi, aree in cui ancora vivono branchi di bisonti. Mi fermo a guardarli mentre, quasi immobili, brucano sotto la pioggia. Dopo un po' sono all'altezza della cittadina di Carmine e lo sguardo mi cade su di un cartello: "Goat cheese - 2 miles". Giro per il viottolo di campagna e lo percorro. Arrivo ad una fattoria e mi fermo. Mi arrivano incontro 4 ragazzini dai 13 ai 5, forse 6 anni, mi salutano e chiamano la madre. Arriva una donna minuta, bionda e sorridente, in jeans e maglione. Iniziamo a parlare, chiedo informazioni sul formaggio di capra e dopo poche parole la signora passa ad un perfetto italiano. Lei e il marito hanno vissuto quasi dieci anni a Genova, poi si sono stancati della vita che facevano, era anche nato il terzo figlio. Così hanno venduto casa, mollato i rispettivi lavori e si sono comprati questo pezzo di terra, dove coltivano varie cose e fanno formaggi. Arriva anche il marito, con la sua aria da americano in salute, ha un bel sorriso, i capelli scuri e due occhi sottili e chiari alla Clint Eastwood. Trascorro un paio d'ore con la famiglia, assaggiando formaggi e pontificando sulla vita in generale, saltellando tra italiano e inglese come se fossero una sola lingua. Saluto tutti e riparto con formaggi di capra al seguito. Dopo ancora qualche ora arrivo ad Austin. Trovo un hotel da pochi soldi e mi fermo. Austin si può girare a piedi, cosa rara per le città americane, qui si trova una delle più grandi università statali degli USA, a camminare per le sue strade si ha l'impressione che l'età media sia vent'anni. Mi sento vecchia mentre continuo a girare per tutto il giorno. Chiacchiero con camerieri di ristoranti e baristi, mi faccio indicare un qualche locale dove ci sia musica dal vivo per la sera. Trascorro la giornata a vagare per le strade, a percorrere il lungo fiume e a ficcanasare per la zona universitaria. Arriva la sera e noto che, come spesso accade nei paesi di cultura anglosassone, essendo sabato, il tasso alcolico per le strade è piuttosto alto. Mi dirigo verso una sorta di pub dove servono cucina texana, suonano blues e brani di Steve Ray Vaughan a cui è anche dedicata una statua in città. La musica è buona, il suono caldo e la voce della cantante morbida e struggente. Ascolto godendomi ogni sensazione: i suoni, il cibo che è ottimo, i rumori di fondo. Mi sento in paradiso in mia compagnia. Non ho fatto però i conti con l'ubriachezza molesta locale e con il fatto che sono una donna sola ad un tavolo di sabato sera in una città americana (che non è New York). Nel giro di mezz'ora ho dovuto scacciare almeno tre ubriachi molesti, il quarto me lo leva di torno quasi di peso il cameriere. Non è che io sia una fata, è che donna-sola-sabato-sera-in-locale-pubblico=vuole-rimorchiare, almeno nel linguaggio non scritto del luogo. Quando il cameriere mi consiglia di andarmi a sedere ad un tavolo con altre ragazze (peraltro palesemente sbronze pure loro) al fine di evitare altri incidenti, mi alzo e vado in albergo. Sdraiata sul letto alle 10:30 di un sabato sera mi assale quel senso di rabbia e frustrazione che ho spesso provato nei miei viaggi solitari. Ripenso ad Atene dove, alle 9 di sera, mi sono dovuta barricare in camera a causa di un altro ospite dell'ostello, giovanotto tedesco, per altro sobrio, che dopo un po' di chiacchiere (neanche tanto amichevoli dato che non mi era simpatico) s'era rapito d'amore (non corrisposto) per me. Ripensavo al meccanico di quella sperduta cittadina sui monti Appalachi che, pochi anni prima, si sentì autorizzato a farmi complimenti molto pesanti, solo perché viaggiavo sola (lo precisò lui nemmeno fosse un siculo dell'entroterra di Caltanisetta negli anni '50) o al tipo, conosciuto per caso a casa di amici a Parigi, che al primo appuntamento mi diventò aggressivo perché gli ricordavo la ex-moglie (mi diede una spinta e io lo mollai in mezzo a Boulevard Saint Michel saltando su di un taxi).
Per quanto una sappia cavarsela, per quanto una possa sapersi difendere, ad un certo punto deve sempre soccombere a questa logica perversa: per evitare guai deve ritirarsi. E' una regola generale, in qualunque contesto, una donna da sola è meglio se evita l'aggressività maschile, è meglio se non si espone a rischi inutili, anche se saprebbe menare ad un tizio alto il doppio di lei, comunque il risultato non è garantito.
Cerco di scacciare il disagio, in fondo domattina all'alba io sarò sulla strada per Fredericksburg, diretta all'Enchanted Rock State Natural Area. Ecco invece quei quattro stronzi ubriachi del locale avranno solo mal di testa. Mi giro e dormo in pace.


