domenica 10 maggio 2009

Domenica





Padre Nostro che sei nei cieli
Restaci
E noi resteremo sulla terra
Che qualche volta è così attraente
Con i suoi misteri di New York
E i suoi misteri di Parigi
Che ben valgono i misteri della Trinità
Con il suo minuscolo canale dell'Ourcq
La sua grande Muraglia Cinese
Il suo fiume di Morlaix
Le sue caramelle alla Menta
Con il suo Oceano Pacifico
E le sue due vasche alle Tuileries
Con i suoi bravi bambini e i suoi mascalzoni
Con tutte le meraviglie del mondo
Che sono là
Con semplicità sulla terra

A tutti offerte
Sparse
Esse stesse meravigliate d'esser tali meraviglie
E che non osano confessarselo
Come una bella ragazza nuda che mostrarsi non osa
Con le spaventose sventure del mondo
Che sono legioni
Con i loro legionari
Con i loro carnefici
Con i padroni di questo mondo
I padroni con i loro pretoni gli spioni e marmittoni
Con le stagioni
Con le annate
Con le belle figliole e i vecchi coglioni
Con la paglia della miseria che imputridisce nell'acciaio dei cannoni.
(Padre Nostro- Jacques Prévert)

giovedì 7 maggio 2009

Primavera


Un cielo grigio, compatto, un'acquerugiola fitta, silenziosa che copre ogni centimetro di suolo. E' mattina presto, intorno dormono ancora tutti, solo un cane mi viene incontro scodinzolando, bagnato e di buon umore. Gli odori della campagna riempiono ogni cosa, l'erba bagnata, la terra bagnata, fa freddo ancora. Cammino un po' intorno alle costruzioni dell'agriturismo. Incontro un albero antico, del rosmarino in fiore, l'umidità entra nelle ossa e porta qualche pensiero malinconico. Mi siedo sotto una pergola giocando con il cane, ascolto i suoni sommessi della campagna ovattata dalla pioggia. Pace, silenzio, il turbine della vita romana è lontano. Non so bene quanto resto lì, sono seduta apparentemente tranquilla, eppure il corpo è in tensione. L'inverno, gli affanni del quotidiano non scompaiono con una fuga di un giorno, non basta il respiro dell'aria pulita. Cerco di lasciare andare la tensione, mi concentro sul respiro. Poi alzo gli occhi e mi ricordo che, nonostante tutto, è primavera da un po' e la tensione si scioglie.

Se si vuole che abbia un misticismo, ebbene ce l'ho.
Sono mistico, però solo col corpo.
La mia anima è semplice e non pensa.

Il mio misticismo è non voler sapere.
E' vivere e non pensarci.

Non so cosa sia la Natura: la canto.
Vivo in cima ad un colle
in una casa imbiancata e solitaria,
e questa è la mia definizione.
(Fernando Pessoa)

domenica 3 maggio 2009

Milonga de amor y viejas pasiones

Dovete sapere che la qui presente farlocca farlocchissima ha, nel cassetto, una serie di antiche passioni. Un po' di quelle cose che abbiamo tutti, dei avrei-tanto-voluto o mi-sarebbe-tanto-piaciuto che al presente sono ancora tali. Alcune di queste passioni le abbiamo un po' seguite, poi la vita ci ha imposto delle scelte e abbiamo capito che erano secondarie rispetto ad altre, abbandonandole. Altre erano irrealizzabili prima e a maggior ragione lo sono ora. Un esempio è il mio sogno di fare la trapezista, puro delirio onirico per una che soffre di panico da altezza (si badi bene, panico, non vertigini) e che oltre tutto non ha più vent'anni. Al massimo se mi prendo un po' di roba lisergica (tipo timballo di funghi messicani) posso avere la sensazione di essere su di un trapezio a volteggiare, ma non so bene quali possano essere le conseguenze sul piano del reale. Comunque nel mio cassetto esistono tante cose che si possono ancora fare, prima o poi studierò l'arabo e l'ebraico, tanto per dirne una. Un'antica passione me la sono andata a rinverdire e spero a riacchiappare, proprio in questi giorni: il tango. Sono stata invitata a un fine settimana con seminario di tango annesso. Mi ci sono catapultata abbandonando l'abito da criceto lavorativo e indossando rapidissima vestito e tacchi. Certo la scarsa abitudine a questi ultimi ha provocato alcuni effetti collaterali, ma a parte ciò la conseguenza primaria è stata pura felicità. Anni fa mi ero già lanciata in questa avventura, ma volli abbandonare dando priorità ad attività sportive già in corso e al lavoro che risentiva delle mie incursioni in milonga fino alle 3 del mattino. Ad un certo punto, legatami affettivamente all'ultimo convivente, cercai di indurlo, senza alcun successo, a venire a ballare il tango con me, sola il tango non si balla, mi dicevo, rinunciando per più di dieci anni a questa passione. Falsa convinzione la mia, in fondo basta organizzarsi, iscriversi ad un opportuno corso e qualche altro disperato come te lo trovi.
Ma veniamo al punto. Perché il tango mi piace tanto? Al di là della musica e dei testi di molte canzoni, è la dinamica specifica della danza in sé che mi affascina. Nel tango l'uomo conduce il gioco, guida la donna nei passi, nel movimento. La donna segue ascoltando i segnali corporei del compagno e crea il movimento ornato. Però per ottenere un risultato appena ragionevole, entrambi i ballerini devo porsi in ascolto l'uno dell'altro, un ascolto non auditivo ma cinestesico, corporeo. E' il corpo di ognuno che deve ascoltare quello dell'altro. Un po' come nel sesso ma senza l'aiuto della biologia o dell'ormone che possono supplire spesso anche a gravi carenze dei partecipanti. E qui viene il bello, si scopre di essere sordi. Scopri che il tuo corpo non è disposto ad ascoltare, non sa come fare, sei lì tra le braccia di un estraneo (anche più imbranato di te), dopo una mezz'ora di pestate di piedi, di "ops scusa non ho capito" "merda come si dava il segnale per farti girare" ed altre amenità, tra una risata e l'altra, te e quell'estraneo riuscite a fare un paio di passi, a camminare insieme, ad armonizzare, per un attimo, i corpi a tempo di musica. Ed è come essersi scambiati qualcosa di molto molto intimo. Una comunicazione sottile, aldilà del verbale che ti lascia stupita, non pensavi fosse possibile o almeno non con quelle modalità.
Il mio compagno prevalente di tango per il fine settimana è stato un signore di Bologna alla soglia dei 70, conosciuto lì al seminario (mica a tutte capita il Pablo Veron di Lezioni di Tango). Alla fine delle innumerevoli pestate di piedi, delle numerosissime risate e delle battute con citazioni romagnole a me incomprensibili, mi ha guardato e ha detto "mo che bello, mi sa che abbiamo cominciato un gran bel viaggio!". Vi avviso se strada facendo trovo un Pablo Veron.



