lunedì 12 ottobre 2009

Roma, a volte


Certi giorni di ottobre a Roma, non hanno prezzo. La temperatura è perfetta, né troppo caldo, né troppo freddo, l'aria è tersa, appena pulita da uno scroscio di pioggia, la terra bagnata, i sanpietrini finalmente puliti. Sono anche arrivati degli amici da fuori, così puoi cogliere l'occasione per andare a vedere qualcosa che ancora non hai visto, perché a Roma c'è sempre qualcosa che non hai visto. La Villa dei Quintili ad esempio o il giardino pubblico di Villa Aldobrandini che ce l'hai sotto casa ma non ci sei mai passata. Il giorno scorre dolcemente nell'aria tiepida che non si raffredda nemmeno a sera. Cammini per le vie del centro, entri in un bar dove una ragazza cinese ti fa un caffè ottimo, visiti una mostra, vai a cena con quegli amici di passaggio. Ti nutri del calore della loro compagnia, dell'affetto che ti sembra normalmente merce rara mentre ti disperdi nei mille rivoli del quotidiano. Gli amici ripartono, lasciano dietro di sé una presenza dipinta con i colori delle risate e delle belle discussioni, lasciano qualcosa che, forse, ti nutrirà per tutta la settimana.
La sera di ottobre è ancora morbida, vale la pena proseguire; magari con un cinema che poi scivola tra i tavoli di un minuscolo caffè dove qualcuno, che stava lì solo per caso, comincia a suonare Beethoven al pianoforte. Passa un venditore ambulante e tra le note del Chiaro di Luna vuole venderti un ragno di metallo che ti massaggia la testa. Intanto al tavolo vicino due innamorati si guardano negli occhi da un'ora senza parlare. Tu stai lì, con la tua amica a parlare dei passaggi della vita che marcano anche il corpo e di teoria e pratica dei sistemi umani, così, ondeggiando da una storia all'altra.
Essere a Roma, a volte, è come sogno.

domenica 11 ottobre 2009

Animals Please Don't let me be Misunderstood.

Magari è solo l'influenza dell'altra mezza chimera che canta invece di scrivere... ma oggi c'è solo questo

mercoledì 7 ottobre 2009

L'acchiappa farfalle

Tra un notturno e l'altro dell'anima, tra un momento autunnale in cui le foglie cadono nell'anima e un attimo di luce radiante come solo l'ottobre romano sa dare, sorge una sensazione forte, una presa di coscienza impellente, un sentire con ogni fibra del proprio essere così intenso che quasi devasta. Mi sento cretina. Sì non solo farlocca, ma proprio cretina. Vi capita mai, mie cari 4 lettori, di agire, pensare, realizzare comportamenti in cui anni e anni di vita, esperienza, saggezza (e chi più ne ha ne metta), svaniscono come per incanto? Come se voi foste ancora una sorta di virgulti tra l'infanzia e l'adolescenza non ancora sbocciati? A me capita e quando capita, appena me ne accorgo, mi sento una perfetta deficiente. Mi dico "ma come sei lì che parli di frattali esistenziali, di coazioni a ripetere, di evoluzione e poi... ma cazzo, guardati!". Do la testa nel muro. Continuo "Ecco, subumana che non sei altro, che non lo sai che ci sono cose, persone e situazioni che ti destabilizzano? che in questi casi devi stare attenta a quel che fai? e smettila di fare il generatore frattale, porco qui e porco lì!!!!" Il turpiloquio nasce spontaneo. Gli insulti non finiscono qui, gli episodi da perfetta cretina inducono una severa critica, evocano una definizione di me che posso riassumere solo con il titolo del post: mi sento un'acchiappa farfalle. Una specie di futile, farlocchissimo, personaggio che insegue il proprio sentire con un retino, per altro a maglie troppo larghe, dal quale le farfalle scappano che è una bellezza.
Capisco che ora all'esiguo ma degno pubblico sorga spontanea una domanda: ma che cacchio hai fatto mai? Semplice, ho ri-perso le chiavi dello scooter.

sabato 3 ottobre 2009

Quel che resta


"E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure..." cantava De Gregori quando ero ragazzina. Questa frase continua a tornarmi in mente negli anni, ogni volta che volto una pagina, o che cerco di farlo, risuona, Rimmel diventa la colonna sonora, quasi il tormentone, delle mie fasi di transizione. Qualcosa rimane. Ho sacchi da immondizia condominale di quei qualcosa, un mare di coriandoli che descrive una vita. Alcuni leggeri come un soffione, altri pesanti come piombo.
Ogni tanto mi fermo, apro i cassetti della memoria e mi chiedo se vale la pena tenerli tutti quei ritagli-ricordi, se è mai possibile da quei frammenti costruire un quadro unico, una sintesi che descriva il tempo trascorso e quello che va. Come sintetizzare una vita che scorre? Non ha senso una media, tutto è troppo variabile, troppi picchi in alto e in basso, troppi salti in tutte le direzioni. Un disegno forse, magari di una traiettoria di un processo stocastico? oppure un algoritmo? Guardo meglio quel che ho tra le mani, quei frammenti, forse senza uno schema, non so come raccontarmeli. Somigliano ad una costa scogliosa, pieni di anfratti, rientranze, baie improvvise, dirupi e abissi, vette ripidissime e pozzi di buio.
Guardo e ancora guardo, lentamente, come per caso, comincio a vedere qualcosa. Esistono delle regolarità, delle similitudini impressionanti tra un frammento e l'altro. Esistono coazioni a ripetere, schemi sempre uguali, esistono tentativi di abbandono di questi schemi, magari li ho modificati un po' nella dimensione e nel colore. Eppure sempre internamente a quelli mi muovo, sempre la stessa forma, sempre lo stesso, in fondo noiosissimo, disegno. Guardo ancora e vedo che al centro c'è il mio inizio, poi un elemento alla volta, un frammento ogni giorno, nel tempo, negli anni, si delinea qualcosa di riconoscibile, ma non nel mondo ordinario, bisogna uscire fuori dalle geometrie usuali, fuori dal televisore-schermo di tutti i giorni (euclideo e bi-dimensionale). Di colpo, tutta quell'immondizia caotica prende una forma nella mia testa, finalmente è rappresentabile. Ora lo so, la mia vita è un frattale.