Continua....

mercoledì 29 luglio 2009

Aspettare


Ci sono attese che, nonostante tutto l'apparato di consapevolezza, esercizi di meditazione e centratura su di sé che una ha accumulato, logorano. A volte anche aspettare una metropolitana o un autobus diventa logorante. Ho fretta e questo mi frega. Non so più stare lì con animo sereno a lasciar scorrere i minuti, le ore, che mi separano dal qualcosa che sto desiderando. Un tremore interno parte, la testa si riempie di pensieri rumorosi, di ipotesi catastrofiche, di panico in sostanza. Tanto più è importante ciò che aspetto e tanto meno sono sicura del risultato, tanto più la testa parte in un turbine. In fondo basterebbe poco. Basterebbe fidarsi di sé stessi, basterebbe non consegnare la propria anima ad altri, basterebbe mantenerne il possesso sorridendo.

Vive sepolto chi si consegna ad altri.
E chi all'altro che sepolto ha in sé.
Non potrò, Signore, da me qualche volta
sciogliere le mie mani?
(Fernando Pessoa)

giovedì 23 luglio 2009

Inutile

Parto da un post del mio amico gillipixel. Parto talmente tanto da lì che gli "rubo" pure il titolo. Il post di gillipixel ha tirato fuori dal database che ho in testa un mare di informazioni, idee, brandelli. Oggi ne elaboro qualcuno. Ha tirato fuori i ricordi dei miei studi di teoria dei giochi e delle decisioni, in cui si passavano ore a ragionare sulle funzioni di utilità. A seconda del problema che si poneva si costruiva un'opportuna funzione che descrivesse, misurasse secondo una logica scelta, l'utilità (o inutilità) di una specifica soluzione. In quel corso mi sono trovata davanti alla formalizzazione matematica di un'idea che avevo sempre avuto: ogni evento, avvenimento, situazione, ha una sua funzione di utilità associata. Quella funzione (bellissimo oggetto) che cambiava a seconda delle situazioni, permetteva di verificare un fatto fondamentale: ciò che funziona in un contesto può essere dannoso in un altro. Uno dei problemi fondamentali del mio vivere, e credo del vivere di molti, è che applichiamo la stessa funzione di utilità a tutte le situazioni. Per cui diventa inutile la brezza fra i capelli, mentre si corre a perdifiato fra l'inutilità smeraldina di un inutile prato inutilmente rigoglioso sulla soglia della più inutile delle primavere, inutile è guardare l'ombra sul muro all'alba di un giorno nuovo, osservarla con stupore, come fosse la prima volta che la vedi; appare senza senso il passare un pomeriggio a ridere di nulla con gli amici o a letto con l'amato/a a far l'amore, a scherzare di tutto, anche dell'amore stesso. Cosa hai prodotto? Cosa hai realizzato?
In realtà hai prodotto molto, hai realizzato un'enormità. Ti sei creato uno spazio di benessere che ti da forza, hai ricaricato le batterie, dato energia alla tua anima. Ora puoi di nuovo affrontare le richieste di chi ti sta intorno, le contraddizioni con cui devi fare i conti ogni giorno, l'esercizio del controllo che ti rende sociale e la moto che si rompe e i mille piccoli guai delle giornate nel frullatore. Non esistono cose inutili nella nostra vita. Ogni incontro, ogni momento ha una profonda "utilità", è sempre un'occasione per imparare. Dal dolore che a volte proviamo, dai piccoli e grandi scontri che ci accadono, impariamo. Be' se lo vogliamo, se siamo cioè capaci di cambiare la nostra funzione di utilità con grande frequenza, se sappiamo adattarla ai momenti, ai luoghi, alle persone. In altre parole, se sappiamo sperare che le cose intorno a noi vadano in un certo modo anziché aspettarci che vadano in quel dato modo. La delusione, la frustrazione, spesso ci bloccano, ci impediscono quella flessibilità che serve per imparare, per scambiare calore e informazioni con altri esseri umani (in fondo null'altro conta davvero).
Io poi, in fondo all'anima, sono una giocatrice. Non una giocatrice di carte o roulette, il mio giocare è nel vivere. Ambisco a premi altissimi, quindi, non ho paura di buttare sul tappeto verde (come un prato) quanto ho di più prezioso: me stessa. Cerco di non farlo in modo cretino, anche se a volte sembra così. Ma la mia farloccaggine fa sì che io ambisca ai premi più cospicui e quindi corra, apparentemente ignara, rischi enormi. In realtà è solo che la funzione di utilità che sto usando in quel momento è molto diversa da quella di chi mi circonda e mi da della fuori di testa. Mi è stato detto spesso "ma guarda che così finisce che ti fai male", "ma guarda che poi soffri". Certo che a volte soffri, che poi stai male, ma in quella specifica situazione ci volevi entrare, ci dovevi entrare se volevi imparare quel certo numero di cose. Volevi sapere delle cose che solo là potevi incontrare. E poi per me la vita non è un gioco a somma zero, non c'è chi vince e chi perde, di solito si vince insieme o si perde insieme... ma questa è un'altra storia e ne parlerò un'altra volta.