venerdì 1 maggio 2009

Gotan Project

e adesso è così...

giovedì 30 aprile 2009

MADREDEUS, AINDA. (1995 LISBON STORY)

Perché ci sono giorni in cui sei comunque con la testa altrove e allora ci vuole la colonna sonora giusta.

lunedì 27 aprile 2009

Gite, pause e ...

La differenza tra un umano e un criceto risiede nel fatto che l'umano il quale, cricetamente, corre sulla ruota della sua gabbietta, sa di essere sulla ruota, il criceto no. Questa tesi è stata sostenuta, anche se con altre parole, da un mio collega, un giorno di stanchezza diffusa, in relazione al gran da fare che avevamo e alla sostanziale inutilità del nostro affannarci. Sul momento ho annuito con aria complice, come a dire "io e te non siamo criceti, noi lo sappiamo che stiamo facendo cazzate!" e sono tornata al lavoro. Ho proseguito la mia attività, intasato i neuroni per giorni con concetti alti e risultati così così. Ho corso sulla ruota della mia gabbietta, zampettando intensamente, cercando di non sentire fatica, scoglionamento e quant'altro fosse conseguenza dell'incricetamento. Ad un certo punto, sempre correndo sulla ruota, comincio quasi a divertirmi, a gustare l'affanno e l'arruffamento del pelo dato dall'aria che scivola intorno. Corro, corro e sono convinta di andare da qualche parte, accarezzo il mio ego complimentandomi per i risultati, mi gratifico dei commenti ricevuti, mi arrotolo sulla mia efficienza, lussuriosamente assaporo l'organizzazione degli impegni e godo della sensazione di importanza che, anche se spalassi concime, mi avvolgerebbe a questo punto...

E' venerdì sera, torno a casa, ho in tasca un biglietto del treno, domattina me ne vado, 24-36ore di computer spento, di cazzeggio senza remore, di umani con cui condividere uno spazio, senza ruote, con del buon cibo e delle buone chiacchiere. Sto facendo la verifica: se sono ancora capace di godermi un ulivo al tramonto, di essere me senza un computer davanti, allora non sono un criceto.

giovedì 23 aprile 2009

Seduta

E' un giorno di sole, dopo tanto freddo c'è stata una tregua, vera, un giorno di primavera. Esco a camminare, macino chilometri senza pensare a nulla, solo respirando e cercando di scacciare l'inverno anche dentro di me. Cammino, l'equilibrio interiore vacilla, il mio essere un frullatore, il mio sentirmi nel frullatore, sono materia di riflessione frequente di questi tempi. Mentre cammino sembrano prendere forma delle rassicuranti razionalizzazioni a posteriori. Me le godo per un po', mi crogiolo nella tensione che si allenta e ad un certo punto mi accorgo della stanchezza, sono varie ore che cammino. Mi siedo, a valle Giulia, sotto il colonnato della galleria d'arte moderna. Una brezza leggera accarezza le colonne e smuove i teli che annunciano la mostra odierna (bella per altro). Mi siedo e respiro, non c'è nessuno intorno, poche macchine che passano, la folla è nel parco, a Villa Borghese, qui solo la quiete. I giochi di luce tra le colonne, la scarsa presenza umana è silenziosa, c'è spesso pace qui. Una pace che cerco di assorbire nel respiro, scacciando, a volte con successo, il senso di malinconia che l'inverno mi ha portato.

E dopotutto ci sono tante consolazioni!
C'è l'alto cielo azzurro, limpido e sereno,
in cui fluttuano sempre nuvole imperfette.
E la brezza lieve [...]
e, alla fine, arrivano sempre i ricordi,
con le loro nostalgie e la loro speranza,
e un sorriso di magia alla finestra del mondo,
quello che vorremmo,
bussando alla porta di quello che siamo.
(Fernando Pessoa)