presa da qui

sabato 26 settembre 2009

Luci, Ombre

Certi periodi della vita sono notturni. Non perché andiamo in giro di notte e dormiamo di giorno, no sono notturni dell'anima. Una malinconia costante che riduce l'intensità della luce, una malinconia autunnale, preludio dell'inverno in cui finalmente sarà possibile riposare. A parte la metereopatia, le sindromi premestruali e gli anticipi di andropausa, che vengono invocati a spiegazione di codesto stato, di solito c'è un buon motivo che lo sottende. Per me è quasi sempre una combinazione di stanchezza fisica ed elaborazione di qualcosa di molto molto complicato, qualcosa che risiede al fondo dell'anima e da fastidio. In questi periodi è quasi sempre buona norma igienica starmi alla larga, è fondamentale non farmi promesse che poi non si possono mantenere con certezza perché le poche forze che ho si concentrano a reggere i miei pezzi, quindi in caso di buca, e peggio ancora di buca-con-acqua (cioè senza avviso di inadempienza) divento una tigre con denti a sciabola. Detto questo e scusandomi tra me e me con chi ho morso ultimamente (anche se non leggerà mai quel che scrivo qui), proseguo.
Ciò che sottende la malinconia presente è qualcosa che condivido (tanto per cambiare) con la mia mezza chimera gillipixel: l'essere effimeri. Lui diceva inutile, ma poi parla che ti ri-parla, la parola giusta è effimero/a. Quel senso di passare di qua senza lasciare traccia, scivolare tra le pieghe della vita senza che nulla resti, neppure il dna. Ti guardi intorno e proprio non ce la fai ad appassionarti a ciò che da un senso alla vita di molti, del gossip politico-televisivo non te ne frega proprio nulla, delle lotte intestine al luogo di lavoro a scopo carriera, ancor di meno. La polemica sinistra-destra ti sminuzza le palle o ti fa venire l'orchite (a scelta), tanto lo sai che sia come sia, dipende tutto dalla qualità delle persone che gestiscono il potere e non da quel che dicono che tanto è volatile. Famiglia non ce l'hai e quindi non hai responsabilità imprescindibili, vai, ti muovi sfiorando la vita degli altri, lasciando ai tuoi contemporanei briciole di amore e amicizia, anche qualche granello di saggezza, molli qualche sberla, raccogli altrettanto. Tutto assolutamente e totalmente impermanente.
Questo è in totale contrasto con ciò che mi ha nutrito sin dalla culla, un'educazione intera basata sul lasciare traccia di sé, o con le opere dell'ingegno o con quelle biologiche (figli). Bene, sul lavoro sono bravina ma non da nobel e figli non ne ho. Quindi sto tradendo l'anima stessa di ciò che mi è stato insegnato.
Poi mi fermo, chiacchiero con qualcuno, guardo i raggi del sole e di colpo mi rendo conto che le effimere sono anche insetti, farfalle ad esempio, e che sono bellissime.


presa da qui

domenica 20 settembre 2009

Chimere mistiche

Ci sono giorni in cui ti svegli, è presto, troppo. La sera hai bevuto un po', anche se è il fine settimana hai lavorato, continuerai a farlo anche se è domenica. La vita ti fa schifo, anche se ti svegliassi accanto a Brad Pitt lo troveresti orrendo, figuriamoci se ti svegli pure sola. Ti alzi. Metti su un bibitone di caffè. Fuori è grigio, silenzioso. Apri la finestra e il suono delle campane di Santa Maria Maggiore appena smorzato dalla distanza entra con forza, pervade ogni cosa. Guardi il cielo nuvoloso. Si apre uno spiraglio e i raggi del sole nascente sbucano tra le nuvole. Parte un altro suono, una voce che canta, una voce araba, una cadenza nota che si mescola alle campane. E' un muezzin che chiama la fine del Ramadan. Ed è anche Rosh Hashanah.
Guardo il sole rosso che esce dalle nuvole e penso che oggi dio ha molto da festeggiare e che canta a due voci. Una chimera mistica all'alba, a Roma, nella kasbah... sì lo so non dovrei bere la sera.

sabato 19 settembre 2009

U2 - Beautiful Day

Oggi me lo do come augurio che proprio ne ho bisogno