Sono stato educato dall'Immaginazione
ho sempre viaggiato dandole la mano,
ho amato, ho odiato, ho parlato, ho pensato sempre per questo,
e tutti i giorni hanno questa finestra davanti,
e tutte le ore sembrano mie in questa maniera.
(Fernando Pessoa)

giovedì 16 luglio 2009

Con gli occhi al cielo?


Nel corso della mia vita mi è stato detto più volte che "vivo in un altro mondo", che "non guardo per terra", anzi che ho "il naso per aria". A volte mi è stato detto con un sorriso, altre come un'accusa. Diciamo che, sopratutto in certi ambienti nei quali è un valore guardare il mondo stando raso terra, la seconda opzione è stata la più frequente. Nell'adolescenza, in particolare, la mia modalità un po' astratta, ricca di ipotesi, spesso immaginifica, di interpretare il reale mi ha causato non pochi guai. Se c'è una cosa che gli adolescenti non sopportano è l'incertezza, già ne hanno a vagonate di loro, figuriamoci se apprezzano una che arriva e gli ci mette altri dubbi, crea ipotesi e parla di storie alternative, appoggiando il tutto sul vivere quotidiano che fa abbastanza paura di suo. Così mi sono ritrovata a fare la giovane disadattata, l'elemento anomalo che mai si inseriva del tutto nei branchi di adolescenti e che, se si inseriva, veniva espulso rapidamente. Crescendo però le cose sono migliorate. Intanto perché ho cominciato a conoscere altri disadattati come me e a scoprire che sono molto divertenti e affettuosi, poi perché ho cercato di indagare cosa effettivamente volessero dire quando mi dicevano che "non stavo a questo mondo".
Da un lato è vero che qualche problemino con il reale lo avevo. Il mondo intorno mi faceva schifo, erano tutti molto aggressivi e incazzati, mi davano della deficiente ogni 3 minuti oppure non si accorgevano proprio che io fossi lì (eppure ero bella evidente, specialmente nella fase capelli dritti in testa). Così me ne andavo in mondi alternativi, immaginavo il come-poteva-essere e mi sentivo meglio. Invitavo spesso gli amici a seguirmi, con scarso successo nella maggior parte dei casi. Ad un certo momento ho capito che questo modo di agire non era proficuo, sopratutto perché, alla fine, si concretizzava con il dare anche un po' di numeri, Ho guardato come stava la zia (cliccare qui per alcuni esempi) e mi sono data da fare. Ho chiesto aiuto a destra e a manca (per la verità mi manca solo una gita a Lourdes per chiedere il miracolo, poi ho fatto quasi tutto) e alla fine me la sono cavata. Però quella vena di pensiero "anomalo" che avevo mi è rimasta. Qualche volta la sfogo qui sopra, quotidianamente mi esce anche se, forse, non dovrebbe. E quindi inviti alla diplomazia, a tenere i piedi a terra e a non "aumentare la confusione con strani ragionamenti". La mia modalità, sostanzialmente, consiste nel guardare gli accadimenti ricordando che esistono le storie alternative, spostando lo sguardo dal punto di vista raso terra che mediamente vedo utilizzare. In effetti tendo ad alzare gli occhi verso l'alto, verso ciò che poteva essere e non è stato. Cerco una prospettiva che non si limiti al solo rettangolo di terra su cui poggio i piedi, ma che includa anche altro: il contesto e il possibile. Secondo me non sto con gli occhi al cielo, anzi, ma do questa impressione di astrazione solo perché il mio modo di porre le cose include (o cerca di includere) l'incertezza che è insita nella realtà. Il mio parlare contiene spesso frasi tipo "ma no, non prendertela, potrebbe anche essere peggio..." con successiva sceneggiatura del come-poteva-andare-peggio,"permettimi di fare un'ipotesi..." spostando, magari, l'attenzione del mio interlocutore dalla sua personalissima incazzatura e ipotizzando un tracciato alternativo. Insomma gioco un po' sul paradosso. Il risultato è spesso un ragionamento apparentemente dadaista, surreale, altre volte è molto saggio ed azzeccato, permette a tutti i presenti di spostare l'attenzione dal fattarello che sta creando un conflitto, altre ancora è solamente comico. Per fortuna.





sabato 11 luglio 2009

A volte....

La qui presente Farlocca si è passata una bella settimana a Bologna a lavorare come una bestia. Oddio non sempre sempre, un giorno a spasso con ipazia se lo è regalato, ma per riuscirci ci siamo ben arrampicate sugli specchi. A Bologna ci sono andata a giocarmi la carriera e ho vinto. Be' non è che proprio sia stata una roulette o una mano di carte, erano mesi che mi facevo un mazzo così per arrivare a luglio con le carte giuste in mano. Il premio è arrivato, niente soldi (mai sia! qui si lavora sempre per la gloria), ma riconoscimenti e complimenti quelli sì in abbondanza. Sono momenti questi in cui ti si chiede di fare un passaggio, in cui la vita ti dice "adesso basta cazzeggiare, sei grande e ti devi comportare di conseguenza... ogni tanto almeno". La prima reazione è il panico. Una vocina nella testa continua a lagnarsi "no, no, io sono piccola e scema... lasciatemi stare... no no voglio il ciuccio" e di solito ti accendi una sigaretta che è l'equivalente del ciuccio per molti adulti. Però qualcosa ti dice che la vocina va azzittita. Guardi il calendario, conti le primavere (o le estati se preferite) e un'altra vocina emerge "Cazzo! altro che piccola! scema forse... ma qui se non ti dai una mossa arrivi alla tomba che ancora hai le tre rotelle alla bici". Accendi un'altra sigaretta che ti passa un po' l'ansia. Così, tra un colpo di tosse da vecchia ciccosa e l'altro, ti metti al lavoro. Il punto è che se stai in santa pace ci metti anche poco a fare quel che ti si chiede, ma la vita matrigna non ti lascia tranquilla, infierisce e ti circonda di casini assortiti mentre tu cerchi di concentrarti (va be' lo so, un po' me li cerco da sola, ma questa è la mia natura). Passi allora mesi a usare tre neuroni a pieno regime su quel che devi fare e tutto il resto del cervello ad arginare la zia, i guai sul luogo di lavoro, i sentimenti in subbuglio e quant'altro. Ma quei tre neuroni sono presi full-time e fanno un bel lavoro. Neanche in vacanza smettono.
Insomma arrivi al momento in cui ti devi esporre, te e quel che fai. La cosa va. Per la prima volta in vita tua ti viene riconosciuta la validità del tuo lavoro e senza riserve. Cominci a camminare ad un metro da terra. Sei stanchissima, l'adrenalina che ti ha tenuto in piedi si esaurisce, ma tu hai un sorriso come quando eri piccola e mamma tornava da un viaggio abbracciandoti e dandoti un regalo. Felicità quasi assoluta. Poi alcuni pastrocchi della tua vita, in contemporanea, cominciano a mettersi a posto. E allora hai così tanta contentezza dentro che ti avanza quasi. Vorresti inscatolarla, metterla in un bel barattolo per tenerla da conto. Lo sai che prima o poi passa, che i tempi di magra sono sempre lì dietro l'angolo, allora farebbe comodo averne un po' di riserva da usare alla bisogna. C'è chi dice che si può fare, che la contentezza è polverosa e bianca, ma sono colombiani e io non mi fido.